Alla larga dal “campo largo”

di Norberto Fragiacomo

Tutto va per il peggio, e al peggio non s’intravede alcun limite.

Assistiamo, di questi tempi, a un ulteriore irrigidimento delle autorità europee (comunitarie e nazionali) nei confronti della Russia, tacciata di condurre una sporca “guerra ibrida”: accuse spudorate, se si tien conto del fatto – notorio, eppur taciuto – che le principali potenze continentali forniscono all’Ucraina, gestendoli con proprio personale militare, missili e altre armi che quotidianamente colpiscono il territorio federale, non droni fantasma o tenuti insieme con lo scotch. C’è di più: in deroga al principio logico-giuridico secondo cui “onus probandi incumbit ei qui dicit” la condanna non consegue all’assunzione e disamina di prove, ne prescinde. Se poi una fregata russa lancia dei razzi di segnalazione per tenere a bada un elicottero della NATO avvicinatosi troppo, ecco che la mossa dissuasiva viene immediatamente descritta come un “attacco”; se jet con la stella rossa si alzano in volo senza varcare alcun confine, subito decollano gli intercettori e i media starnazzano di provocazione. Governanti e giornalisti mainstream fanno il processo alle intenzioni altrui (forse scambiandole per le proprie) e, con pochissime e lodevoli eccezioni, si adoperano per inculcare nelle masse un atterrito livore nei confronti del nemico designato. Atteggiamenti di questo tipo costituiscono la regola alla vigilia di un conflitto, ma ciò che manca, nelle circostanze attuali, è un motivo razionale per muovere guerra: la Russia non intende rappresentare una minaccia per l’Europa, nel senso che dal crollo dell’URSS in poi non ha mostrato nei suoi riguardi intenzioni ostili – al contrario, ha sempre cercato di costruire con essa un rapporto di collaborazione (anzitutto economica) nel rispetto delle reciproche identità.

Qual è dunque l’origine di cotanta avversione? Chi tira in ballo presunti valori morali è un baro o un imbecille: il livello etico delle classi dirigenti occidentali si è espresso nell’acquiescenza complice ai massacri sionisti in Palestina e al banditismo internazionale statunitense. Un impazzimento collettivo, allora? Poco credibile: un esaltato può aizzare una folla e persino assurgere alla guida di un’organizzazione e di un Paese, ma che ciò possa capitare contemporaneamente ovunque appartiene alla dimensione dell’inverosimile. Deve trattarsi quindi di una scelta consapevole, dell’attuazione di una strategia comune elaborata presumibilmente da una cerchia ristretta e sovraordinata rispetto ai “rappresentanti del popolo” e ai loro tirapiedi giornalistici. La domanda che sin dall’inizio ci siamo posti – e che è divenuta assillante dopo l’avvento del “pacificatore” Trump – è a chi convenga questa ostentata inflessibilità intrisa di autocompiacimento e suprematismo razzista. Che l’intransigenza dell’élite al potere contraddica gli interessi nazionali è di palmare evidenza: privata delle fonti energetiche russe l’economia europea sta andando rapidamente in malora, il PIL dappertutto ristagna e le classi medie si impoveriscono; Germania e Francia, portabandiera della “fermezza” a tutti i costi, pagano questi ultimi a carissimo prezzo, rischiando deindustrializzazione e conflitti sociali.

Qualcuno ostenta stupore perché, una volta tanto, i “nostri” governanti si sarebbero rifiutati di obbedire al dominus statunitense che, finita l’era Biden, proclamava di voler favorire il ristabilimento della pace tra Russia e Ucraina. Oggi vediamo chiaramente che quello di Trump era un bluff da pokerista: le aggressioni scatenate dal nuovo Presidente contro stati legati a Russia e Cina (Venezuela, Iran; prossimamente Cuba, già stretta d’assedio) smentiscono la sua ingannevole retorica, profusa per confondere e raggirare l’avversario. Donald Trump è un megalomane dai tratti grossolani, che mente con naturalezza e si comporta da gangster: può sembrare un invasato, ma è improbabile che sia pazzo. Le peregrinazioni di Kushner e Witkoff, gli abboccamenti culminati nella passerella di Anchorage erano nient’altro che una sceneggiata, di cui vanno in onda continue repliche: la “resistenza ucraina” è resa possibile dalla perdurante assistenza USA, cui i Paesi UE si sono accodati. I contrasti registrati nel corso del 2025 erano, nella sostanza, uno spettacolarizzato gioco delle parti: il dissidio e l’insubordinazione pura fiction hollywoodiana, anche se il padrone si diverte, di tanto in tanto, a umiliare la servitù che si atteggia a falange. Che poi Trump sia effettivamente “l’uomo più potente del mondo” non risponde al vero, è un’altra illusione ottica: come nelle società commerciali, il Presidente “convoca il consiglio, ne fissa l’ordine del giorno e ne dirige i lavori”, ma risponde dei propri atti agli azionisti di maggioranza (potentati economico-finanziari occulti e non), che ne ispirano le decisioni quasi sempre sfavorevoli al “parco buoi” (il popolo elettore).

È lecito, a questo punto, chiedersi se i politici continentali e gli opinionisti schiumanti indignazione posticcia nei talk show siano semplicemente dei prezzolati, attorucoli che recitano un copione dettato da altri. In molti casi dev’essere così, specie ai piani medio-bassi, ma il riferimento alla corruzione va interpretato estensivamente. Chi raggiunge un’elevata posizione sociale è spesso cosciente di poterla perdere e sa di essere sostituibile. Pur di conservare il proprio status – da cui derivano privilegi materiali, ma anche visibilità, entrature, popolarità e autostima – scende con se stesso a compromessi che finiscono per apparirgli moralmente accettabili, non infamanti, giustificati dal ruolo ricoperto. Se poi vive in un ambiente che spaccia le proprie regole per valori ed è circondato da claque plaudenti, può facilmente convincersi che il progressivo ripudio degli ideali professati e le svolte opportunistiche siano sintomi di crescita e maturazione, il conformismo un sano adeguarsi alla realtà, la doppiezza saggezza acquisita. Questo vale per certe “nane bianche” del giornalismo nostrano e per parvenu della politica che, venendo dal basso e privi di solide basi culturali, mai avrebbero immaginato di conquistare uno scranno parlamentare o addirittura l’insperata poltrona di primo ministro, grazie a un intreccio di coincidenze fortunate che qui non conta ricostruire. Difficile che chi ha pescato il biglietto vincente della lotteria vi rinunci; ma il paradossale atteggiarsi ex post a vittima, o “sottocane” che dir si voglia, sa di presa in giro e suscita comprensibile ripugnanza nell’osservatore pensante, specialmente in un Paese in cui il merito è premiato soltanto a parole.

Ci sono poi quelli che all’élite davvero appartengono – un’élite socioeconomica, non certo intellettuale – e per i quali non valgono scusanti di sorta: la cifra di costoro – grand commis, “tecnici” apolidi, aristocratici e milionari – è uno sconfinato cinismo. Insediata ai vertici delle principali istituzioni politiche ed economiche, questa genia persegue scopi incompatibili con la diffusione del benessere e la tutela dei diritti individuali e collettivi. Mentre ciancia di inclusione, principi non negoziabili ed equità intergenerazionale, favorisce con l’agire quotidiano l’aumento delle diseguaglianze e il progressivo imbarbarimento dell’Occidente, che oggi sembra ispirarsi più alle idee di un acquarellista austriaco che a quelle di Immanuel Kant.

La disintegrazione dell’Unione Sovietica fu letta dalla classe dominante euroatlantica come una straordinaria opportunità di assumere definitivamente il controllo del pianeta e delle sue risorse, regolando nel contempo i conti con quei ceti subalterni che, nei decenni precedenti, avevano beneficiato della contesa est-ovest: anziché sciogliersi, la NATO si ingrandì, assumendo pose aggressive nei confronti di Paesi non agevolmente assimilabili, prodromiche ad attacchi militari (Serbia, Afghanistan, Iraq, Libia) o a tentativi di destabilizzazione (Ucraina, Georgia, Russia ecc.), e provvedendosi – la cronologia lascia pochi dubbi – di un sosia in abiti civili, l’Unione Europea, cui fu assegnato il compito di rivestire di nobili intenzioni la marcia di avvicinamento ostile alla Federazione Russa e quello, egualmente prioritario, di “normalizzare” l’Europa e avviare un travaso di ricchezza dal basso verso l’alto.

Occorre serrare le palpebre e abbeverarsi alla propaganda mainstream per non accorgersi che UE e NATO nella sostanza coincidono e che fuoriuscirne sarebbe per i popoli europei l’unica via di salvezza: complicato, tuttavia, individuare un pertugio. È perlomeno dubbio che, per una sorta di eterogenesi dei fini, la crescita delle destre xenofobe possa migliorare la situazione: la metamorfosi di Fratelli d’Italia, convertitisi in men che non si dica all’europeismo atlantista, potrebbe essere seguita a breve da quella del partito dell’ambigua Marine Le Pen. Diverso forse il caso dell’AfD tedesca che, avendo fondato la sua proposta politica sul binomio Friede-Freiheit, rischierebbe discostandosene di scontentare in un sol colpo la maggioranza di un elettorato raccogliticcio: visto che la Storia si ripete come farsa, giova sottolineare che le accuse di “nazismo” rivolte ad Alternative für Deutschland si sono infittite proprio a causa del successo del suo messaggio pacifista, diametralmente opposto a quello di governanti “democratici” che anelano alla guerra (e sostengono i crimini israeliani, che neppure l’AfD condanna). Hitler è chi Hitler fa, direbbe il saggio Forrest Gump – a ogni modo, qualsiasi fattore contribuisca a indebolire la “costruzione europea” è bene accetto. 

In Italia abbiamo Vannacci, che ricorda più un capitano di ventura che un leader politico, ma che gioca la sua partita all’interno della destra postfascista: attrarrà molti voti di nostalgici, sottraendoli a FdI, arduo però che sfondi al centro, presidiato dai meloniani più che da FI.

Dall’altra parte – per modo di dire – c’è l’ipotesi Campo Largo, i cui potenziali componenti sono divisi sulla questione essenziale, quella da cui dipendono tutte le altre: il sostegno all’avventurismo euroatlantico. Il PD e il suo junior partner (AVS) sono sulla carta maggioritari e si ergono a paladini dello status quo garantendo, nell’eventualità di una vittoria elettorale, la continuità de facto con le politiche dell’attuale centrodestra (al netto della rozzezza). Il M5S si trova in mezzo al guado: non è una forza antisistema, ma ne contesta la deriva e dimostra attenzione verso le esigenze dei ceti subalterni; Giuseppe Conte, inoltre, è stato di gran lunga il miglior premier dell’ultimo trentennio, facendosi apprezzare per l’autonomia di giudizio e la capacità di tutelare da ingerenze esterne – nei limiti del possibile – l’interesse nazionale. L’ammucchiata con i dem euroatlantisti, tuttavia, lo priverebbe di qualsiasi libertà di manovra relegandolo, persino in caso di affermazione alle primarie (improbabile la prima, incerte le seconde), a un ruolo di re travicello, considerata la quasi sicura preponderanza numerica nel futuro Parlamento degli eletti piddini.

L’alternativa, che richiede coraggio e l’assunzione di un grosso rischio, sarebbe quella di sganciarsi e provare a coagulare movimenti e formazioni sociali ancora in embrione – penso anzitutto ad Agorà del professor D’Orsi – che puntano, magari confusamente, a un cambio di paradigma piuttosto che di maggioranze. Senza una netta scelta di campo in favore della riappacificazione con la Russia e della collaborazione con il mondo Brics, preceduta dalla messa in discussione (non solamente a livello programmatico) dei diktat della cupola “occidentale” e delle sue articolazioni, nessun progresso è alla portata: lo sanno benissimo anche i reggitori dell’italica provincia che, per evitare spiacevoli sorprese, hanno introdotto – nell’indifferenza dei partiti di establishment – una soglia di sbarramento pre-elettorale che impedirebbe a formazioni scomode di concorrere, svuotando di contenuti gli articoli 48 (l’eguaglianza dei voti) e 49 (la libertà di associarsi in partiti per concorrere a determinare la politica nazionale) della Costituzione del ’48. Vista la sorte toccata all’articolo 11 potremmo chiosare: nulla di nuovo, ma se quest’ennesima ferita inferta al corpo morente della democrazia non dovesse suscitare una reazione decisa e organizzata toccherebbe intonare il de profundis.

21/9/20226 “Per un nuovo pensiero strategico” a Napoli – l’interferenza

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