Scuola, i no che aiutano a crescere

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Questa non è una recensione del famoso ed interessante libro di Asha Phillips che genitori, educatori ed insegnanti hanno molto apprezzato. È invece un invito alla riflessione , all’avvio di un dibattito serio, ed è rivolto soprattutto ai docenti delle scuole di ogni ordine e grado. Un invito a farsi protagonisti della discussione sulla scuola a cui da un anno ormai partecipano tutti , anzi praticamente solo soggetti “altri” da quelli che la scuola la vivono. Non che il dibattito sulla scuola non debba coinvolgere la società, anzi, ma è la società che deve ascoltare la scuola, non viceversa.

In qualità di educatori, educatrici, insegnanti, dobbiamo dire dei no. Lo facciamo spesso. Questa volta i no si devono dire non a bambini e studenti, ma a chi vuole portare a compimento un processo di asservimento della scuola al modello liberista di società che è quello in cui purtroppo viviamo.

Un processo iniziato con il conferimento dell’autonomia alle singole scuole, e proseguito con opere
( riforme, aggiustamenti vari, dalla Gelmini alla Moratti alla 107 di Renzi, introduzione di piccole grandi innovazioni nei programmi, progetti, sponsorizzazioni, creazione di figure intermedie, classi pollaio) omissioni ( tagli delle risorse destinate alla scuola, al personale, gli interventi di edilizia scolastica , mancate stabilizzazioni) e parole.

Tantissime parole, manipolate, svuotate di significato, fintamente progressiste che cercano di mascherare l’assoluta inconsistenza di un’idea di scuola che lungi dal rispondere alla funzione che la Costituzione le assegna, lancia la scuola sul mercato. Mescolare obiettivi, finalità compiti , destrutturare il sistema scolastico non è il bucolico sogno comunitario del villaggio che educa, come vorrebbero far credere.

Impossibile tanto filantropismo dove tutto è profitto. È piuttosto una soluzione funzionale al sistema, quel sistema che nel corso di una pandemia ci costringe a scegliere tra salute , vita e lavoro, che considera il lavoro stesso un privilegio e che vuole lavoratori flessibili, non ostacolati da incombenze familiari. Viviamo in un sistema nel quale non ci si può fermare neanche per salvarsi e salvare la vita , sempre interconnessi, sempre a rischio di scivolare nella povertà.

Siamo il paese in cui lo smart working è stato disincentivato anche perchè influiva negativamente su bar e ristoranti. La scuola , nel futuro, rischia di essere sempre più usata per fini economici, come dimostrano le migliaia di proposte offerte di ogni tipo, dai corsi agli strumenti. Improvvisamente appetibile, in termini di servizi e prodotti per una serie di aziende di varia dimensione. È destinata, la scuola, ad essere interamente terziarizzata, privatizzata, in cui “ tutti fanno qualcosa”, dall’oratorio alla fondazione bancaria . Trasformata in un servizio a domanda, apparentemente utile ai cittadini. Ma in questo modo essa perde la sua funzione di istituzione democratica che deve istruire e formare persone libere: si pensi al sotterraneo svilimento della cultura classica in favore delle discipline scientifiche, della tecnologia, del “sapere” finalizzato al lavoro, dell’imprenditorialità, alla definizione di “capitale umano”.

Le “magnifiche sorti e progressive “ del capitalismo passano attraverso questa apparente modernizzazione, il merito (valutato da chi? e come?)la privatizzazione, la finta rimozione delle diseguaglianze.
Dobbiamo chiedere di tenere distinte le altre agenzie educative dalla scuola, di rispondere ai bisogni di custodia e di intrattenimento dei bambini e dei ragazzi con altre forme, in primo luogo con una diversa politica che garantisca a tutti una equilibrata ripartizione dei tempi e di vita e di lavoro, che permetta soprattutto alle donne di non dover scegliere tra famiglia e occupazione, e nemmeno di dover delegare completamente il ruolo genitoriale ad altri luoghi e soggetti.

Quello che si vuole proteggere non sono privilegi corporativi, ( abbiamo sentito definire il lavoro un privilegio) di una casta, ma l’indipendenza ed il carattere pubblico dell’insegnamento, che non è al servizio delle imprese, ma strumento di crescita democratica della società. E a sinistra, sindacati e partiti non possono non avvertire la pericolosità di questi tempi.

Sarà necessario dire dei no, come avremmo dovuto fare nei mesi scorsi, quando non sono state fatte le cose necessarie a garantire il funzionamento in sicurezza delle scuole. Non è tempo di conciliazione, perchè accettando compromessi finiamo per facilitare il percorso al neoliberismo, agguerrito più che mai.

Non si contano più gli attacchi alla scuola: il ministro Bianchi parla di “gabbie del ‘900”, le classi devono lasciare il posto a gruppi flessibili, le discipline diventano sempre più “educazioni” e competenze (vale ricordare il disastro culturale legato alla scomparsa della geografia, alla revisione dei programmi, alla riduzione delle ore di lezione in favore di progetti, l’educazione civica diluita ovunque.).

Per tacere delle vergognose interpretazioni che si danno della scuola “ sicura” rispetto al covid, con i protocolli adattati al bisogno più che alla prevenzione reale, e guardando solo alle più recenti “ innovazioni , inaccettabili, nel merito e nel metodo (consistente spesso in una nota o una circolare del ministero) l’elenco è consistente:

  • all’inizio di quest’anno scolastico è stato introdotto in tutta fretta il curricolo di educazione civica;
  • a ridosso del primo quadrimestre si è cambiato il sistema di valutazione nella scuola primaria, passando dai voti ai giudizi;
  • poche settimane fa il curriculum dello studente, carta di presentazione dell’allievo al mondo del lavoro che comprende esperienze extrascolastiche, inevitabilmente diseguali;
  • la didattica a distanza (o digitale integrata) definita fredda e insufficiente nell’emergenza, viene prevista come parte integrante del percorso scolastico ( quando farà comodo..);
  • si decide di attuare il sistema integrato 0-6 di renziana istituzione, fulgido esempio di come le risorse per la scuola pubblica verranno spartite con il terzo settore, con le scuole private e paritarie;
  • si stanziano 510 milioni di euro per attività estive estemporanee e indesiderate ( almeno da docenti e studenti), non obbligatorie ma con intenti riparatori alle mancanze prodotte dal lockdown.

Questo piano per l’estate, non serve. È una prova generale di revisione dei contratti degli insegnanti e dell’impianto stesso del funzionamento scolastico. Le cose che servono davvero non sono nell’elenco delle priorità, evidentemente.
Serve garantire la sicurezza del prossimo anno scolastico, stabilizzare il personale, ridurre il numero di allievi per classe, effettuare le manutenzioni degli edifici, estendere la diffusione ed il funzionamento della scuola dell’infanzia statale.

Insomma, qualsiasi cosa, tranne rispondere alle necessità vere, reali della scuola pubblica, mascherando con fiumi di retorica ed ipocrisia interventi del più gretto liberismo. Tutto sempre sulla testa delle lavoratrici e dei lavoratori della scuola, mai interpellati seriamente da nessuno, che non trovano adeguata voce nei maggiori sindacati e si vedono ridotti a puri esecutori di disposizioni che rispondono ad un ‘ idea di scuola sempre meno scuola e sempre più “ servizio, all’impresa”.

Loretta Deluca

Insegnante Torino. Collaboratrice redazionale di Lavoro e Salute

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