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La mafia va analizzata in quanto fenomeno umano, storicamente determinato. Lungi dall’essere freno allo sviluppo capitalistico ne rappresenta l’acceleratore

Giovanni Falcone diceva che bisognava seguire i soldi per capire la mafia. E diceva anche che la mafia è un fenomeno umano e in quanto tale ha avuto un inizio e avrà una fine. In quanto fenomeno umano, storicamente determinato, esso va analizzato. Ogni giorno sentite le cronache raccontare la mafia come fenomeno criminale. Obiettivo di questo numero di Jacobin Italia è analizzare la mafia come fenomeno sociale, politico, economico.

Viviamo in un paese che ha ampie fette di economia e pezzi di territorio controllati da organizzazioni criminali. Non è l’unico al mondo, ma è l’unico che fa parte dei paesi del G7. Il che rende l’Italia un laboratorio dell’economia criminale. Lungi dall’essere un freno allo sviluppo capitalistico, dicono i numeri, la mafia si trasforma in un volano, fattore di regolazione e strumento di accumulazione. Numerose caratteristiche del capitalismo contemporaneo, dal suo essere globale all’intrecciare bassa manovalanza e deregulation finanziaria, ritorno al passato e ultramodernità, sono state anticipate dalla mafia, ad esempio dalla capacità di gestire la filiera globale di produzione e distribuzione della droga, che attraversa una linea spazio-temporale che va dal lavoro schiavistico all’alta finanza alle reti di smercio e commercializzazione. Ricorda qualcosa?

Per questo Antonio Vesco si chiede se c’è qualcosa che ci sfugge nel nostro osservare il fenomeno e nei modelli interpretativi dell’antimafia. Martina Lo Cascio chiede a Umberto Santino, sociologo, di spiegarci la categoria della «borghesia mafiosa», concetto elaborato dai movimenti siciliani negli anni Settanta e approdato ormai anche nelle analisi delle procure. Vincenzo Scalia, invece, affronta il tema della «trattativa Stato-Mafia», che è servito più a distoglierci dalla comprensione  del fenomeno che a rivelare misteri e retroscena. Sofia Ciuffoletti analizza il regime speciale del 41 bis, un modello nato sulla scia di un’emergenza che doveva essere solo temporanea e che pericolosamente viene esteso ad altri reati.

A questo punto Massimo Carlotto, dialogando con Giuliano Santoro, racconta il modo in cui nella nostra economia la mafia è diventata un partner affidabile più che una zavorra. Per capire in che modo tutto ciò avvenga abbiamo scelto di raccontare tre luoghi: Gianni Belloni scrive di Eraclea, comune nel litorale veneziano oggetto di colonizzazione economica da parte dei casalesi; Samuela Marconcini si occupa del distretto toscano della concia, dove la ‘ndrangheta è tornata utile per smaltire rifiuti tossici con metodi spicci; Martina Lo Cascio indaga Campobello di Mazara, il paese che è passato alle cronache per l’arresto di Matteo Messina Denaro. 

Federico Esposito ripercorre il farsi impresa della camorra e Antonella Rizzello la complessità difficile da interpretare nel codice penale del fenomeno del caporalato. Non bisogna dimenticare che il sistema ha sempre i suoi cani da guardia: a Vito Ruggiero il compito di descrivere le trame nere che uniscono neofascisti e mafiosi fin dagli anni Settanta della strategia della tensione.

Finora abbiamo detto capitalismo, ma potremmo parlare anche del suo contrario: ci riferiamo alla legge sul sequestro dei beni ai mafiosi, che parte da principi molto avanzati (l’esproprio della proprietà privata a uso della collettività) che però non sempre riesce a mantenere: ce ne parla Ludovica Ioppolo. Ciò non significa che si debba privilegiare una lettura linearmente e puramente economicista del fenomeno mafioso: la complessità che ci indica il femminismo, la pluralità delle narrazioni, il gioco di specchi delle memorie servono a ricordarci che cosa è il prisma del capitalismo contemporaneo e i modi in cui la mafia lo interpreta. Ed ecco allora che Gisella Modica ci introduce a una lettura femminista della mafia, che diventa imprescindibile per uscire da categorie binarie (Stato-AntiStato) poco produttive. Selene Pascarella discute con Emiliano Morreale di rappresentazioni della mafia, del modo in cui il suo immaginario retroagisce sulla sua identità e delle scorciatoie orientaliste cui ricorriamo per scampare ai fantasmi della storia italica. 

Lorenzo Zamponi, invece, dialoga con alcune esperienze dell’antimafia sociale, un mondo che coniuga lotta alla criminalità organizzata a costruzione di comunità. A esperienze di costruzione di comunità contro la camorra è dedicato anche il nostro inserto curato da Assia Petricelli: una mappa di Scampia disegnata da Irene Rinaldi che mostra come il quartiere noto come set della serie Tv Gomorra è anche un laboratorio di riappropriazione di spazi pubblici. 

Abbiamo parlato di trame e di rimossi collettivi. Il numero 49 dell’edizione statunitense di Jacobin che esce in contemporanea a noi ha a che fare con tutto questo: si  tratta del cospirazionismo, e qui proponiamo la traduzione di una selezione di articoli. Lauren Fadiman legge il fenomeno come critica grezza al capitalismo e alle sue contraddizioni. Daniel Finn risale alle origini del divenire pop delle teorie del complotto. Cioè a trent’anni fa, quando la serie X-Files sbarcò sui nostri piccoli schermi. Il regista Oliver Stone, invece, fornisce la sua versione di un vero complotto: quello che uccise John Fitzgerald Kennedy. Tom O’Neill insinua il dubbio che la strage provocata dalla setta di Charles Manson, che trasformò il sogno hippie in un incubo sanguinario, non sia stato proprio un fenomeno casuale. C’è un nesso tra contoculture e cospirazione, lo spiega Fergal Kinney a proposito del retroterra situazionista dei Sex Pistols e della nascita del punk inglese. Infine, il long-form di Alexander Zaitchick sull’incredibile, eppure vero, incrocio di storie tra il Rat Pack di Frank Sinatra, la mafia di Sam Giamcana e il clan Kennedy. 

Redazione Jacobin Italia

14/6/2023 https://jacobinitalia.it/

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