Il tumore maligno della sanità integrativa

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I promotori finanziari ci hanno raccontato che l’assistenza sanitaria integrativa sarebbe stata una forma di tutela assicurativa che avrebbe permesso di integrare, o sostituire in particolare casi, le prestazioni pubbliche nell’ambito del servizio sanitario.

Avrebbe salvato il servizio sanitario dalla sua insostenibilità (viene detto che con l’allungarsi della speranza di vita non si può dare tutto a tutti), – Per avere maggiori possibilità e in tempi brevi (=evitare le liste di attesa), di fare tutte le visite, esami e prestazioni sanitarie, – Per fare prestazioni sanitarie “preventive” (ovvero visite, esami, somministrazione di farmaci a scopo di mantenimento e controllo della propria salute.

Una narrazione che ha trovato immediatamente sostenitori delle forze politiche di governo e del Parlamento bipartisan, di intermediari finanziari, delle centrali cooperative, delle grandi aziende, dei sindacati confederali, di intere categorie di professioni, anche nella Sanità, uniti nella richiesta di farne da subito un “secondo” concorrente al SSN. Ovviamente Confindustria e Confcommercio hanno messo in campo tutto il loro peso per renderlo vero e proprio Sistema.

In realtà, come già prevedevano i molti critici I fondi sanitari integrativi sono diventati prevalentemente sostitutivi, aumentano le diseguaglianze e medicalizzano la società, spacciando per “pacchetti preventivi” prestazioni inappropriate che possono danneggiare la salute delle persone. Nel frattempo gli incentivi fiscali di cui beneficiano i fondi alimentano i profitti delle assicurazioni.

Il primo risultato è stato quello di alimentare, alla luce del sole, Il business della sanità integrativa, e per garantire la propria sopravvivenza e sviluppo, inducono i cittadini a consumare un numero di prestazioni che permetta loro di avere ricavi sufficienti. Questi servizi sanitari privati finiscono così per aumentare il bisogno dei cittadini di consumare prestazioni anche non necessarie per la salute (quando non dannose), ma fondamentali per il mantenimento degli utili. All’aumento dell’offerta di prestazioni anche non necessarie fa così seguito un aumento della domanda.

Un fiume di denaro pubblico sotto forma di incentivi fiscali alimenta profitti privati senza integrare realmente l’offerta dei livelli essenziali di assistenza, permettendo l’espansione di un servizio sanitario “parallelo” che aumenta le diseguaglianze, non riduce la spesa delle famiglie e alimenta il consumismo sanitario. La crisi di sostenibilità del servizio sanitario nazionale e la grave carenza di personale impongono alla politica di spezzare questo circolo vizioso indirizzando queste risorse al rilancio della sanità pubblica, evitando di rendersi complice della sua privatizzazione. Quindi risulta inconfutabile (ma i promotpri e i sostenitori lo faranno sempre con la spregiudicatezza di chi ha in mano
il sistema di informazione) i “fondi sanitari” alimentano il consumismo e possono danneggiare la salute.

Lavoratrici e lavoratori ci guadagnano?

Non è così: il welfare aziendale si sta sviluppando grazie alla defiscalizzazione. La conseguenza di quest’ultima per un lavoratore che aderisca (volontariamente o meno) a un fondo è un risparmio di circa il 10%; per l’azienda, invece, il risparmio si aggira attorno al 40%.
Si potrebbe dire che il 10% è meglio che un calcio in bocca. Peccato, però, che per il lavoratore si tratti di una partita di giro.

Spieghiamoci meglio: se lo Stato defiscalizza, riceve minori entrate fiscali e, quindi, destina meno fondi a istruzione, sanità, pensioni e welfare universale. In conseguenza diminuisce le prestazioni a favore dei cittadini, innalza i ticket sanitari, diminuisce la spesa per la scuola, aumenta a dismisura le tasse universitarie e porta l’età pensionistica oltre i 70 anni.

In pratica ci spingono a destinare i nostri soldi verso il business del welfare privato in modo da smantella re sempre di più lo stato sociale pubblico universale. In conseguenza ci fanno pagare due volte lo stesso servizio, una volta con le tasse sul reddito, un’altra con la contribuzione ai privati.
Ad esempio nei contratti di lavoro si stabilisce di dare meno (o nullo) salario per fornire un’assicurazione sanitaria integrativa (e altre forme di cd Welfare).

Le assicurazioni sanitarie si sono diffuse enormemente grazie agli ultimi contratti collettivi nazionali di lavoro di questo decennio e coinvolgono ora almeno 11 milioni di lavoratrici e lavoratori.

Non è il frutto di contrattazione collettiva ma di pratiche silenti degli stessi sindacati. In questo quadro le OSS sottovalutano “le contro-indicazioni del farmaco in uso, rispetto alla questione del welfare aziendale” e la miopia politica aggravalo stesso peso della già poca contrattazione esistente.

Le prestazioni dei FS non sono solo integrative, ma in maggioranza sostitutive

  • Le prestazioni dei cosiddetti FSI sono per più del 50% sostitutive di analoga offerta SSN: proprio ciò che la legge istitutiva si prefiggeva di evitare.
  • I Fondi diventano induttori di prestazioni
  • Per sopravvivere/assicurarsi il futuro, i FSI tendono, come gli erogatori pagati a prestazione e come molti produttori di tecnologie mediche, a indurre prestazioni non necessarie, comunque fonte di ricavi/guadagni anche per loro.
  • Ciò include il business dell’offerta di “prevenzione medica” non validata, fonte di disease mongering per eccellenza (check-up, batterie di test che inducono,…). Finiscono di fatto per essere nuovi induttori, oltre a quelli strutturali: produttori di farmaci, dispositivi/altre tecnologie sanitarie, ed erogatori pagati a prestazione dal SSN o in libera professione.
  • Lungi dall’alleggerire, in base ai dati, rendono ancor più precaria la sostenibilità di un SSN, anche perché, con la crescente offerta di prestazioni sostitutive, preparano fuoriuscite dal SSN di chi versa più contributi e in proporzione costa meno (con più costi/meno risorse e protezione per chi resta).

Chi gestisce i soldi dei lavoratori?

Le compagnie assicurative svolgono ormai il ruolo di gestori: con una rete capillare di erogatori privati e propongono “pacchetti” di prestazioni che alimentano il consumismo sanitario, facendo leva sulle inefficienze del SSN (in primo luogo i tempi di attesa) e su un concetto distorto di prevenzione (più esami = più salute).

Ad esempio l’Assicurazione “Metasalute” che gestisce la sanità ntegrativa dei metalmeccanici e dice che le polizze, obbligatorie da contratto collettivo di categoria i perché basati su silenzio-assenso, vengono unilateralmente riviste al ribasso, senza possibilità di recesso.

Pesante taglio alle prestazioni in assistenza diretta, riduzione delle diarie per le riabilitazioni e alle cure odontoiatriche, fine delle cure gratuite per i familiari non a carico, e introduzione di un ticket: 15% nei casi degli interventi chirurgici, il 35% per le spese odontoiatriche e il 30% per le visite specialistiche e la diagnostica.

Metasalute è un istituto contrattuale abbastanza recente, parte nel 2012 quando il fondo è istituito dal contratto di lavoro firmato all’epoca solo da Fim e Uilm, al carro della CISL, poi assunto anche dalla Fiom.

L’assicurazione dei metalmeccanici viene stesa nel 2016. Sulla carta ai metalmeccanici – quasi 2 milioni di lavoratori più le loro famiglie – sarebbero stati forniti di sei diversi piani assicurativi per saltare le estenuanti liste di attesa pubbliche e avere anche benefit come il dentista gratis con il “voucher salute”. Sono €156 in più all’anno, pagati direttamente dalle aziende a condizione da parte dei sindacati a rivendicazioni di aumenti in busta paga. Nel consiglio di amministrazione, oltre a rappresentanti delle tre sigle sindacali firmatarie del contratto, siedono la confindustria e gli enti gestori, attori che oggi hanno deciso i tagli alle prestazioni sanitarie e la cancellazione di quelle sociali.

In sintesi, cosa si è ottenuto con la sanità integrativa appioppata alle lavoratrici e ai lavoratori?

a) Viene falsificato il concetto e la pratica della PREVENZIONE che vuol dire evitare che si producano malattie e disagi. Il suo obiettivo è quello andare alle cause che fanno perdere la salute. Ad esempio non essere esposti ad inquinamento ambientale o lavorativo. Non saranno i chek up o gli screening non validati a garantire più salute.

b) I circa 300 erogatori di prestazioni sanitarie integrative o sostitutive portano ad adottare lunghe e complesse pratiche burocratiche piuttosto che dedicare tempo da parte degli operatori, medici e infermieri compresi, alle cure e alla relazione con i pazienti

c) Aumentano le diseguaglianze: Possono ottenere forme di sanità integrative coloro che hanno possibilità contrattuali (sono in aziende o luoghi di lavoro di una certa entità, o i professionisti con consistenti entrate), restano fuori i precari, i disoccupati, i lavoratori di piccole aziende: nella sostanza la maggioranza della popolazione che però deve coprire con le proprie imposte le esenzioni fiscali di chi ottiene la ottiene.

Oggi, qualcuno tra i fautori di ieri, ammette che il welfare aziendale, i Fondi sanitari, la sanità integrativa o complementare ha favorito gli interessi privati nella sanità e ha contribuito ad affossare il Servizio Sanitario pubblico con soldi presi dalle tasche delle lavoratrici e dei lavoratori per smantellare il diritto egualitario alla salute?
Che le Assicurazioni sanitarie e struttiure private, per garantire i propri profitti, inducono i cittadini a consumare un numero di prestazioni che permetta loro di avere ricavi sufficienti, con l’obiettivo di aumentare artificialmente il bisogno dei cittadini di consumare prestazioni anche non necessarie, e spesso dannose, per la salute?
Forse dovrebbe rispondere BancaEtica che buon ultima si associa al carro con un suo piano di sanità integrativa. Povera etica!

Franco Cilenti

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