Europa e immigrazione. La porta del deserto

John Eccles

Gli ucraini entrano in due giorni con una legge rimasta ferma dal 2001. Per tutti gli altri la UE ha spostato il confine tra Sfax e Il Cairo, pagando s’intende.

di Paolo Butturini

Sono le quattro del mattino quando i pickup si fermano in un canyon arido e i migranti ricevono l’ordine di scendere. Davanti a loro, nel buio, il confine algerino a una quindicina di chilometri. François, 38 anni, del Camerun, ha accanto la moglie e il figlio di lei, sei anni. Il giorno prima sono saliti su una barca al largo di Sfax, diretti in Italia; li intercettano in mare all’alba, li riportano a terra, li picchiano, li caricano su un bus con altre trecento persone, direzione Algeria. Quando si avvicinano al confine, dall’altra parte sparano in aria per ricacciarli indietro.

Tornano in Tunisia. Hanno i vestiti ancora bagnati e nessuno ha un maglione; cercano due cose, racconta François, del cibo e i primi raggi di sole per scaldarsi. Li riprendono e li scaricano una seconda volta, più a nord. Da lì cominciano a camminare. Nel gruppo ci sono due donne incinte. Vanno avanti nove giorni: chiedono pane e acqua nei villaggi, in uno vengono aggrediti e allora tagliano fuori strada, nel deserto, dove qualcuno inizia ad avere le allucinazioni, finché non raggiungono la cittadina di Tajerouine.

Sappiamo che è andata così perché François è riuscito a nascondere il telefono agli agenti. I suoi dati GPS e le foto che scatta lungo il percorso permettono a un consorzio di giornalisti (Washington Post, Lighthouse Reports, Le Monde, Der Spiegel e altri) di geolocalizzare ogni tappa e verificarla. La barca che lo ha riportato a riva, racconta lui stesso, è identica a quelle che l’Italia ha fornito alla guardia nazionale tunisina. Gli uomini che lo caricano appartengono a un corpo che la polizia federale tedesca ha contribuito ad addestrare. «Perché l’uomo subsahariano è visto come spazzatura?» chiede François ai reporter.

Nel marzo 2022, un mese dopo l’inizio dell’invasione russa, millecinquecento chilometri più a nord, un’altra famiglia sale su un altro mezzo diretto in Europa. Anastasiia Efimova, 33 anni, lascia Obolon, un quartiere di Kyiv, con i quattro figli (Elena, Viktor, Paulina e Diana) e i due gatti (Oliver e Charlie). Sua madre Larisa è partita il giorno prima con i due nipoti più grandi. Il marito di Anastasiia, Serhiy, è rimasto a combattere nell’esercito ucraino. Nessuno in famiglia parla tedesco; di Wismar, la cittadina sul Baltico dove sono diretti, sanno soltanto che lì la migliore amica di una delle figlie ha trovato un alloggio pochi giorni prima.

Il treno parte da Przemyśl, in Polonia, otto chilometri dal confine con l’Ucraina. Impiega quindici ore per raggiungere Berlino. A ogni fermata i volontari porgono loro qualcosa: acqua, cioccolato, panini, schede telefoniche tedesche. All’ultima città polacca i profughi vengono fatti scendere e caricati su autobus che li portano in Germania. A un certo punto, dal finestrino, la famiglia vede un quartiere di palazzi alti attraversato da un fiume. «Sembra la nostra Obolon!», esclama Anastasiia. Poi il paesaggio scompare e, per un tratto, nessuno parla. Di lì a pochi giorni avranno un permesso di soggiorno. Come al milione di ucraini arrivati con lei e a chiunque fugga dall’Ucraina (oggi sono oltre 4 milioni in tutta l’UE), l’Unione europea riconosce quasi subito ciò che a François viene negato: residenza, diritto al lavoro, una scuola per i figli, in tutta l’Unione, senza doverlo chiedere.

Una legge ferma da due decenni

 

Il permesso che Anastasiia Efimova ottiene in pochi giorni non è un regalo: poggia su una legge che esisteva già, ferma da più di due decenni. La direttiva europea sulla protezione temporanea, approvata nel luglio 2001 dopo le guerre dei Balcani, è scritta proprio per un afflusso di massa che rischia di travolgere il sistema d’asilo e prevede una scorciatoia radicale: niente domanda individuale, ma residenza e diritto al lavoro riconosciuti subito e in blocco, in tutti gli Stati membri.

Per quasi 21 anni nessuno la usa. Nemmeno nel 2015, l’anno in cui 1.000.573 persone attraversano il Mediterraneo (soprattutto siriani in fuga dalla guerra civile, più afghani e iracheni; altri 3.735 muoiono o risultano dispersi). Il regolamento di Dublino si inceppa e i governi europei litigano per mesi senza trovare un accordo sulla ripartizione: la direttiva è lì, pronta, ma resta chiusa nel cassetto. Nel 2020 la Commissione europea ne propone addirittura l’abrogazione.

Due anni dopo, il 4 marzo 2022, viene invece attivata per la prima volta. Dalla proposta della Commissione al voto del Consiglio passano due giorni. Decisione unanime: la sostengono anche Ungheria e Polonia, gli stessi Paesi che nel 2015 avevano bloccato ogni tentativo di distribuire i richiedenti asilo. Quello che cambia nel 2022 non è la dimensione del fenomeno: è la volontà politica di aprire la porta.

Nessuna emergenza viene dichiarata. Gli Stati membri annunciano di non voler applicare l’articolo 11 della direttiva, quello che obbligherebbe ciascuno a riprendersi i beneficiari passati in un altro Paese: gli ucraini possono scegliere dove registrarsi e si distribuiscono da soli in tutta l’Unione. Ottengono protezione; entrano nel mercato del lavoro, i figli nelle scuole. La grande maggioranza dei beneficiari sono donne e bambini, perché la legge marziale ucraina impedisce ai maschi in età per il servizio di leva di lasciare il Paese. Ma nel numero figura anche un milione di uomini adulti.

La decisione del 2022 non tratta tutti allo stesso modo. Gli ucraini ottengono la protezione automaticamente. Chi viveva in Ucraina con un permesso permanente ha diritto alla protezione temporanea oppure, a scelta dello Stato ospitante, a una tutela nazionale equivalente. Chi aveva un permesso temporaneo (gli studenti africani e asiatici, i lavoratori a termine) rientra in una categoria che gli Stati possono accogliere. Molti non l’hanno fatto. A questi ultimi si chiede anche di dimostrare che non possono tornare in sicurezza nel proprio Paese. Nel settembre 2025 l’Olanda ha revocato la protezione ai residenti non permanenti, dando loro quattro settimane per andarsene.

Nel luglio 2026 gli ambasciatori dei Ventisette prolungano la protezione fino al 4 marzo 2028, ma questa volta escludono gli uomini tra i 23 e i 60 anni. Da marzo 2027 la otterrà soltanto chi dimostri di aver assolto gli obblighi militari: un passaporto con il timbro d’uscita o un certificato di esenzione. La misura è chiesta dal governo di Kyiv, a corto di uomini sul fronte. Chi è già in Europa non viene toccato. La Germania non aspetta marzo e applica la restrizione; Danimarca e Repubblica Ceca si erano mosse nella stessa direzione.

Il confine si sposta a sud

La barca che riporta François a riva è identica a quelle che l’Italia ha consegnato alla guardia nazionale di Tunisi. I pickup Nissan su cui viene caricato sono dello stesso modello dei 143 che Italia e Germania hanno fornito alle autorità tunisine tra il 2017 e il 2023. Gli uomini che lo scaricano nel deserto appartengono a un corpo che la polizia federale tedesca ha addestrato. La frontiera che lo ferma è costruita, equipaggiata e finanziata in Europa.

I numeri del finanziamento sono pubblici, almeno in parte. Tra il 2015 e il 2021 l’UE versa oltre 400 milioni di euro a Tunisia, Marocco e Mauritania attraverso il suo principale fondo per la migrazione. Nel luglio 2023 aggiunge 105 milioni alla sola Tunisia con un memorandum d’intesa; a febbraio 2024 firma con la Mauritania un accordo da 210 milioni. A marzo, a Il Cairo, Von der Leyen e Meloni annunciano con altri leader un pacchetto da 7,4 miliardi all’Egitto. La cifra impressiona, ma va scomposta: 5 miliardi sono prestiti di assistenza macrofinanziaria, 1,8 finanziamenti agli investimenti, 600 milioni sovvenzioni; di queste ultime, 200 vanno al settore migrazione. Nell’ottobre 2025 Von der Leyen promette ai capi di Stato altri 675 milioni per la gestione migratoria in Egitto, Tunisia, Libia, Marocco e Algeria, con l’obiettivo dichiarato di impedire le partenze.

Che cosa comprano quei soldi lo dice, senza giri di parole, un appaltatore che ha lavorato a progetti finanziati dal Fondo fiduciario di emergenza dell’Unione europea per l’Africa. Parla al Washington Post, ma chiede l’anonimato, per non compromettere contratti futuri: «bisogna complicare la vita ai migranti» spiega «perché se prendi un guineano che si trova in Marocco e lo porti nel Sahara due volte, la terza chiede da solo il rimpatrio volontario». Le espulsioni nel deserto non sono un incidente: sono il sistema.

E l’architettura è costruita per poterlo negare. La Commissione ha riconosciuto di non condurre valutazioni sui diritti umani quando finanzia progetti di gestione migratoria all’estero; alti funzionari europei confessano in privato che è impossibile controllare tutti gli usi di quei fondi.

Nel gennaio 2024, davanti ai parlamentari europei, la commissaria alla Migrazione Ylva Johansson ammette le espulsioni nel deserto in Tunisia e dichiara di non poter dire che la pratica sia cessata, negando però categoricamente che l’Unione la sponsorizzi. Marie-Laure Basilien-Gainche, giurista esperta di diritti umani all’università Jean Moulin Lyon 3, riassume così: «gli Stati europei non vogliono avere le mani sporche; quindi subappaltano le violazioni a Stati terzi, ma per il diritto internazionale restano responsabili».

A misurare quello scarto è un organo dell’Unione stessa. Nell’aprile 2024 il Mediatore europeo Emily O’Reilly apre un’indagine sul memorandum con la Tunisia e la chiude a ottobre. La Commissione aveva svolto un lavoro analogo senza pubblicarlo e sostenendo ripetutamente di non essere tenuta a una valutazione d’impatto sui diritti umani prima di firmare. Il Mediatore ricorda l’obbligo di garantire che i fondi europei non finanzino azioni lesive dei diritti della persona e chiede di rendere pubblici i criteri in base ai quali sarebbero stati sospesi i finanziamenti alla Tunisia. Due anni dopo, quei criteri non risultano pubblicati.

Nel luglio 2026 Amnesty International riesamina gli effetti del memorandum. La Tunisia non ha mai istituito un sistema nazionale d’asilo: la valutazione delle domande era condotta da UNHCR e le procedure residue risultano sospese. Chi sbarca sulle sue coste non ha più alcuna via legale per chiedere protezione. L’organizzazione raccoglie i racconti di sette richiedenti asilo intercettati in mare al largo di Sfax (lo stesso tratto di costa da cui era partito François) ed espulsi verso la Libia o l’Algeria tra il dicembre 2025 e l’aprile 2026. Un camerunense riferisce di essere stato picchiato con tubi di ferro e poi rinchiuso in un centro di detenzione in Libia. Una eritrea, madre sola con tre figli, racconta perquisizioni corporali all’aperto e uomini costretti a fare flessioni mentre gli agenti ripetevano: «niente neri in Tunisia».

Ma i leader europei rivendicano i risultati. Nel giugno 2026, in una lettera ai capi di Stato e di governo, Ursula von der Leyen indica una diminuzione del 97% degli arrivi irregolari in Italia rispetto al 2023. Nel 2024 gli attraversamenti sulla rotta del Mediterraneo centrale erano già crollati del 59% e Frontex lo aveva attribuito alle minori partenze da Tunisia e Libia. Meloni vola a Tunisi e loda il presidente Saied.

I conti, però, vanno fatti su tutte le rotte. Nello stesso 2024, mentre il Mediterraneo centrale si spopola, gli arrivi alle Canarie salgono del 18% e toccano quota 47mila: il livello più alto da quando Frontex raccoglie i dati (2009). Il flusso è alimentato dalla Mauritania, il Paese con cui l’Unione ha appena firmato un accordo da 210 milioni. Nel 2025 il totale scende del 26%, ma il Mediterraneo centrale resta sui livelli dell’anno precedente: il calo è avvenuto altrove.

Chiudere un varco, insomma, non riduce necessariamente il numero di persone in cammino: ne cambia la strada. La frontiera che conta non è più a Lampedusa: è a Sfax, nel deserto tunisino. François non l’ha mai vista, ma l’ha attraversata camminando per nove giorni.

Si svuota la corsia centrale

Mentre la frontiera si allontana verso il deserto, a Bruxelles si continua a discutere sulle regole. Il Nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo (dieci leggi che riscrivono accertamenti di frontiera, asilo e rimpatri) viene approvato il 14 maggio 2024. Entra in funzione due anni dopo, il 12 giugno 2026. Esce di scena il regolamento di Dublino, che ha governato l’asilo europeo per trent’anni. Ma quello su cui si litiga è sempre lo stesso punto: il meccanismo che dovrebbe redistribuire tra i Ventisette il peso di chi arriva.Ogni anno la Commissione deve proporre una quota comune di solidarietà, che il regolamento fissa a non meno di 30 mila ricollocazioni e 600 milioni di euro. Per il primo anno il Consiglio si ferma a 21 mila ricollocazioni e 420 milioni: il 30% in meno su entrambe le voci. La quota è espressa in persone e in denaro perché ogni Stato sceglie come contribuire: accogliere richiedenti asilo, versare un contributo o mandare personale e attrezzature. Le tre forme valgono allo stesso modo. I conti sono presto fatti: 420 milioni diviso 21mila persone fa 20mila euro a testa, per non accogliere nessuno. Otto Paesi su ventisette accettano di ricollocare: la Germania si impegna per 4.555 persone, la Francia per 3.361. Gli altri versano denaro o mandano mezzi. Ungheria e Slovacchia non presentano alcun impegno.I denti veri, il Patto li mostra altrove. Nel febbraio 2026 Parlamento e Consiglio approvano un regolamento che modifica le regole sui Paesi terzi sicuri. Fino a quel momento uno Stato poteva dichiarare inammissibile una domanda d’asilo e rispedire il richiedente altrove solo dimostrando che quella persona avesse un legame con il Paese terzo. Il legame cessa di essere obbligatorio: basta che il richiedente vi sia transitato o che con quel Paese esista un accordo. Le organizzazioni per i diritti umani segnalano che cade anche l’effetto sospensivo automatico del ricorso: una persona può essere trasferita in un Paese che non ha mai visto prima che un giudice l’abbia ascoltata.

Il ministro danese all’Immigrazione, Rasmus Stoklund, rivendica di aver ottenuto la revisione in tempi record e ne dichiara lo scopo: consentire accordi con Paesi terzi per esaminare le domande d’asilo fuori dall’Europa. Il regolamento si applica dal 12 giugno 2026, lo stesso giorno del resto del Patto. Un mese più tardi Amnesty International conclude che la Tunisia, con il sistema d’asilo mai varato e le espulsioni collettive ancora in corso, non può essere considerata un Paese sicuro. L’Europa si dà gli strumenti giuridici per rimandare i richiedenti nei Paesi che hanno attraversato e quei Paesi smontano le proprie procedure d’asilo.Che cosa significhi in concreto lo si legge nel decreto con cui l’Italia recepisce il Patto, firmato proprio il 12 giugno 2026 e convertito in legge senza modificazioni il 7 agosto. Tre volte, in tre articoli diversi, il testo stabilisce che alcune persone si trovano in Italia senza esservi davvero entrate. L’accesso ai luoghi dove si svolgono gli accertamenti non comporta il conferimento allo straniero di autorizzazione all’ingresso nel territorio dello Stato. Il trasferimento nelle strutture di frontiera e l’accoglienza al loro interno non costituiscono autorizzazione all’ingresso nel territorio nazionale. E se la domanda viene respinta entro dodici settimane, il richiedente non ha più diritto a rimanere e non è autorizzato a entrare nel territorio nazionale.Dodici settimane è anche la durata massima, non prorogabile, del trattenimento. Un limite facile da raggiungere: basta il rischio di fuga, che il decreto codifica in tredici circostanze, tra cui il non possedere un passaporto e il non poter documentare un indirizzo affidabile. Nella procedura di frontiera la decisione arriva in quattro settimane, il ricorso va presentato in cinque giorni e non sospende l’esecuzione.

Ne esce una simmetria, anche se nessuno l’ha progettata. François si trovava fisicamente in Tunisia, la frontiera europea l’ha raggiunto nel deserto. Un richiedente asilo sbarcato a Lampedusa si trova fisicamente in Italia e la frontiera europea non lo lascia entrare. Nelle due direzioni, il confine si è staccato dalla geografia. Così, mentre l’opinione pubblica segue la battaglia sulle quote, sono gli accordi con Tunisi e Il Cairo a decidere quanti riescano ad arrivare e le dodici settimane a stabilire che cosa accada a chi ci riesce.Chi difende questa asimmetria ha i suoi argomenti e non sono deboli. Protezione temporanea e asilo sono strumenti giuridici diversi: la prima è pensata per un afflusso di massa da un conflitto definito, con un ritorno atteso; il secondo è un esame individuale. Gli ucraini sono vicini di casa, già esenti dal visto, in maggioranza donne e bambini destinati a rientrare: accoglierli in blocco non è ipocrisia, è corretta applicazione di una norma. E chi difende l’esternalizzazione sostiene che tagliare la rotta più letale del mondo significhi salvare vite.

Il primo punto è contraddetto dai fatti. La decisione del marzo 2022 distingueva già al proprio interno: automatica per l’ucraina, facoltativa per lo studente nigeriano che scappava dalla stessa città sotto le stesse bombe. Un solo strumento, una sola fuga, la linea transita per il passaporto. Poi c’è la durata. La direttiva del 2001 prevede un tempo iniziale di un anno, prorogabile automaticamente di sei mesi in sei mesi per un altro anno. Dopo di che il Consiglio può decidere un’ulteriore proroga annuale. Tetto massimo: tre anni. Ad oggi, con l’estensione al 2028, siamo a sei. Non si tratta di cacciare gli ucraini, ma di sottolineare che le eccezioni sono previste soltanto in un senso.Quanto alle vite che l’esternalizzazione toglierebbe dal mare, quelle persone non spariscono. Nel luglio 2024 UNHCR, Organizzazione internazionale per le migrazioni e Mixed Migration Centre pubblicano un rapporto costruito su 32mila interviste: attraversare il Sahara è oggi più mortale che attraversare il Mediterraneo, con un numero di morti stimato doppio rispetto a quelle in mare. Nel deserto nessuno conta i corpi.C’è poi un punto su cui l’argomento non regge. L’intercettazione in mare non equivale a un soccorso. Amin, richiedente asilo sudanese, racconta ad Amnesty: la motovedetta tunisina gira attorno al loro barchino, giro dopo giro, sollevando onde, finché la barca non si rovescia. Erano 38, bambini compresi, nessuno indossava un giubbotto di salvataggio. Lui dice che una ventina di persone sono annegate. La motovedetta raccoglie i sopravvissuti, che vengono poi espulsi verso la Libia. Da allora Amin non riesce più a dormire. L’imbarcazione che ha sollevato quelle onde appartiene a un corpo che l’Europa equipaggia: due motovedette consegnate nel settembre 2025, altre tre annunciate nel giugno 2026, negli stessi mesi in cui Amin e gli altri venivano intercettati e caricati sui bus per il confine. La differenza tra strumenti giuridici non spiega perché uno produca documenti in pochi giorni e l’altro colpi di avvertimento.

Sei dei nostri?

Dublino, il Patto, il sistema d’asilo: l’impianto ufficiale è uno solo. Ma accanto ne funzionano due, che nessun trattato nomina e che vanno in direzioni opposte. Uno apre di colpo, per chi viene riconosciuto come uno dei nostri. L’altro tiene lontano, pagando altri perché lo facciano. La stessa Unione che nel 2015, davanti a un milione di persone, non aveva trovato l’accordo per distribuirne qualche decina di migliaia, dal 2022 ne assorbe più di quattro milioni senza dichiarare un’emergenza. Non è cambiata la capienza, è cambiato chi bussa. Ciò che determina quale sarà la tua sorte (la porta aperta o il deserto) non dipende dal numero, dalla capacità di accogliere, dalla legge. Dipende da una cosa sola: se l’Europa ti considera dei suoi. Una barca e un treno verso la stessa meta. A una famiglia si apre la porta, l’altra resta nel deserto.

Note e fonti

Le tre storie

François (Camerun) — espulsione nel deserto tunisino Inchiesta Desert Dumps, consorzio Washington Post / Lighthouse Reports / Le Monde / Der Spiegel / El País e altri, 20-21 maggio 2024. Il racconto è stato verificato incrociando i dati GPS e le fotografie del suo telefono con immagini satellitari.

– https://www.lighthousereports.com/investigation/desert-dumps/

– https://www.washingtonpost.com/world/interactive/2024/eu-migrant-north-africa-mediterranean/ (paywall)

Dalla stessa inchiesta: le 143 Nissan pickup fornite da Italia e Germania alle autorità tunisine (2017-2023); l’addestramento di quasi 4.000 agenti da parte della polizia federale tedesca (2015-2023); la testimonianza anonima dell’appaltatore del Fondo fiduciario di emergenza dell’UE per l’Africa; le dichiarazioni di Ylva Johansson ai parlamentari europei (gennaio 2024); il commento di Marie-Laure Basilien-Gainche (università Jean Moulin Lyon 3).

Anastasiia Efimova — il treno da Przemyśl a Berlino Reportage NBC News di Yuliya Talmazan, fotografie di Jacobia Dahm, marzo 2022. Da questa fonte: la partenza da Obolon, i nomi dei figli e dei gatti, la madre Larisa Afonina, il marito Serhiy nell’esercito, le quindici ore di viaggio, i volontari alle fermate, l’esclamazione davanti al quartiere di palazzi alti, la destinazione di Wismar.

Amin (Sudan) — il naufragio al largo di Sfax Amnesty International, comunicato del 16 luglio 2026, EU/Tunisia: Three Years On. Da questa fonte anche le testimonianze del richiedente camerunense e della richiedente eritrea, le due motovedette consegnate nel settembre 2025 e le tre annunciate nel giugno 2026, e la lettera di von der Leyen del 16 giugno 2026 con il dato del 97%.

– https://www.amnestyusa.org/press-releases/eu-tunisia-three-years-on-eu-migration-cooperation-still-fueling-human-rights-violations-in-tunisia/

Protezione temporanea

Direttiva 2001/55/CE del Consiglio, 20 luglio 2001, sulle norme minime per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati. Durata: un anno, prorogabile automaticamente di sei mesi in sei mesi per un altro anno, più un’eventuale proroga annuale decisa dal Consiglio. Tetto massimo tre anni (art. 4). L’articolo 11 disciplina l’obbligo di riammissione dei beneficiari trasferitisi in un altro Stato membro: gli Stati membri hanno dichiarato di non applicarlo.

– https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=celex%3A32001L0055

Attivazione: proposta della Commissione 2 marzo 2022; Decisione di esecuzione (UE) 2022/382 del Consiglio, 4 marzo 2022. Adottata all’unanimità benché fosse sufficiente la maggioranza qualificata.

– https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=celex%3A32022D0382

Portata soggettiva (art. 2 della Decisione 2022/382): protezione automatica per i cittadini ucraini residenti in Ucraina prima del 24 febbraio 2022, per gli apolidi e i cittadini di Paesi terzi già titolari di protezione internazionale in Ucraina, e per i loro familiari; per i titolari di permesso di soggiorno permanente, protezione temporanea oppure tutela nazionale adeguata, a scelta dello Stato; per i titolari di permesso non permanente (studenti, lavoratori a termine), estensione facoltativa, subordinata alla prova di non poter rientrare in condizioni sicure.Revoca olandese: i Paesi Bassi hanno cessato la protezione temporanea per i cittadini di Paesi terzi con permesso ucraino non permanente il 4 settembre 2025, dopo pronuncia del Consiglio di Stato, con quattro settimane di tempo per lasciare il Paese.

Proroghe: Decisione 2023/2409 (fino al 4 marzo 2025); Decisione 2024/1836 (4 marzo 2026); Decisione (UE) 2025/1460 del 13 giugno 2025 (4 marzo 2027); accordo degli ambasciatori dei Ventisette del luglio 2026 (4 marzo 2028), con esclusione degli uomini fra 23 e 60 anni non in regola con gli obblighi militari a partire da marzo 2027, su richiesta del governo ucraino. La Germania applica la restrizione agli arrivi dal 31 luglio 2026; Danimarca e Repubblica Ceca hanno adottato misure analoghe nel giugno 2026.

Ambito territoriale: la direttiva vincola 26 Stati membri. La Danimarca, che ha un opt-out sullo spazio di libertà, sicurezza e giustizia, garantisce una tutela equivalente con legge speciale del 17 marzo 2022, prorogata al 17 marzo 2027. L’Irlanda ha aderito nel 2003. Norvegia, Islanda, Svizzera e Liechtenstein non sono vincolati (la direttiva non è acquis di Schengen) e hanno istituito regimi nazionali paralleli.

Beneficiari: 4,43 milioni al 31 luglio 2026. Germania 1.290.225 (29,1%); Polonia 953.060 (21,5%); Cechia 395.225 (8,9%). Composizione: donne adulte 43,4%, minori 29,4%, uomini adulti 27,1%. Fonte: Eurostat, comunicato del 10 settembre 2026; dataset migr_asytpsm e migr_asytpspop.

– https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Temporary_protection_for_persons_fleeing_Ukraine_-_monthly_statisticsIl 20151.000.573 arrivi via mare in Europa nel 2015; 3.735 morti o dispersi. Fonte: UNHCR, 30 dicembre 2015. Da non confondere con i 2,3 milioni di attraversamenti irregolari rilevati da Frontex nel biennio 2015-2016, che contano gli attraversamenti e non le persone.

Esternalizzazione

Fondi: oltre 400 milioni di euro a Tunisia, Marocco e Mauritania attraverso il Fondo fiduciario di emergenza per l’Africa (2015-2021); 105 milioni alla Tunisia con il memorandum d’intesa del 16 luglio 2023; 210 milioni alla Mauritania (febbraio 2024); 675 milioni per Egitto, Tunisia, Libia, Marocco e Algeria per il triennio 2025-2027, annunciati da von der Leyen ai capi di Stato nell’ottobre 2025.

Egitto, 17 marzo 2024: pacchetto da 7,4 miliardi di euro, così composto: 5 miliardi di prestiti di assistenza macrofinanziaria, 1,8 miliardi di finanziamenti agli investimenti, 600 milioni di sovvenzioni, di cui 200 destinati alla migrazione. Fonti: Commissione europea (DG ECFIN), SEAE.

Mediatore europeo, caso OI/2/2024/MHZ: indagine aperta il 12 aprile 2024, decisione del 21 ottobre 2024, Mediatore Emily O’Reilly.

– https://www.ombudsman.europa.eu/en/case/en/62882

Dati di rotta

2024: totale UE −38% (poco più di 239.000 attraversamenti irregolari); Mediterraneo centrale −59% (67.000), attribuito da Frontex alle minori partenze da Tunisia e Libia; rotta atlantica/Canarie +18% (quasi 47.000, massimo dal 2009, alimentata dalle partenze dalla Mauritania); Mediterraneo orientale +14%; Balcani occidentali −78%.

2025: totale −26% (quasi 178.000), minimo dal 2021. Il Mediterraneo centrale resta la rotta più attiva e si mantiene sui livelli del 2024: il calo complessivo non deriva da lì.

Fonte: Frontex, dati mensili e comunicati annuali.- https://www.frontex.europa.eu/

Morti sulle rotte terrestri: UNHCR, OIM e Mixed Migration Centre, On this journey, no-one cares if you live or die, volume 2, 5 luglio 2024, su tre anni di raccolta dati e 32.000 interviste. Le morti nel Sahara sono stimate doppie rispetto a quelle nel Mediterraneo.- https://www.unhcr.org/news/press-releases/new-report-reveals-horrific-abuse-refugees-and-migrants-along-routes-africa

Il Patto e il recepimento italiano

Patto europeo sulla migrazione e l’asilo: dieci atti legislativi, approvati il 14 maggio 2024, applicabili dal 12 giugno 2026. Fra questi: regolamento (UE) 2024/1351 sulla gestione dell’asilo e della migrazione (sostituisce il regolamento Dublino III n. 604/2013); regolamento (UE) 2024/1348 sulla procedura comune; regolamento (UE) 2024/1356 sugli accertamenti alle frontiere esterne; regolamento (UE) 2024/1349 sulla procedura di rimpatrio alla frontiera; regolamento (UE) 2024/1358 (Eurodac); direttiva (UE) 2024/1346 sull’accoglienza.

– https://www.consilium.europa.eu/it/policies/eu-migration-policy/eu-migration-asylum-reform-pact/

Quota di solidarietà: l’art. 12 del regolamento 2024/1351 fissa le soglie minime annue a 30.000 ricollocazioni e 600 milioni di euro. Per il 2026 il Consiglio ha stabilito 21.000 ricollocazioni e 420 milioni (decisione di esecuzione del dicembre 2025). Otto Stati membri si sono impegnati a ricollocare, fra cui la Germania (4.555) e la Francia (3.361); Ungheria e Slovacchia non hanno presentato impegni. Beneficiari designati per pressione migratoria: Cipro, Grecia, Italia, Spagna.

Paesi terzi sicuri: regolamento (UE) 2026/463 del 24 febbraio 2026, che modifica il regolamento (UE) 2024/1348; pubblicato in GUUE il 26 febbraio 2026, applicabile dal 12 giugno 2026. Il criterio del collegamento fra richiedente e Paese terzo cessa di essere obbligatorio in caso di transito o di accordo bilaterale. Dichiarazione di Rasmus Stoklund, ministro danese per l’Immigrazione e l’Integrazione, dal comunicato del Consiglio del 18 dicembre 2025. Il rilievo sulla perdita dell’effetto sospensivo automatico del ricorso è di Amnesty International e altre organizzazioni.

Recepimento italiano: decreto-legge 12 giugno 2026, n. 100, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, serie generale n. 134 del 12 giugno 2026, convertito senza modificazioni dalla legge 7 agosto 2026, n. 145. Disposizioni citate nell’articolo:

–       non-ingresso: art. 12 del d.l., che introduce il comma 1.1 all’art. 10-ter del d.lgs. 286/1998; art. 11 del d.l., che introduce l’art. 28-bis.2, comma 2, del d.lgs. 25/2008; art. 10 del d.l., che introduce il comma 3-ter all’art. 6-bis del d.lgs. 142/2015

–       trattenimento di dodici settimane non prorogabili: art. 6-bis, comma 3, del d.lgs. 142/2015 come modificato

–       rischio di fuga in tredici circostanze: art. 5-sexies del d.lgs. 142/2015, introdotto dall’art. 10 del d.l.

–       decisione in quattro settimane: art. 28-bis.1 del d.lgs. 25/2008

–       ricorso in cinque giorni, non sospensivo: art. 35-ter del d.lgs. 25/2008 come sostituito

–       regime transitorio fino al 31 ottobre 2026: art. 17, comma 1, del d.l.

–       Unità Dublino → Unità AMMR: art. 11 del d.l., che modifica l’art. 3, comma 3, del d.lgs. 25/2008

28/9/2026 https://www.ahidaonline.com/

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