Benvenuti nel neocorporativismo 4.0

Benvenuti nel neocorporativismo 4.0

La tensione, certamente non nuova, tra il segretario nazionale del PD ed ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi ed il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, si mostra come uno scontro all’interno del centro di potere politico ed economico ed è sintomatico dell’asse che il capitalismo italiano sta costruendo. D’altronde, la consacrazione di Calenda al ruolo di rappresentante politico del capitalismo italiano si è avuta qualche mese fa: a maggio dello scorso anno, nel corso dell’assemblea annuale di Confindustria.

In quell’occasione, la relazione del presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia fu abbastanza sobria, anche se ovviamente non fece mancare l’elenco delle cose da fare, lanciando “un progetto di lungo respiro, che restituisca fiducia nel futuro”, che secondo il capo degli industriali italiani dovrà servire “per tornare a crescere e comporre la frattura sociale”. I punti, come è facile intuire, furono i soliti: continuare sulla strada delle riforme già avviata; rinnovare e potenziare il Jobs act; aumentare la produttività a cui legare le retribuzioni e via di questo passo snocciolando l’armamentario padronale.

Una relazione che piacque a molti: da Emma Marcegaglia (presidente Eni), secondo la quale si trattò di una “relazione molto bella, concreta” a Laura Boldrini (ora in LeU), che trovò “molto interessante l’accento sulla coesione e la crescita”. Sul lato sindacale Annamaria Furlan (segretaria generale Cisl) sottolineò che “su molte questioni l’impostazione di Confindustria è molto vicina alla Cisl” e perciò invitata a “fare presto”. Ma a raccogliere pienamente le indicazioni degli industriali fu Carlo Calenda, applauditissimo dalla platea, che, lanciando una sfida e qualche frecciata a Renzi rivendicando il ruolo dei tecnici, sostenne l’idea di “mettere in campo progetti lunghi”, ma sottolineando come “tra taglio delle tasse sulle imprese – IRAP, IRES IMU sugli Imbullonati – incentivi agli investimenti – dal Piano Industria 4.0 a i bonus sull’efficienza energetica e sulle ristrutturazioni – al piano straordinario Made in Italy – alle riforme a partire dal Jobs Act; il Governo Renzi e quello Gentiloni sono stati i più vicini al mondo delle imprese da molto tempo a questa parte”. Ma, come già volle indicare Annamaria Furlan, occorreva “tradurre i ragionamenti tecnici in un accordo politico”. Un sentiero che pare si stia tracciando in questi giorni. Certo, non nei termini di una lista elettorale guidata da Calenda (che, ha ammesso: “non penso di saper fare questo lavoro”, ma “mi piace fare il ministro”), ma nella prospettiva di ricompattare il PD fuori dalla figura di Matteo Renzi, che dovrà assumere il ruolo di partito portatore di un liberismo pragmatico e dal volto umano, che abbia la credibilità per far passare un nuovo patto sociale.

Non è un caso, allora, il dibattito che si è aperto in questi giorni, e che trova spazio in particolare sulle colonne e sulle prime pagine de Il Sole 24 Ore, rispetto alla proposta di Un piano industriale per l’Italia delle competenzelanciato sul quotidiano di Confindustria da Carlo Calenda e Marco Bentivogli (Fim Cisl). Una proposta che appare palesemente un “tradurre i ragionamenti tecnici [di Confindustria, n.d.r.] in un accordo politico” suggerito da Furlan, tanto che a volte i due proponenti usano le stesse parole pronunciate da Boccia a margine della Elite Basket Bond a Piazza Affari a Milano.

Così, il presidente di Confindustria stigmatizza l’ipotesi della cancellazione di provvedimenti delle scorse legislature, quali il Jobs act, perché – a suo dire – la riforma del lavoro, insieme ad altri provvedimenti come il piano industria 4.0, hanno dato un contributo importante per far ripartire il motore dell’economia. E tira fuori i dati: 30% di investimenti privati in più rispetto all’anno scorso e un 7% di export, sarebbero gli effetti di queste riforme sull’economia reale. Poi ci sarebbero pure l’aumento della precarietà, della disoccupazione, lascarsa dinamica salariale, l’aumento della povertà. Ma lui è il presidente di Confindustria, mica segretario di un sindacato dei lavoratori.

Sindacalista lo è, però, Bentivogli, che, seppure lo sia di un sindacato che assume sempre più nettamente tonalità gialle, dovrebbe almeno provare a mantenere una parvenza di vicinanza alle ragioni dei lavoratori. Ma tant’è. Così Bentivogli firma un articolo insieme al ministro Calenda (sullo stesso quotidiano e nello stesso giorno in cui vengono riportate le posizioni di Boccia), che di quelle posizioni ne è la traduzione programmatica e politica. Lì, Bentivogli e Calenda, parlano della necessità di “costruire un futuro fondato su tre pilastri: Competenze, Impresa, Lavoro” (rigorosamente in maiuscolo, come retorica comanda). Come? Senza abolire le ultime riforme, of course, men che meno Jobs act o riforma Fornero, perché semmai la “base di partenza non può che essere quella delle politiche realizzate dagli ultimi due governi”.

Ora, con l’avvicinarsi delle elezioni e nel pieno della campagna elettorale, quasi tutti, pur parlando alle classi popolari (dove ovviamente c’è il bacino elettorale più ampio), tentano di rendersi presentabili agli occhi delle classi privilegiate, di mostrarsi responsabili di fronte ad una visione che vorrebbe il Paese governato nell’idea di un nuovo patto sociale. Ecco, quindi che: il PD, con Renzi ora finge di accorgersi della precarietà, ma solo per mostrarsi ipocritamente vicino a chi soffre l’instabilità lavorativa, ma intanto conferma tutte le scelte fatte, a partire dal Jobs act; la Lega di Salvini non si sogna di abrogare il Jobs act, ma dice di voler mantenere le parti buone di esse (Salvini dice di inorridire di fronte alla reintroduzione dell’articolo 18 e cita industria 4.0 tra le cose buone, visto che nessuno deve avergli detto che non fa parte del Jobs act…) allineandosi così all’alleato pluripregiudicato, Berlusconi; il M5S pur declamando contro Jobs Act e Fornero, non prevede la loro cancellazione nel programma. Pure dalle parti di Liberi e Uguali non si cita la Fornero (se non per rivederla) ed anche contestando il Jobs act, non ne chiede l’abolizione ma il suo superamento. Non è chiaro se concontratto a tutele crescenti (più volte richiamato dai leader di LeU), che tenderebbe alla generalizzazione della precarietà, come già avviene per il Jobs act. Unica, chiara, eccezione viene dalla lista Potere al Popolo, che nel suo programma prevede senza mezzi termini la cancellazione del Jobs Act, della legge Fornero sul lavoro e sulle pensioni, di tutte le leggi che negano il diritto ad un lavoro stabile e sicuro, dell’articolo 8 della legge 148/2011 – che dà alla contrattazione aziendale la possibilità di derogare in senso peggiorativo rispetto al contratto nazionale e alle leggi – e del cosiddetto Collegato Lavoro ed il ripristino dell’originario articolo 18.

Tornando alla coppia Calenda-Bentivogli, questa si premura, tenendo conto del deficit, di fare proposte “non retoriche”. Boccia le aveva definite “realistiche”, ma poco cambia rispetto alla costruzione di un asse politico che vesta i panni del liberismo pragmatico. Così, la soluzione prospettata da Boccia è un nuovo modello contrattuale che si adegui ad una produzione italiana che si svolge in chiave “sartoriale”; la traduzione politica di Calenda e Bentivogli è il “Lavoro 4.0” quale adeguamento all’Industria 4.0. Cosa vuol dire? Anche qui, che va rivisto il modello contrattuale perché “occorre rispondere ad una produzione che sarà sempre più sartoriale”. Come? Con un contratto nazionale ridotto al ruolo di “cornice di garanzia” ed una contrattazione decentrata così da arrivare ad un “patto per la fabbrica” in grado di centrare la sfida della produttività e dell’innovazione.

Sembra di assistere alla versione 4.0 del Patto per l’Italia (lo ricordate?), con il quale nel 2002 si mise in programma il superamento delle relazioni sindacali basate sulla concertazione per avviare quelle basate sul dialogo. Tra le altre cose si vollero sperimentare le prime concrete mosse di superamento dell’articolo 18 (con l’esclusione dal computo dei dipendenti neoassunti ai fini della sua applicazione), nel tentativo di aumentare in questo modo la produttività e la competitività aziendale, alla quale legare un incremento salariale attraverso la sua detassazione (quindi a carico degli stessi lavoratori, non delle aziende). Si era nella fase in cui quel patto veniva giustificato con lo sviluppo della economia della conoscenza, che aveva bisogno – si sosteneva – di politiche per l’occupabilità più che di politiche per l’occupazione, spostando la responsabilità della condizione lavorativa tutta sulle spalle dello stesso lavoratore. Ora, invece ma sulla stessa falsariga, il patto per la fabbrica è giustificato dallo sviluppo dell’industria 4.0, ma se si gratta un po’ la proposta si trovano le stesse logiche: sostenere aumenti della produttività e della competitività aziendale, sempre al centro dei pensieri del blocco di potere dominante ed alle quali i lavoratori devono adeguarsi accettando ulteriori dosi precarietà, tutto nel quadro del dialogo sociale, perché – secondo questa visione del mondo – siamo tutti sulla stessa e bisogna remare nella stessa direzione.

Benvenuti nel neocorporativismo 4.0!

Carmine Tomeo

20/01/201 www.lacittafutura.it

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