La frontiera attraverso la parola di chi attraversa

Storie di viaggio, violenza e resistenza

Roberta Derosas 1

Attraverso le testimonianze dirette di tre persone migranti – Johanna, Benedicta e Djibril – che raccontano le loro esperienze di viaggio, violenza, resistenza, umanità, questo testo esplora la frontiera di Lampedusa, spazio simbolico e concreto di transito, luogo di sbarco, confine esistenziale. Il testo si propone di restituire voce e dignità alle persone migranti, troppo spesso ridotte a cifre o oggetti amministrativi.

Ascoltando i loro racconti, emergono i traumi vissuti come la tratta, le violenze in Libia, le traversate nel Mediterraneo, ma anche la forza e la resistenza che animano ogni percorso migratorio. Il testo invita a trasformare lo spazio di frontiera in luogo di ascolto attivo e umano, capace di riconoscere la soggettività di chi attraversa al di là di emergenza e gestione tecnica dell’accoglienza.

In questo testo, si intende lasciare spazio a storie individuali che raccontano esperienze collettive, riportando le parole di chi ha compiuto l’azione di varcare i confini.

Si vuole facilitare la comprensione del vissuto migratorio che si incide nella carne, tramite l’ascolto dei diretti protagonisti, permettere di capire cosa accada quando corpi migranti e frontiere si incontrano: in questo modo, sarà forse possibile avere un’idea di chi sono le persone che sono spesso descritte tramite cifre. Sono trasformate in dati, perché, troppo spesso, quando si parla di percorsi migratori, di traiettorie, di morti e di arrivi, la parola di chi ha vissuto ognuna di queste esperienze viene messa a tacere e si ascoltano i numeri.

Sono rese anonime queste persone, come molti dei corpi recuperati dai naufragi. Eppure, è necessario ricordare che il corpo migrante è un soggetto: determinato da una scelta che lo ha spinto a partire e che ha deciso, proprio perché tale, di intraprendere un percorso che si è dispiegato facendosi, costituito da speranze, violenze, idee, immagini, che devono essere ascoltate.

Prestare davvero attenzione e ascolto a queste voci significa andare oltre i confini della frontiera e ampliare gli orizzonti di una visione che, diversamente, rischia di essere limitata e insufficiente perché narrazione sull’altro.Raccontare i corpi migranti e il loro rapporto con la frontiera, deve, quando possibile, includere la narrazione di queste persone. Qualunque essa sia: per immagini, per parole.

In questo testo, attraverso la testimonianza di tre persone, la frontiera di Lampedusa, quella liquida del Mediterraneo Centrale, quella terrestre dei moli è il luogo-non-luogo raccontato. 

Lampedusa è luogo di transito e non ha vocazione a diventare terra di residenza, primo punto di arrivo in Europa per molti corpi migranti. Quest’isola che emerge solitaria nel cuore del Mediterraneo centrale, coi suoi 20 km quadrati, rappresenta spesso la fine di un percorso e l’ennesimo inizio di un processo complesso, personale, doloroso per le persone in movimento.

Loro, meglio di chiunque altro, possono dire come hanno bruciato le frontiere e cosa questo abbia generato in loro. Protagoniste, dunque, dell’attraversamento, mi hanno fatto parte, nel corso della mia attività di operatrice sociale, della loro intima storia. Ascoltarle, permette di addentrarsi nell’esperienza migratoria incarnata: un percorso esistenziale, che abita tempi e spazi complessi.

Le loro testimonianze dirette permettono di ascoltare il corpo migrante nella sua complessità, sottraendosi all’operazione limitante della narrazione che si fa di lui: è la persona che racconta se stessa.

Le parole di Benedicta, Johanna e Djibril 2 sono state ascoltate in contesti diversi. Queste persone hanno portato e continuano a portare a distanza di anni dalla partenza, sul loro corpo e nell’anima, i segni profondi delle frontiere che hanno attraversato. Quella libica più di ogni altra. 

Voci di tre persone. Due donne, un uomo. Sono nigeriane Johanna e Benedicta, appartenenti a una comunità installata a Marsiglia, diventata fulcro della mafia nigeriana, centro di traffico di esseri umani e tratta ai fini dello sfruttamento sessuale.

Di queste donne ho ascoltato molte storie, dal 2016, in particolare: vittime della tratta che, dopo essersi sottoposte a riti voodoo che ne hanno spesso mutilato il corpo 3 (o che così le hanno fatte sentire) hanno attraversato il Mediterraneo, partendo da porti diversi della costa libica per approdare, molte ore, o alcuni giorni dopo, a Lampedusa.

L’intervista alla prima risale al 2022, la seconda al 2020 e si tratta di trascrizioni legate a procedure amministrative. Di narrazioni che ritracciano quello stesso percorso e la violenza che lo ha contraddistinto, ne ho ascoltate molte, ma ho scelto quelle di Benedicta e Johanna perché il legame stretto con loro e la chiarezza della loro narrazione fanno parte degli incontri più significativi che io abbia fatto nel mio percorso professionale.

La terza persona è Djibril, etiope, l’unico che ho potuto intervistare recentemente (novembre 2024) e che mi ha fatto parte della sua esperienza di attraversamento, partendo dalla Libia per arrivare in Europa. Era il 2006. 

Se il suo racconto appare in questo testo, oltre all’intensità e alla lucidità della sua narrazione, c’è un’altra semplice ragione: Djibril narra, dopo quasi 20 anni dal suo arrivo, la sua storia e mostra come questa si ripeta ancora e ancora, nonostante il tempo trascorso dal suo sbarco avrebbe potuto e dovuto cambiare il corso delle cose.

Nel frattempo, ci sono stati naufragi terribili che, almeno all’apparenza paiono aver cambiato la vita solo delle persone che li hanno vissuti, di chi era lì in quel momento, di chi ha salvato, di chi è stato spettatore di quei corpi macerati e restituiti dalle acque del Mediterraneo sulle coste dell’isola.

In tutte le tre interviste, Lampedusa è la frontiera di riferimento: nei racconti di Djibril, Benedicta e Johanna il Molo Favaloro, il mare, il molo Favaloro, sono la frontiera di Lampedusa. 

Dopo aver trascritto parte delle voci di queste tre persone migranti, si cercherà di tirare le fila tra le parole e i pensieri condivisi per fare emergere i temi più importanti.

La parola ai corpi migranti

Johanna

Per comprendere la storia di Johanna 4 e i suoi racconti sono necessari alcuni elementi di contesto. Johanna è una donna nigeriana, arrivata a Marsiglia nel 2018, dopo un lungo e disumano percorso di violenza e sfruttamento in Nigeria, ripetuto durante il suo tragitto migratorio in Niger, reiterato senza sosta in Libia. L’incontro con questa giovane donna avviene nell’ambito di una identificazione ufficiale svolta a Marsiglia come vittima di tratta ai fini dello sfruttamento sessuale a richiesta dell’assistente sociale che si occupa di lei nel centro in cui la donna vive.

La finalità dell’intervista, oltre alla sua identificazione ufficiale come vittima di tratta 5, è anche quella di sporgere denuncia contro la rete di sfruttatori che ancora la minaccia. Prima di lasciare la Nigeria, Johanna fa un rito Juju.

Durante i numerosi scambi con lei, di cui riporto qui gli elementi salienti, mi racconta della paura che ha provato prestando giuramento alla dea Ayelala, della sua incapacità di capire cosa stesse succedendo 6.

E poi ricorda i luoghi: dalla stazione dei bus di Kano, col suo brulicare di gente che parte, alla frontiera con il Niger, alla connection house in Libia, alla permanenza forzata in Libia e al suo sfruttamento, fino ad un passaggio terribile in mare. Si riportano qui alcuni stralci dell’intervista, che ha avuto luogo in momenti diversi 7.

R: dev’essere stato terribile passare nel deserto (in riferimento al passaggio in Niger e poi in Libia)
J: non auguro a nessuno di vivere quello che ho vissuto. Di vedere quello che ho visto. Eravamo animali. Chi cadeva dal pick up era finito. Lo lasciavano là, nel deserto. E solo questo si vedeva. Ovunque fossimo, sabbia e nulla altro. Abbiamo fatto pochissime pause durante quel viaggio. Ogni volta le guardie sceglievano donne da violentare. Ci picchiavano, avevamo sempre le armi contro di noi. Una volta, una persona che si era giusto allontanata per fare i suoi bisogni… sai siamo ripartiti… l’hanno lasciata lì, a morire in quel deserto. Capisci?

Johanna mormora parole da sola, il suo sguardo si perde. Si mette una mano all’orecchio.

R: cosa succede?
J: ci sono voci nella mia testa. Sento le parole, le urla. Mi perdo. Certi giorni, esco di casa e solo quando sono fuori, mi accorgo di essere completamente nuda. Di essere uscita così, senza vestiti.

Mentre parla, le lacrime le scorrono sul volto, senza che la sua voce sia rotta dal pianto. Colano, fanno pensare al sangue che sgorga da una ferita aperta. Le dico che è con noi, che non è in pericolo, che non è sola. Cerchiamo, con la collega, di riportarla al qui ed ora, a questo momento presente: di ristrapparla a quell’inferno che sembra un buco e da cui lei pare risucchiata.

Ha bisogno che le sue parole trovino spazio, che riprendano un ordine logico. Ha bisogno che le voci tacciano, di comprendere che il deserto e gli uomini che lì si sono persi, sono dietro di lei, fanno parte di un passato che è alle sue spalle. Ma, in quel momento, è proprio in quella voragine.

Di questo breve racconto, ho poco da aggiungere, se non la percezione del dolore che il corpo di Johanna ha subito: l’ingiuria, la violenza, il terrore le sono rimaste radicate addosso nel passaggio che si è dilatato all’infinito senza permetterle di arrivare mai veramente a destinazione.

Benedicta

Incontro Benedicta nel 2019 a Marsiglia. Si presenta nel mio servizio insieme alla figlia di 4 anni. Lei ne ha solo 16. Mi racconta la sua storia nel corso del tempo. Qui di seguito si riporta uno stralcio del racconto da lei fatto per richiedere formalmente asilo in Francia, qualche mese dopo il nostro primo incontro 8

Due giorni dopo, con Cynthia abbiamo preso un autobus per Abuja e poi per Kano. Alla stazione degli autobus abbiamo incontrato il contatto di Emelyne, che ci ha caricato su una moto e ci ha fatto attraversare il confine con il Niger la mattina presto. Un altro contatto ci ha caricato su un grande autobus: era molto affollato e siamo arrivati ad Agadez. Sono rimasta per 2 giorni in una connection house ad Agadez.

Tutti erano ammassati: c’era molta confusione, uomini, donne, bambini, tutti mescolati insieme. Non eravamo liberi, era come una prigione, come un formicaio che non si svuotava mai. Fuori dalla casa c’erano uomini arabi armati che facevano la guardia. Ma Emelyne aveva pagato il nostro viaggio e questo ci garantiva una sorta di “protezione”. 

Poi Cynthia e io siamo partiti per la Libia. Molti di noi sono saliti su un pick-up la mattina presto. C’erano circa 26 persone nel pick-up. Durante il viaggio ci siamo fermati diverse volte, a quel punto abbiamo cambiato autista libico, alcuni dei quali erano armati. Alcune persone sono morte durante il viaggio. (Alcuni erano malati). Li hanno buttati fuori dal veicolo. Come le cose. Abbiamo impiegato 3 giorni per arrivare a Sebha. Ci siamo fermati in una casa a Sebha, un’altra casa di collegamento. 

Credo che due uomini del Ghana e una donna nigeriana controllassero la casa di collegamento. Eravamo circa 50 persone. Sono rimasto a Sebha per una settimana. Non so come, ma un altro Boga mi ha “prelevato” con un pick-up per andare a Ben Ulid. Lì le donne venivano regolarmente violentate. Il viaggio è durato circa 24 ore e sono rimasta in un’altra casa di collegamento per circa 4 giorni prima che un altro Boga mi venisse a prendere. Da lì un altro Boga è venuto a prendermi, solo io. Lui è rimasto a Ben Ulid e io sono stata portata a Tripoli. 

Sono rimasta circa un anno in Libia e a Tripoli, in un ghetto chiamato “Gargaresh“, ho dato alla luce mia figlia G. Sono riuscita a sopravvivere in quel luogo grazie a un uomo ghanese che si è preso “cura di me“: gli avevo promesso che una volta arrivata in Italia, avremmo potuto sposarci. Ma ho perso ogni informazione su di lui, è partito due settimane prima di me e non ho più avuto sue notizie.

Voglio precisare che quasi nessuno si è accorto che ero incinta. Avevo una pancia molto piccola, il che mi ha permesso di tenere segreta la mia gravidanza. Poche donne lo avevano capito nel ghetto. Mi facevano paura, inoltre, dicendomi che le gravidanze nelle ragazze giovani sono molto rischiose. Avevo paura. L’11 dicembre 2016, ho partorito nel ghetto e alcune donne mi hanno aiutato. G è il nome che ho dato a mia figlia.

Nell’aprile del 2017, avevo quasi 14 anni, e finalmente siamo partiti per la costa, a Sabratha, dove ho trascorso inizialmente due giorni. Un giorno, un uomo è venuto a svegliarci per prepararci a partire alle 4 del mattino. Non faceva davvero caldo, il tempo non era ideale. Tutte le persone che dovevano attraversare con me erano divise su tre piccoli battelli di fortuna. Durante il nostro tragitto, mentre eravamo ancora molto vicini alla costa, abbiamo scoperto che ogni barca perdeva, e siamo riusciti a tornare sulla terraferma.

Penso che eravamo tra le 150 e le 200 persone su ogni barca. Abbiamo aspettato qualche giorno e, alle 5 del mattino, abbiamo ripreso il mare. Sempre tre barche, ma la maggior parte delle persone non era più la stessa. Una delle barche è affondata rapidamente, e alcune persone sopravvissute sono salite sulla nostra. Penso che eravamo circa 250 persone sulla mia. Alcune persone indossavano il rosso, perché sappiamo che sono più visibili, ma io no.

Poi le “scorte” (le persone che ci guidavano fino al “grande mare“) ci hanno lasciati. Ad un certo punto, mentre eravamo persi in mare, la barca oscillava sempre di più a causa delle onde e della quantità di persone sulla piccola imbarcazione.

Avevo una paura terribile per me e per il mio bambino. Piangevo e dicevo “Sto per morire“. Pregavo. Infatti, ho pregato per tutto il tempo che Dio ci proteggesse, che mi permettesse di arrivare, che lasciasse a mia figlia la possibilità di vivere.

G piangeva continuamente, ha dormito solo 5 minuti durante il viaggio e ha pianto per tutto il resto del tempo. È stato catastrofico, perché rapidamente il nostro motore si è rotto, e dipendevamo dalle correnti per muoverci. Abbiamo perso ogni contatto con l’altra barca e non ho mai saputo cosa sia successo alle altre persone che avevano tentato la traversata con noi.

Ricordo l’odore di urina. E di vomito. Avevo sete, terribilmente sete. Abbiamo passato quasi un giorno nel “lapalapa” (il battello): siamo stati salvati da una grande nave. All’inizio ci hanno lanciato dei giubbotti di salvataggio, poi una piccola “barca” è venuta per salvare prima i bambini. Non ho capito cosa stesse succedendo, ma avevo una paura terribile.

C’erano solo due bambini sulla barca: G è stata salvata rapidamente insieme all’altro bambino. Ho dovuto restare ancora più tempo sulla barca, stavo impazzendo perché il mio bambino era scomparso e io non ero lì con lei, altri soccorritori sono venuti a chiedermi di calmarmi e mi hanno detto che avrei ritrovato il mio bambino sulla nave più grande.

Tutte le persone che erano sulla nostra barca sono riuscite a sopravvivere. Non so cosa sia successo all’altra imbarcazione. Poi i soccorritori ci hanno fatto alcune domande, poi ci hanno dato cibo e coperte. Abbiamo trascorso tre giorni su quella grande nave fino al nostro arrivo a Lampedusa. Mi sono sentita svuotata, ma al sicuro. Avevo la sensazione di galleggiare… come se tutta la mia vita galleggiasse, come la barca sul mare.

Le parole di Benedicta sono importanti perché, oltre a rivelare la realtà individuale di una persona migrante, evidenziano traumi e dinamiche comuni durante il viaggio. Svelano l’odissea propria a molte persone che attraversano i confini, un percorso fatto di soprusi, violenze, dolore, resistenza, speranza, lotta.

Nella descrizione del viaggio in mare, nella traversata nel Mediterraneo si raccontano paura, caos e speranza di sopravvivenza. Il récit simboleggia la condizione delle persone migranti in transito e parla, ugualmente, della lotta per la dignità e il riconoscimento della vita. Ascoltare davvero le parole di Benedicta restituisce una dimensione di umanità a tutte le storie dei corpi migranti e permette di comprendere meglio il loro rapporto con le frontiere.

Djibril

Anche nel caso di questa intervista, come già fatto per le due precedenti, si è deciso di riportare un lungo stralcio del racconto di viaggio, che ha avuto luogo nel 2006. A quasi 20 anni di distanza, le violenze che le persone migranti subiscono e i percorsi non sono cambiati di molto. I temi di riflessione nella sua intervista sono moltissimi. Djibril racconta qui il suo viaggio, attraverso il Mediterraneo, in balia delle onde, e poi l’arrivo a Lampedusa.

Djibril, prima di imbarcarsi dalla Libia, è stato venduto più volte, scambiato per soldi. Merce di scambio tra trafficanti. 

Stavo pensando da dove iniziare […] Quello che voglio dire è che questa esperienza ha avuto un’importanza enorme, in qualche modo ha modificato il mio approccio alla vita, aprendo nuove porte, nuove possibilità. Dopo aver vissuto tutto questo, mi sono reso conto che ci sono stati dei cambiamenti anche nelle leggi, nell’approccio che la gente ha verso certe situazioni.

Ti raccontavo di quando ci trovavamo sulla barca, quando vedevamo le luci allontanarsi, come se il mare stesso ci stesse separando dalla terraferma. Non avevamo una bussola, eravamo senza orientamento. Era come navigare al buio, senza poter leggere nemmeno le stelle. Non sapevamo dove stavamo andando, se ci avrebbero salvato o meno. La paura era grande, ma il bisogno di andare avanti lo era ancora di più.

La prima notte fu un momento critico. Vedevamo una barca in lontananza, e ci siamo accorti che ci stavano osservando. Pochi minuti dopo, ci passarono accanto, e così il nostro salvataggio sembrava imminente. Ma quando ci avviciniamo alla barca, per un attimo, pensavamo che ci stessero per respingere. Poi, improvvisamente, il mare ci allontanò da loro. Non sapevamo più se stavamo andando verso Lampedusa o verso altri confini. La confusione aumentava.

Il giorno successivo, quando il peschereccio si allontanò, capimmo che la situazione era ancora incerta. Non avevamo idea di dove saremmo finiti, se saremmo stati salvati o riportati indietro. La tensione cresceva mentre il mare ci sembrava infinito.

Nel frattempo, scoprimmo che c’era una piattaforma nel mare, probabilmente un punto di controllo per il confine. Ma non ci fermammo. Continuammo a navigare con la speranza che qualcuno ci avrebbe soccorso.

Il terzo giorno arrivò l’elicottero. Ci sembrò di essere osservati da lontano, come se qualcuno stesse cercando di capire chi eravamo, cosa stavamo facendo, e quanti eravamo. Uno dei membri del gruppo, un ragazzo di dieci anni, cercò di attirare l’attenzione, ma nessuno sembrava disposto ad aiutarci. Dopo qualche ora, la Marina Militare arrivò finalmente.

Quando ci affiancarono, ci diedero delle indicazioni. La comunicazione era difficile, non parlavamo la stessa lingua, ma cercavamo di spiegare che avevamo bisogno di aiuto. Alla fine, fu un processo lungo, ma riuscimmo a salire sulla nave di salvataggio.

 Intanto sono state queste… e poi di cosa hai e cosa non hai dal punto di vista sanitario… non c’è stato ma io li… abbiamo visti al molo che sono arrivati chiedendo la nostra situazione: a chi si sentiva male veniva messo via e così. Per quanto riguarda invece l’arrivo… l’arrivo è più… più se ti racconto dal punto di vista emotivo… e era un paraturismo … e sai che non vorresti trovarti in quella situazione dove irrompi o in una situazione in qualche modo che non combacia con il territorio e non hai accesso tra l’altro e quello è stato un momento imbarazzante con tutte le camere, foto, presenti quindi in qualche modo diventi un evento che non vorresti essere o non c’è questo in qualche modo c’è un baraccone una specie di… non vorrei che sia una scena di un crimine che è accaduto e quella scena o quella situazione viene ripresa dalle telecamere e dai fotografi… ma cosa è capitato in questa scena…

Arrivando al porto di Lampedusa, ricordo la sensazione di imbarazzo. Mi sentivo come se non dovessi essere lì, come se quella non fosse la mia destinazione finale. Al porto, c’erano molti giornalisti, ma anche la Croce Rossa e la Guardia Costiera, che ci accoglievano. Ma io non capivo veramente cosa stesse succedendo. Nessuno spiegava nulla. Sentivo il peso dell’incertezza, della confusione.

Ci avevano fatto scendere dalla nave, ma non sapevamo dove ci stessero portando. Poi ci portarono in un centro di accoglienza. Ricordo che ero molto stanco, ma dovevamo scrivere una sorta di dichiarazione per chiedere asilo. Non c’era un vero supporto, tutto era veloce, come se fosse un procedimento burocratico, senza alcuna attenzione per le nostre storie.

e provarti già in via perché ero orgoglioso: la prima volta mi sono beccato una espulsione nel deserto e la seconda invece non mi sono più fermato… ho dovuto in qualche modo pensare a cosa che ti obbliga di diventare con il tuo essere per poter attraversare una situazione inspiegabile; quindi, l’orgoglio d’essere non criminali nel considerarsi non criminali e quindi il tuo carattere e quindi sono anche dei dettagli che non ti sei mai immaginato di … così nei dettagli. 

Ok per un viaggio, uno si prepara, ma non per un arrivo magari no, un arrivo è vero.  Io, mi sono preparato. Un ragazzo in Libia che non poteva partire (ancora non aveva soldi) mi ha dato una maglietta, perché in qualche modo il resto che hai nel deserto l’hai consumato e messo male e quindi questa maglietta particolare è anche un modo per entrare… non so… per arrivare bene, no? Come per quando ti prepari a un evento, ma scopri che sei tu un evento…

Allora, arrivi…c’era Croce Rossa… c’era il resto… sono la guardia costiera che ti accompagna che ti fa scendere …quindi sotto questo non c’era non so se c’erano i tetti (Qui si fa riferimento alle tettoie costruite al molo qualche anno dopo), ma ci siamo seduti per terra. E ci fotografano, ci filmano…E l’imbarazzo è tutto questo, cioè, stare seduti per terra: in qualche modo… nella tua presentazione nessuno vorrebbe. Nessuno in quella barca non solo io che lo sto esprimendo, vorrebbe farsi una fotografia di quel momento. 

Poi… sono stato orientato da un funzionario del UNHCR… che ti fa “è la nostra struttura e l’asilo politico”, cioè, tu sei arrivato, la testa apposta non so se è lo stesso giorno o il giorno dopo, comunque, è una situazione dove tu devi ancora riflettere, pensare, riposarti, non sei in una posizione allora lì puoi scrivere. ho dovuto scrivere (la mia storia) appena arrivati e chiedendo l’asilo politico… era semplicemente una fretta che non serviva, non aiutava, soprattutto le persone che avrebbero chiesto l’asilo politico.

Questo è un punto e c’è stato detto di aspettare…. l’attesa perché c’erano tante persone e quindi i campi nei centri territoriali che dove venivano smistati erano pieni quindi l’unico rimasto era Trapani quindi se siamo in fretta di andare in alto. Questo funzionario, tra l’altro, spagnolo era dell’UNHCR ci diceva che quella commissione del Trapani è dura quindi in qualche modo cercava di suggerire che sarà dura, ma se avete fretta vi mandiamo lì. Abbiamo detto sì andiamo lì, perché era più di dieci giorni e stavamo lì e siamo andati lì mentre ci sono le altre zone, Crotone, Foggia che erano molto meno rigidi

nella buona parte dei miei amici, c’era questa preoccupazione… e la fretta di portarti via le impronte, anche questo… c’era un po’ di casino che creava l’attesa. più che altro è non sapere quanto e cosa succederà… dopo l’attesa questa frustrazione, quando invece non sai, la sensazione cresce di essere parcheggiato, dimenticato, può essere anche da operatori sanitari, sociali, OnG sono uguali

Le frontiere…quelle liquide… se le frontiere cambiano diventano diverse… per forza si piegano per riuscire a attraversare questa frontiera, questo piegare e avanzare vuol dire anche ferirsi o anche correre, nascondersi, ma tutto è un modo che sia istantaneo in quel momento che rimane ma è un istinto che maturi in te stesso. Immagina quante persone avranno provato, quante volte come queste prove avranno in qualche modo formato il confine, cioè, vivere la frontiera dall’altra parte. Certo che le persone che arrivano cambiano anche la frontiera.

Basta vedere i recinti, oltre a quella liquida. Ci sono recinti. Oltre a questo, che noi immaginavamo c’era altro quando siamo arrivati. Noi (dopo lo sbarco) eravamo vicino all’aeroporto quindi vicino all’aeroporto se scoppia un incendio i voli per Lampedusa che la sopravvivenza di Lampedusa sarebbero in qualche modo interrotte però più si va avanti più si è voluto creare un altro spazio per contenere le persone, quindi anche il territorio e le frontiere stesse. Cioè, intanto, forse, non esisteva neanche una frontiera, si è creata una frontiera a causa della frontiera forse …

Perché non c’erano barriere, forse sono diventate barriere, quindi hanno modellato, certo hanno forzato a chiudersi, hanno forzato i paesi a recintarsi. Si pensa sempre di aver escluso, ma è anche vero che uno si è auto ricentrato intorno, non è detto che ti stai autoricentrando davvero… da una parte all’interno abolisci confini, dall’altra invece ti stai facendo un recinto e non stai solo escludendo ma ti stai richiudendo, escludendo.

Cosa dicono le parole ascoltate?

Molti elementi emergono da queste storie: disumanizzazione, violenza, la mancanza di riconoscimento come esseri umani. Il corpo è mortificato, violentato, trattato come un oggetto e la violenza sessuale è strumento di controllo e potere. 

Il terrore di non sopravvivere al viaggio è costante e questo ha un impatto talmente potente da costringere la persona a rifugiarsi nella decompensazione psichiatrica. La morte è onnipresente, anche quando non è nominata. La perdita, di sé, dell’altro è costantemente presente.

La paura è presenza che accompagna, che attraversa la frontiera e il mare, che non abbandona neppure dopo il salvataggio, prova ne sia che Johanna vive in piena dissociazione psicotica.

I racconti, però, contengono anche un elemento di speranza, filo conduttore che aiuta a superare l’impensabile, supportata dalla fede, unico elemento a cui aggrapparsi durante il dramma che si perpetua. Spesso le persone migranti non comprendono cosa realmente accada durante il salvataggio o lo sbarco, dicono di non saper leggere la realtà che si presenta ai loro occhi.

Chi arriva, chi sopravvive, prova vergogna, perché può sentire che la dignità che gli apparteneva gli è stata strappata, come i migliori vestiti che indossa, come scarpe perse nel viaggio, come sedersi in ginocchio in attesa di qualcosa che non si comprende.

Come già ricordato, dei loro racconti, il più lontano, quello di Djibril, risale al 2006. Da allora, cosa è davvero cambiato? Quel limine resta identico, nello spazio, nel tempo. La sua gestione si è modificata, inasprita, sempre più insaziabile di cifre urgenti e di organizzazione performante, senza che questo permetta davvero di migliorare le condizioni di accoglienza.

I corpi migranti sono oggetto di osservazione in mare, nelle operazioni di salvataggio, ai moli, durante gli sbarchi e nello spazio-tempo delle frontiere, in cui la possibilità di accogliere chi arriva è piuttosto rara, perché gestione e urgenza prendono il sopravvento su qualunque altra azione, le cifre prevalgono sugli incontri.

Negli spazi liminali, come lo sono le frontiere liquide e terrestri lampedusane, gli ostacoli sono molteplici, perché il tempo adatto per chiedere, costruire, fare domande si struttura o si improvvisa nel limine, al confine tra un naufragio e uno sbarco, tra un arrivo e una partenza ed esistono ostacoli significativi che influenzano le condizioni dell’accoglienza.

Non è il contatto diretto con le persone a rendere il momento difficile, ma la frenesia dell’arrivo, le condizioni meteorologiche, il tempo assente o eccessivamente dilatato, lo stato traumatico di molti, la fatica fisica, la disponibilità o meno degli operatori, talvolta il bisogno di essere assistiti fisicamente dal personale medico o i freni posti dalle forze dell’ordine.

Insomma: il molo o il ponte di una nave non sono (e non può essere diversamente) il luogo delle domande, ma devono lasciar posto agli incontri e all’ascolto. I luoghi liminali – come le frontiere lampedusane-, generano interstizi spaziotemporali in cui osservazione e ascolto attivi possono esistere e devono essere luogo di accoglienza, facendo passare in secondo piano inchieste e raccolta di dati.

Gli spazi di frontiera sono rapidi, frettolosi, contraddittori e i moli lampedusani ne sono un chiaro esempio. Forse sarebbe importante comprendere che è indispensabile trasformare in percorso l’emergenza che le persone vivono costantemente al confine e che, come tale, è gestita volontariamente.

Diventa essenziale capire che il prima e dopo l’attraversamento fanno parte della storia di una stessa persona, in movimento in tutti i sensi: fisicamente, psichicamente, mentalmente. Quella persona vive un processo di trasformazione, che la attraversa perché lei stessa attraversa, passando da una sponda all’altra. Di passaggio da un’identità a un’altra.

  1. Ho una lunga esperienza in ambito sociale tra Italia e Francia come operatrice e coordinatrice in associazioni che accolgono persone migranti e vittime della tratta ai fini dello sfruttamento sessuale. Ho fondato con compagni e colleghi italiani e francesi una rete transnazionale che si chiama Beyond the Borders. Da diversi anni svolgo azioni di osservazione e monitoraggio delle frontiere interne, in particolare Ventimiglia e Lampedusa. Il lavoro di osservazione ha fatto l’oggetto di lavoro della mia tesi di Master II livello in Diritto delle Migrazioni. A maggio parteciperò alla mia prima missione di Search and rescue nel Mediterraneo Centrale. Vivo a Marsiglia. ↩︎
  2. I nomi riportati sono di pura fantasia e i loro racconti sono qui raccolti con il loro consenso. ↩︎
  3. Ci si riferisce qui al celebre rito chiamato Juju nel quale si prevede che, per invocare la protezione delle divinità, alcune parti del corpo della donna (peli pubici, unghie, sangue) e il tutto si conserva in un apposito sacchetto e una parta viene data in pasto alla persona che subisce il rito, insieme a frattaglie di animali (generalmente il cuore di una gallina). Talvolta, durante il Juju, le donne subiscono scarificazioni o violenze sessuali. In questo modo, l’idea che viene veicolata è che la persona sia sotto completo controllo degli spiriti e che debba, dunque, obbedienza e devozione. ↩︎
  4. Si ricorda che il nome della persona è di assoluta fantasia, come quelli di tutte le altre persone riportate di seguito. ↩︎
  5. L’identificazione è “ufficiale” quando è svolta da un’associazione che è riconosciuta dagli organismi competenti (l’OFPRA e la CNDA in Francia) per la sua capacità di svolgere l’azione di identificazione. L’associazione per cui lavoro quando ricevo Johanna è ufficialmente riconosciuta per la sua expertise nel lavoro di identificazione e protezione di persone vittime di tratta. ↩︎
  6. Si fa riferimento, qui, ad alcuni elementi propri alla tratta nigeriana ai fini dello sfruttamento sessuale. Non si entrerà troppo nei dettagli, ma si ricorda che le donne nigeriane, prima del percorso migratorio e dell’arrivo in Europa, sono sottoposte a un rito Voodoo chiamato Juju, fatto con un Priest o un nativ doctor. Durante il rito, le donne sono costrette a prestare giuramento (“I swear”), generalmente in un tempio dedicato alla dea Ayelala, il più importante dei quali si trova a Benin City, in Nigeria. ↩︎
  7. L’intervista è stata fatta in inglese, si riporta qui direttamente la trascrizione in italiano. ↩︎
  8. Come nel caso di Johanna, anche per Benedicta l’intervista è riportata direttamente nella sua traduzione in italiano. La traduzione è stata fatta da chi scrive. ↩︎

30/4/2025 https://www.meltingpot.org/

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