A volte ritornano

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Allorquando, nell’ottobre del 2007, presso la Fieramilano, i 2.858 delegati alla prima riunione dell’Assemblea Costituente Nazionale del Partito Democratico elessero Romano Prodi (già fondatore dell’Ulivo) primo Presidente della stessa e formalizzarono l’elezione di Walter Veltroni a primo Segretario Nazionale del Pd, tra gli “addetti ai lavori” si scatenò una vera e propria gara per cercare di sintetizzare il senso politico dell’operazione appena realizzatasi.
Fu così che, per la prima volta in politica – con evidente riferimento alla storia e alla diversa natura dei due “soci di maggioranza” della nuova formazione – si parlò di “Fusione a freddo”.
Con tale definizione, in effetti, s’intendeva rappresentare la sostanziale incompatibilità e, quindi, l’assoluta impossibilità di militare nello stesso partito, tra soggetti le cui prospettive politiche – caratterizzate anche da decenni di forti contrapposizioni – apparivano difficilmente mediabili; se non, addirittura inconciliabili!
Il nuovo soggetto politico rischiava, quindi, anche secondo il parere di alcuni autorevoli commentatori, di apparire “male assortito” e come l’ultima versione – peraltro, inverosimile – dell’ennesimo “cartello elettorale”; destinato a una breve e, prevedibilmente, travagliata esistenza.
Personalmente, non condividevo tanto scetticismo.
Ho sempre sostenuto, invece, ogni volta che ne ho avuta la possibilità di scriverne, che, nel lontano 2007, si realizzava il disegno perseguito, nel corso degli ultimi trent’anni, da parte dell’intero gruppo dirigente dell’ex Pci.
In sostanza, con buona pace di milioni di iscritti, simpatizzanti e votanti che avevano sempre creduto nella possibilità del realizzarsi del “Sol dell’avvenire”, si trattava di prendere atto che, di là delle chiacchiere e delle dichiarazioni di principio – da parte dell’uno o dell’altro alto dirigente – il Pci berlingueriano non aveva mai avuto l’obiettivo di realizzare, nel nostro paese, una reale alternativa di sinistra.
A tale riguardo, ci sono resoconti documentali, relativi, in particolare, a una riunione del Comitato centrale del partito – a un mese circa dalle elezioni politiche del 1979, nelle quali, rispetto al grande exploit del 1976, il Pci aveva perso quattro punti percentuali (dal 34,37 al 30,38 per cento) e un milione e mezzo di voti (11.139.231 contro 12.615670) – che riferiscono le interessanti dichiarazioni di Riccardo Terzi, all’epoca segretario della federazione di Milano.
In sostanza, il giovane “pupillo” di Berlinguer, contestava, allo stesso, quella che riteneva fosse, ormai, la linea del partito; cioè la visione della Democrazia cristiana quale punto di riferimento essenziale e talora esclusivo.
In modo più specifico ed inusuale – per la critica esplicita e diretta alla relazione introduttiva del Segretario generale – Terzi si chiedeva “che senso abbia continuare a trattare con fastidio, con insofferenza e diffidenza il tema dell’alternativa e dell’unità della sinistra”.
La risposta, nella replica di Berlinguer, fu altrettanto chiara e, direi, lapidaria: “Come si vede, nelle concrete condizioni italiane, una linea che punti all’alternativa di sinistra, a parte la sua improbabilità effettiva, non porterebbe il movimento operaio, le sue lotte, i suoi orientamenti su un terreno più avanzato”.
E ancora:” Se decidessimo di puntare su tale soluzione (l’alternativa di sinistra) e facessimo una precisa proposta al Psi in tal senso, la conseguenza immediata e sicura sarebbe una serie di richieste incalzanti da parte dei socialisti nei nostri confronti per farci spostare, passo dietro passo, dalle nostre posizioni politiche e ideali e finire su un terreno – diciamolo pure – socialdemocratico”!
Abbastanza facile, quindi, comprendere come l’idea di unire le forze dell’ex Pci ed ex Pds a ciò che, ormai, nel 2007, restava della vecchia Dc, rappresentasse – per i gruppi dirigenti dei Ds dell’epoca – un punto di approdo e la conclusione di un disegno perseguito con encomiabile perseveranza!
Occorreva, dunque, prendere atto che la realtà confermava ciò che, da sinistra, avevamo da tempo realizzato: l’ex Pci, l’ex Pds e l’ex Ds non avevano mai avuto la benché minima intenzione di perseguire, nel nostro paese, una reale alternativa di sinistra!
Piuttosto, attraverso la costituzione del Pd, il gruppo dirigente (ex Pci, ex Pds ed ex Ds) avviava l’ultima tappa di un percorso politico che – ignorato dalla stragrande maggioranza degli iscritti e dei simpatizzanti – si sarebbe concluso con la sostanziale conquista del voto “centrista”; tale da consentire un comodo approdo tra i “moderati”.
Obiettivo finale, quello che, personalmente, amo definire “La Dc del terzo millennio”.
In questo senso, allora, perché meravigliarsi difronte alla progressiva ma costante involuzione del neonato Pd?
Come dimenticare che la stessa storia del vecchio Pci non è mai stata così laica come, invece, alcuni pretenderebbero di poter sostenere?
Quanti ricordano, ad esempio, le difficoltà che caratterizzarono il dibattito interno al Pci rispetto al referendum sul divorzio, quando il gruppo dirigente nazionale fu costretto a fare appello alla disciplina di partito per votare No alla sua abrogazione?
Quello stesso Pci nel 1984 votò a favore della revisione del Concordato che confermò l’insegnamento della religione cattolica in tutte le scuole di ogni ordine e grado e ribadì la validità dell’annullamento cattolico del matrimonio; confermando la posizione di privilegio della religione cattolica nelle istituzioni pubbliche italiane.
Difficile non rilevare, inoltre, che, negli ultimi dieci/quindici anni la penetrazione della parte più retriva e invadente delle sette ultracattoliche nel Pd è rintracciabile in mille rivoli:
Michele Emiliano, Presidente della Regione Puglia, nel 2016 nomina assessore alla sanità un uomo di Comunione e Liberazione, proveniente dal Veneto da una struttura con <salde fondamenta religiose>,
Stefania Saccardi, assessora alla salute della Regione Toscana, è con il Presidente Rossi (Pd, naturalmente) nel finanziare con 195 mila euro un movimento pro vita per farlo entrare tra i consultori familiari,
Beatrice Lorenzin (strenua sostenitrice dei pro vita), ministra della Salute nei governi Letta e Renzi, che, durante il governo Renzi, eliminò le ultime due pillole anticoncezionali ancora rimborsabili dal Servizio pubblico nazionale, sollevò le farmacie dall’ obbligo di tenere in magazzino la c.d. “pillola del giorno dopo” ed elevò la multa per aborto clandestino da 50 a 10 mila euro?
Ultimo, ma l’elenco sarebbe ancora lungo, Zingaretti – da qualcuno definito “l’ala ipocrita del Pd” – che ha fatto finta, da Presidente della Regione Lazio, di avere bandito un concorso riservato ai non obiettori, mentre invece ha semplicemente sanato due non obiettori in precariato da sedici anni. Lo stesso che finanzia con un mare di soldi la sanità romana religiosa e, mentre la sanità pubblica è abbandonata al degrado, dà il via alla costruzione del nuovo Pronto soccorso del Campus Bio Medico dell’Opus dei!
Perché, allora, sorprendersi per la lunga serie di scelte politiche del Pd che – a partire dal sostegno al governo Monti e alla famigerata legge Fornero (segreteria Bersani) per finire alle nefandezze operate dal governo Renzi, attraverso il Jobs-act, il contratto a tutele crescenti e la sostanziale cancellazione dell’art. 18 dello Statuto – nulla (o quasi) avevano da invidiare al più moderato tra i partiti di centrodestra?
Qualcuno ha, forse, già dimenticato che il governo Renzi ha operato – in nome di una non meglio identificata politica “di sinistra” – quella profonda contro-riforma della Legislazione del lavoro che, appena pochi anni prima, era stata impedita a Berlusconi e soci?
In questo senso, siamo stati, addirittura, costretti a prendere atto che, rispetto al tema del lavoro, quello che Di Maio definì “decreto dignità”, effettivamente apportò qualche modifica in positivo rispetto alla deregolamentazione succedutasi negli ultimi anni.
Nulla di sorprendente, allora, nel rilevare che gli atti prodotti dal governo Renzi rappresentavano, in sostanza, la definitiva deriva di un Pd ormai irrimediabilmente perso rispetto a qualsiasi ipotesi “di sinistra”.
Sono stati, però, sufficienti appena 14 mesi perché gli italiani si rendessero conto che, in politica, è sempre presente il rovinoso rischio di “cadere dalla padella alla brace”!
In questo senso, la prova del governo fascio/leghista/pentastellato, ha rappresentato, per alcuni versi, un’esperienza addirittura allucinante.
Un ministro dell’Interno meritevole di essere accusato di crimini contro l’umanità.
Un Premier capace di far quasi rimpiangere un suo predecessore “barzellettiere ed evasore fiscale”, per poi essere definito – in Europa – un “burattino” nelle mani di Salvini e Di Maio.
Un ministro del Lavoro e capo del partito di maggioranza relativa capace solo di mostrare silente disponibilità alle peggiori pratiche populistiche dell’alleato.
Comprensibile, quindi, che al momento opportuno, di fronte all’eventualità di un ritorno alle urne e il concreto rischio di una svolta autoritaria (con il rozzo Salvini che chiedeva di essere, addirittura, investito di “pieni poteri”) l’ipotesi di un’alleanza alternativa (Pd/M5S) per il governo del paese – pur tra innumerevoli elementi di dissidio ed antiche contrapposizioni – ha finito per rappresentare l’unica alternativa possibile.
Oggi, non torno sulle discussioni dei giorni che hanno preceduto la costituzione del nuovo Esecutivo – significherebbe anche perdersi tra le poco avvincenti definizioni di Conte 2, piuttosto che Conte bis – ma non si può non rilevare che, tra l’altro, esse hanno, purtroppo, prodotto il ritorno, in termini di grande “visibilità mediatica”, di Matteo Renzi.
Quello stesso che prima della sonora sconfitta sul referendum del dicembre 2016 aveva garantito che si sarebbe ritirato dalla vita politica e che, invece, con le sue truppe, tra Camera e Senato, si appresta a dare l’Ok per il nuovo governo ma, contemporaneamente, lancia malevoli segnali.
Intanto, credo che un ringraziamento particolare debba essere rivolto a Zingaretti.
Personalmente, sono dell’idea che il neo Segretario del Pd avrebbe gradito che si andasse alla consultazione elettorale, soprattutto per liberarsi della pesante zavorra rappresentata dai tantissimi parlamentari che fanno unicamente riferimento a Renzi (perché da lui, letteralmente, “nominati”).
Zingaretti però – a mio avviso – deve aver subito il pesante condizionamento del Capo dello Stato; assolutamente contrario a nuove elezioni.
Il suo sacrificio ha prodotto, infine, la nascita di un governo che se in termini cromatici, può, al massimo, definirsi giallo/rosa (se non, ancora più modestamente, “arancione”), in termini politici – rispetto al “peso” della rappresentanza del Pd – risponde unicamente a Renzi e, spiace dirlo, riconosce al suo Segretario nazionale un potere decisionale che, nella sostanza, corre il rischio di essere pari a zero.
In definitiva e in estrema sintesi, lo stato d’animo con il quale, a sinistra, è stato accolto il Conte 2, può essere adeguatamente rappresentato da un gran sospiro di sollievo – per lo scampato pericolo di un ulteriore declino morale e civile del nostro paese – e, contemporaneamente, dalla consapevolezza dell’esigenza di non abbandonare la condizione di “massima allerta”.
Da questo punto di vista, l’esperienza del Renzi I lascia, a mio giudizio, poco spazio all’ottimismo!

Renato Fioretti

Esperto Diritti del lavoro

Collaboratore redazione del periodico cartaceo Lavoro e Salute www.lavoroesalute.org

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5/9/2019 p.s.: al momento della stesura di questa nota, non erano ancora noti i nomi dei ministri componenti il Conte 2.

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