Ghedi: il pericoloso segreto di Pulcinella

2 ottobre 2023. Gli organizzatori della conferenza stampa di fronte alla base militare di Ghedi in provincia di Brescia aprono i loro microfoni per raccontare come siano giunti all’esposto inviato alle 9.44 alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma per chiedere alla magistratura di indagare sulla presenza di armi nucleari in Italia. Una denuncia sottoscritta da 22 esponenti appartenenti ad associazioni pacifiste e antimilitariste1 che affonda le proprie radici in una campagna storica contro la guerra e la proliferazione delle armi nucleari, sfociata nel sostegno ad uno studio recentemente pubblicato dalla Sezione italiana di IALANA – International Association  Of Lawyers Against Nuclear Arms – che ha sondato la possibilità di ricorrere alla via giudiziaria e che prende oggi concretamente vita in questo atto.

Uno studio iniziato prima dello scoppio della crisi ucraina, che ha esacerbato il rischio della minaccia nucleare ricordando a tutti ciò che sappiamo da oltre 50 anni sull’orrore di un sempre possibile apocalisse nucleare. Dopo i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, per i quali nessuno è stato mai chiamato a rispondere, l’umanità è entrata nell’era atomica. Una via che pare ancora oggi senza ritorno. Stati nucleari e non nucleari hanno potuto far prosperare nel tempo le proprie industrie belliche e, a partire dalla Guerra fredda, la spirale della corsa agli armamenti e dell’investimento costante in tecnologie militari e nucleari ha portato all’allestimento di arsenali spaventosi arrivando a migliaia di testate capaci di cancellare per sempre la vita sulla terra.

Dopo l’uso che per la prima volta gli Stati Uniti fecero in Giappone di queste armi contro una popolazione inerme, gli Stati Uniti e gli alleati del blocco occidentale perseguirono infatti una politica di deterrenza nucleare derivante dalla necessità presunta di poter condurre una controffensiva in caso di conflitto con l’Unione Sovietica, che si estese nel tempo a qualsiasi conflitto nucleare. Vi parteciparono dunque anche gli stati europei dal 1954, rendendo così disponibile il loro territorio per il trasporto e lo stoccaggio di tali armamenti.

Ad oggi si presume con quasi assoluta certezza che le basi italiane, in particolare di Ghedi ed Aviano, vengano utilizzate a questi scopi e che al loro interno siano presenti da cinquanta a cento ordigni nucleari statunitensi. Un fatto molto recente che avvallerebbe la loro presenza, riportano i relatori alla conferenza stampa, è l’arrivo delle bombe nucleari tattiche di ultima generazione alla base di Ghedi a gennaio 2023. Le B61-12 e il dispiegamento dei nuovi cacciabombardieri F35, armati proprio con tali ordigni. Il tutto perseguendo la dottrina Nato del “nuclear sharing” che prevede la condivisione degli armamenti atomici anche con gli alleati che non li abbiano sviluppati ma al fine di aumentare appunto la deterrenza.

Secondo un report investigativo di Greenpeace2, con cifre che si afferma siano avvallate anche da uno studio della stessa Difesa, se si verificassero delle esplosioni in queste aree a causa di incidenti o attacchi terroristici, si avrebbero da 2 a 10 milioni di vittime, che in base alla direzione dei venti verrebbero investite dai funghi radiattivi delle esplosioni. Numeri spaventosi che dipenderebbero non solo dal numero degli ordigni ma anche dall’accrescimento della potenza delle nuove bombe, calcolato in cinque volte quella che si abbatté tragicamente su Hiroshima.

Come afferma questa prima denuncia penale italiana in materia di armi nucleari, che mira proprio a svelare la pericolosa presenza di tali armamenti sul territorio – mai dichiarata ufficialmente e neppure smentita dai vari governi che nel tempo si sono succeduti – e le eventuali responsabilità, anche sotto il profilo penale, dell’importanzione e della detenzione, le fonti nazionali e internazionali che la motivano sono numerose e autorevoli.

E particolarmente interessante appare la segnalata ricerca del 28 maggio 2021 di Bellincat3, un’associazione di ricercatori, studiosi e giornalisti investigativi, dalla quale è emerso che “…mentre i governi europei si ostinano nel rifiutare ogni informazione, le forze armate statunitensi usano applicazioni per memorizzare i numerosi dati necessari alla custodia degli ordigni. È accaduto che le schede di queste applicazioni  siano diventate di dominio pubblico per negligenza dei militari nell’uso delle app.”

Sulla base delle fonti, continua la denuncia, “per quanto concerne specificamente il nostro Paese, sul suolo nazionale risulterebbero dislocate ben centoventi basi USA o Nato. Tra queste si individuano centri logistici, di addestramento e aeroporti militari, ma anche depositi, impianti di comunicazione e poligoni. Le principali basi si troverebbero ad Aviano (PN), Camp Ederle (VI), Gaeta (LT), Ghedi (BS), Napoli , Poggio Renatico (FE), Sigonella (CT) e Solbiate Olona (VA); è a Ghedi e Aviano, in particolare, che risulterebbero conservati gli ordigni nucleari statunitensi”.

E proprio a Ghedi si realizzerebbe il cd. Nato Nuclear Sharing Group, in base al quale l’Italia metterebbe a disposizione il vettore, i Tornado e poi gli F35, mentre gli americani la “materia prima”, ovvero gli ordigni.

L’Italia è un membro NATO ‘non nucleare’, e come ricordato nell’esposto, ha ratificato il 24 aprile 1975 il Trattato di non proliferazione (TNP), che si basa sul principio che gli Stati in possesso di armi nucleari, i cd. “Paesi nucleari”, si impegnano a non trasferire armi di tale natura a quelli che ne sono privi, i c.d. “Paesi non nucleari”, mentre questi ultimi, Italia compresa, si obbligano a non ricevere e o acquisire il controllo diretto oindiretto di ordigni nucleari (artt. I, II, III).

L’Italia, si sottolinea, non ha invece firmato e ratificato il più recente Trattato per la proibizione delle armi nucleari approvato il 7 luglio 2017 dall’assemblea generale delle Nazioni Unite ed entrato in vigore il 22 gennaio 2021. Un fatto ritenuto particolarmente grave in quanto nessun governo italiano ha provveduto alla sua sottoscrizione nel corso di sei interi anni. Un’adesione che esplicitamente ed automaticamente qualificherebbe come illegale la detenzione di ordigni nucleari.

Illegalità ritenuta certa e che ha portato numerose amministrazioni di Enti Locali ad adesioni simboliche al trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari TPNW, approvando anche un testo di mozione per il disarmo nucleare4 quale gesto di protesta nei confronti di una totale accondiscendenza.

La denuncia continua infine scendendo nel dettaglio con un’approfondita analisi delle fonti poste a suo fondamento, passando in rassegna le normative nazionali sulle armi e affrontando la questione della presenza di licenze e autorizzazioni alle importazioni, dal momento che l’accertata presenza sul territorio, presuppone necessariamente un passaggio degli ordigni nucleari attraverso il confine.

Ad ogni modo, qualora esistente, qualsiasi autorizzazione risulterebbe in contrasto con l’art. 1 della legge 185/90 che recita: “l’esportazione, l’importazione, il transito, il trasferimento intracomunitario e l’intermediazione di materiale di armamento nonché la cessione delle relative licenze di produzione e la delocalizzazione produttiva devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia. Tali operazioni vengono regolamentate dallo Stato secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

L’avv. Ugo di Giovannangeli – che ha valutato l’opportunità dell’esposto insieme agli avv. Joachim Lau e Claudio Giangiacomo, difensori dei 12 firmatari dell’esposto – ha illustrato in un suo intervento alla conferenza stampa la natura e lo scopo dell’esposto presentato, che non solo rappresenta un momento storico nella lotta contro la guerra e l’eliminazione delle testate nucleari sul suolo nazionale, ma un segnale rinnovato che chiami al rispetto degli accordi internazionali e ad una maggiore consapevolezza collettiva. Per questa ragione l’azione penale, che è obbligatoria in Italia ma che potrebbe arrivare ad una richiesta di archiviazione da parte del procuratore, e alla quale si potrà comunque fare un’opposizione motivata, non può essere l’unica soluzione.

L’azione legale si deve affiancare ad azioni di associazioni, partiti e cittadini che possano responsabilizzare il procuratore incaricato, inserendola in un contesto più vasto. Con questo primo atto si chiamano dunque tutte le forze pacifiste e antimilitarsite ad un lavoro generoso e unitario di sensibilizzazione delle istituzioni e dell’opinione pubblica che ne amplifichi e concretizzi il valore.

  1. Abbasso la guerra, Donne e uomini contro la guerra, Associazione Papa Giovanni XXIII, Centro di documentazione del Manifesto Pacifista Internazionale, Tavola della Pace Friuli Venezia Giulia, Rete Diritti Accoglienza Solidarietà Internazionale, Pax Christi, Pressenza, WILPF, Centro sociale 28 maggio, Coordinamento No Triv, e singoli cittadini.[]
  2. https://www.greenpeace.org/static/planet4-italy-stateless/7949b3cb-20201130_report-nuclear-sharing_final.docx.pdf.[]
  3. https://www.bellingcat.com/news/2021/05/28/us-soldiers-expose-nuclear-weapons-secrets-via-flashcard-apps/.[]
  4. https://retepacedisarmo.org/disarmo-nucleare/wp-content/uploads/sites/6/2022/02/Bozza-OdG-ItaliaRipensaci-Feb2022-M4P.pdf.[]

Elena Coniglio

4/10/2023 https://transform-italia.it/

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