Gli Stati Uniti e i BRICS

Alessandro Scassellati Sforzolini*

L’eclissi dell’egemonia: la strategia globale degli Stati Uniti verso il blocco BRICS+

L’ascesa del coordinamento tra i Paesi del blocco BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), recentemente evolutosi in BRICS+ con l’ingresso di potenze regionali di primo piano come Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, rappresenta la sfida geopolitica e sistemica più complessa per gli Stati Uniti dalla fine della Guerra Fredda. La posizione di Washington si è evoluta da una fase di scetticismo e indifferenza a una di esplicito contrasto, caratterizzata da una postura “mercantilista”, difensiva e offensiva sul piano militare. Mantengono una posizione complessa, prevalentemente ostile, nei confronti del blocco BRICS+ nel suo complesso, pur continuando a interagire con i singoli membri sulla base di specifici interessi strategici.

Sebbene inizialmente il raggruppamento fosse considerato poco più che un acronimo di marketing per investitori finanziari, oggi Washington lo percepisce come il catalizzatore di un nuovo ordine mondiale “post-occidentale”. La postura statunitense si è trasformata radicalmente: da un’indifferenza accademica è passata a un contrasto attivo e multidimensionale, con protezionismo economico estremo, difesa della supremazia monetaria e, da ultimo, l’intervento bellico diretto contro uno dei membri più radicali del blocco, come la Repubblica Islamica dell’Iran.

Il dollaro come fortezza: la dottrina della supremazia monetaria

Il pilastro centrale, strategico e assolutamente non negoziabile della politica estera e della dottrina di sicurezza degli Stati Uniti d’America nei confronti della coalizione dei paesi BRICS+ risiede nella tutela ferrea e intransigente della supremazia globale del dollaro. La spinta sempre più decisa di questo blocco emergente verso percorsi strutturati di de-dollarizzazione viene oggi percepita dai vertici decisionali di Washington non come una semplice sfida commerciale, bensì come una vera e propria minaccia esistenziale all’ordine globale a guida statunitense. Il “biglietto verde” non deve essere inteso semplicemente come una valuta di riserva o un comune mezzo di scambio internazionale; esso rappresenta lo strumento geopolitico fondamentale che permette agli Stati Uniti di finanziare agevolmente il proprio cronico deficit strutturale, di gestire l’immenso debito pubblico e di proiettare un potere d’influenza senza pari attraverso l’arma letale delle sanzioni finanziarie. La forte spinta dei BRICS+ verso l’autonomia monetaria — attuata sia mediante l’uso crescente di valute nazionali negli scambi bilaterali (si pensi al fenomeno del cosiddetto petroyuan) sia attraverso lo sviluppo tecnologico della piattaforma BRICS Pay — è vista con estrema preoccupazione dal Dipartimento del Tesoro e dalla Federal Reserve, che la classificano come un attacco diretto alla stabilità economica e alla sicurezza nazionale interna.

In questo scenario altamente polarizzato, l’approccio strategico promosso dall’amministrazione Trump si distingue per una natura dichiaratamente punitiva, muscolare e preventiva. Tale visione si è ormai cristallizzata in una rigida politica di “tolleranza zero” verso qualsiasi tentativo di ribellione monetaria. La minaccia formale di imporre pesanti tariffe commerciali del 100% contro qualsiasi Paese che tenti attivamente di sostituire il dollaro nel commercio internazionale rappresenta un atto di coercizione economica senza precedenti nella storia moderna. Trump ha esplicitamente avvertito che qualsiasi membro dell’alleanza che sostenga apertamente una valuta alternativa targata BRICS o cerchi di aggirare il dollaro perderà immediatamente e totalmente l’accesso privilegiato al ricco mercato e all’economia statunitense. Washington vuole impedire a tutti i costi la nascita e la proliferazione di un circuito finanziario parallelo globale, magari basato sulla tecnologia blockchain o su innovativi sistemi di clearing non controllati dal sistema SWIFT. La creazione di una simile infrastruttura autonoma renderebbe infatti le sanzioni statunitensi (come quelle massicce applicate negli ultimi anni a Russia e Iran) del tutto irrilevanti e inefficaci. Per gli Stati Uniti d’America, la stabilità globale del dollaro è sinonimo perfetto di stabilità del loro ordine mondiale egemonico: perderne il controllo o vederne erosa l’influenza significherebbe inevitabilmente la fine della capacità di colpire o sanzionare i governi ostili nel mondo senza dover ricorrere costantemente e dolorosamente all’uso della forza cinetica e militare diretta sul campo.

L’Operazione Epic Fury: l’Iran come terreno di scontro globale

In questo clima di tensione, l’Iran è diventato il punto di rottura definitiva. L’ingresso di Teheran nei BRICS+ nel 2024 è stato percepito da Washington come un tentativo dell’Iran di ottenere uno scudo diplomatico ed economico per le sue ambizioni nucleari. Il conflitto tra Stati Uniti e Iran, intensificatosi drasticamente nel corso del 2025 è culminato in operazioni militari su vasta scala all’inizio del 2026 con l’Operazione Epic Fury, una campagna militare congiunta tra Stati Uniti e Israele mirata ad eliminare la leadership e degradare le infrastrutture strategiche iraniane. Rappresenta un punto di svolta fondamentale che accelera la trasformazione del blocco BRICS+ da forum economico a coalizione geopolitica difensiva. Cina, Russia e Brasile hanno condannato fermamente gli attacchi, considerandoli una violazione della sovranità e del diritto internazionale. L’India, che detiene la presidenza dei BRICS nel 2026, si trova in una posizione delicata: deve bilanciare il suo partenariato strategico con gli Stati Uniti con la necessità di guidare un blocco che include l’Iran.

Teheran ha esplicitamente chiesto un intervento collettivo dei BRICS+ per fermare l’aggressione. L’incapacità del blocco di produrre una risposta unitaria ha messo in luce le divisioni interne, ma ha anche rafforzato l’urgenza di creare sistemi finanziari alternativi per proteggere i membri dalle sanzioni occidentali e dai blocchi navali. Il conflitto iraniano sta agendo da acceleratore per le dinamiche di de-dollarizzazione. Poiché gli Stati Uniti usano il blocco navale e finanziario come arma principale, i restanti membri dei BRICS+ vedono la caduta di Teheran come un pericoloso precedente.

Questo conflitto non è una semplice guerra regionale, ma un messaggio diretto all’intero blocco BRICS+. Washington intende dimostrare che l’affiliazione a un club economico multipolare non garantisce protezione militare contro la proiezione di potenza statunitense. Tuttavia, l’attacco ha innescato una reazione a catena: il blocco dei porti iraniani da parte della Marina USA ha spinto Teheran a chiudere lo Stretto di Hormuz (da cui passano il 20-25% delle forniture globali di greggio e GNL e il 45% dei fertilizzanti chimici), mettendo a rischio la stabilità energetica di Europa, Cina, India e altri Paesi, potenzialmente trascinando il mondo in una depressione economica. La guerra ha trasformato l’Iran in un “martire del multipolarismo”, accelerando paradossalmente la necessità per i BRICS+ di trovare rotte logistiche terrestri, come i corridoi trans-eurasiatici, che sfuggano al controllo dei choke points marittimi sorvegliati dal Pentagono.

Il mercantilismo difensivo e la guerra delle tariffe

Sul piano economico-commerciale, gli Stati Uniti hanno inaugurato una nuova era di politica commerciale punitiva per scoraggiare l’allineamento con le politiche “antiamericane” del blocco. Hanno formalmente ripudiato i dogmi del neoliberismo globale a favore di un “mercantilismo difensivo”. L’introduzione di una tariffa generalizzata del 10% su tutti Paesi BRICS+, che può salire al 25% per i Paesi che mantengono una cooperazione militare attiva con la Russia o l’Iran, è lo strumento principale di questa nuova dottrina. Questa misura non è legata a specifiche controversie su singoli prodotti (come l’acciaio o le auto), ma è una tariffa “politica” volta a colpire l’appartenenza stessa al blocco. Gli esperti dell’American Action Forum stimano che la tariffa del 10% applicata dai BRICS+ potrebbe costare ai consumatori e alle imprese statunitensi tra i 35 e i 56 miliardi di dollari all’anno.

Questa strategia mira a ottenere tre risultati critici:

1. dissuasione strategica: rendere economicamente svantaggioso per il Sud Globale l’allineamento politico troppo stretto con Pechino e Mosca;

2. decoupling tecnologico: limitare l’accesso dei BRICS+ alle tecnologie critiche americane (semiconduttori, IA, biotecnologie), forzando i Paesi del blocco a una rincorsa tecnologicamente costosa e complessa;

3. reshoring e friend-shoring per garantire la sicurezza delle catene di approvvigionamento: incentivare le aziende statunitensi e degli alleati a smantellare le catene del valore in Cina o Brasile per riportarle all’interno dei confini nazionali o in territori alleati, privilegiando le nazioni che non mettono in discussione la leadership statunitense.

Nonostante il rischio di una fiammata inflazionistica che potrebbe costare ai consumatori americani oltre 50 miliardi di dollari l’anno, poiché i BRICS+ controllano gran parte delle materie prime essenziali per la transizione energetica e la tecnologia, Washington considera questo un “prezzo della libertà” necessario per smantellare l’interdipendenza economica con avversari ideologici ed economici.

La strategia del “divide et impera”: i dilemmi di India, Brasile e Paesi del Medio Oriente

Washington non considera i BRICS+ come un blocco monolitico, ma come un’aggregazione eterogenea di interessi spesso divergenti. Paesi spesso divisi da odi storici e rivalità strategiche. Pertanto, lavora attivamente sulle “linee di faglia”, ossia sulle fratture interne del gruppo per esacerbarle, evitando che il gruppo si trasformi in un’alleanza militare o politica coesa. Distingue tra potenze “revisioniste” e partner strategici all’interno del gruppo. I rivali (Russia e Cina) sono considerati i principali motori della spinta anti-occidentale del blocco, utilizzando i BRICS+ per eludere le sanzioni statunitensi e costruire meccanismi di mercato paralleli. Poi, ci sono i partner strategici (India, Brasile ed Emirati Arabi Uniti):

Nuova Delhi rappresenta il dilemma più grande. Nonostante l’appartenenza ai BRICS+ e l’utilizzo della rupia per il commercio petrolifero con la Russia, l’India rimane un partner fondamentale per la sicurezza degli Stati Uniti. È parte vitale del QUAD (Quadrilateral Security Dialogue), un forum strategico militare informale in funzione anti-cinese, composto da quattro Paesi: Stati Uniti, India, Giappone e Australia. 

Washington scommette sul fatto che l’India non permetterà mai ai BRICS+ di diventare un mero strumento dell’egemonia cinese. Vede nell’India l’unico contrappeso demografico e militare capace di arginare la Cina in Asia. La strategia americana è quella di “offrire di più” all’India in termini di tecnologia militare e investimenti, sperando che agisca come un sabotatore interno contro le spinte più radicali del blocco. Per questo  gli USA esercitano una pressione costante affinché l’India riduca la sua dipendenza dagli armamenti russi e dal petrolio iraniano. La sospensione dei lavori nel porto iraniano di Chabahar sotto minaccia di sanzioni è stata una vittoria tattica per gli USA, ma ha alimentato risentimento nel governo Modi, che vede nella sovranità strategica il proprio dogma assoluto. Washington è preoccupata per il ruolo dell’India nelle strategie antiterrorismo dei BRICS+, ma la considera uno “Stato chiave” che privilegia la stabilità economica rispetto alla de-dollarizzazione.

Il Brasile e il Sudafrica sono visti come “anelli deboli” della catena BRICS. Washington utilizza una combinazione di incentivi agli investimenti verdi (per contrastare la presenza cinese) e minacce di isolamento finanziario per dissuadere Brasilia e Pretoria dall’adottare standard tecnologici o sistemi di pagamento cinesi. Il Sudafrica ha spinto l’Iran a ritirarsi dalle esercitazioni navali congiunte “Will for Peace 2026” per evitare di irritare gli Stati Uniti. La presidenza Lula in Brasile ha portato una tensione crescente. Le relazioni tra Washington e Brasilia sono state descritte come tese, con gli Stati Uniti che hanno imposto dazi su diverse merci brasiliane e sanzionato specifici funzionari (cercando di isolare le correnti più radicali all’interno dell’amministrazione brasiliana) per scoraggiare la vicinanza alla Cina e le riforme finanziarie “a favore della sovranità” guidate dal presidente Lula.

In Medio Oriente, l’inclusione di alleati storici come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti ha scioccato Washington. È stata vista con preoccupazione, ma anche come un’opportunità. Washington tenta di inquadrare la loro partecipazione non come un tradimento, ma come una diversificazione diplomatica, mantenendo aperti canali di cooperazione militare e tecnologica che i BRICS+ non sono ancora in grado di offrire. Qui la strategia è di “aggancio di sicurezza”: almeno fino alla guerra con l’Iran, gli USA hanno continuato a fornire garanzie militari che Pechino non può offrire, cercando di convincere i monarchi del Golfo che, sebbene possano vendere petrolio in yuan, la loro sicurezza fisica dipendeva (almeno fino a che non sono arrivati missili e droni iraniani) dal Pentagono.

La sfida alle istituzioni parallele: il sistema di Bretton Woods vs NDB

Un altro terreno di scontro cruciale è quello delle istituzioni finanziarie internazionali. I BRICS+ stanno potenziando la New Development Bank (NDB), presieduta da Dilma Rousseff, e il Fondo di Riserva (CRA) per offrire prestiti senza le condizionalità politiche tipiche del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Gli Stati Uniti percepiscono queste istituzioni non come organi di sviluppo economico, ma come strumenti di soft power cinese per intrappolare i Paesi in via di sviluppo nel debito e nella subordinazione politica.

Washington risponde con una strategia di “contenimento istituzionale”. Da un lato, tenta timidamente di riformare internamente il FMI per concedere più peso alle potenze emergenti, nel tentativo di mantenerle all’interno del “sistema a guida occidentale”. Cerca di “comprare” la loro fedeltà al sistema esistente prima che decidano di abbandonarlo definitivamente.

Dall’altro, utilizza la propria intelligence e i media globali per condurre campagne di “guerra informativa” per denunciare la “trappola del debito” cinese (come conseguenza dei costi nascosti dei progetti legati alla “Belt and Road Initiative) e per scoraggiare l’adozione di standard tecnologici e finanziari cinesi o russi, dipingendoli come strumenti di sorveglianza e vulnerabilità economica.

La battaglia per la governance mondiale è ormai una realtà: chi controlla i flussi di capitale per le infrastrutture del Sud Globale controllerà la lealtà politica di questi Stati nei prossimi cinque anni.

Lo scontro ideologico: un mondo “rules-based” contro il multipolarismo sovranista

Al di là dell’economia, vi è uno scontro ideologico. Sul piano della comunicazione, gli Stati Uniti presentano il blocco BRICS+ come una coalizione guidata da Paesi autoritari (Russia e Cina) che cercano di smantellare l’ordine internazionale basato sulle regole (dove le regole sono decise dagli USA). Washington enfatizza le contraddizioni interne al blocco — come le controversie territoriali tra Cina e India o le divergenze religiose e politiche tra i nuovi membri mediorientali — per minare la credibilità del gruppo come alternativa stabile.

Al fondo di ogni sanzione e di ogni operazione militare vi è uno scontro filosofico insanabile. Gli Stati Uniti difendono il concetto di un “ordine internazionale basato sulle regole” (dove le regole sono state scritte e riscritte dall’Occidente a partire dal 1945). Al contrario, i BRICS+ promuovono una visione di “sovranità assoluta” (che si richiama alla Carta dell’ONU che stabilisce che ogni Paese è libero di agire internamente senza interferenze) e “multipolarismo”, dove i valori liberali (diritti umani, democrazia, libertà di stampa) sono considerati affari interni e non criteri di valutazione geopolitica.

Gli USA cercano di inquadrare la crescita dei BRICS+ come un ritorno alle “sfere di influenza” del XIX secolo, un modello che porterebbe inevitabilmente al conflitto. L’Iran è diventato il simbolo plastico di questo scontro. La guerra all’Iran è stata inserita in questa narrazione come una “necessità morale” per proteggere la democrazia e la stabilità nucleare, ma per gran parte del mondo non occidentale, appare come l’ultimo disperato tentativo di un’egemonia in declino di mantenere il controllo attraverso la violenza. Per gli USA, il regime di Teheran è un “outlier” (un’entità che si colloca al di fuori dell’ordine internazionale “normale” o “previsto”) da eliminare per proteggere la stabilità della loro egemonia; per i BRICS+, l’attacco all’Iran è la prova che l’Occidente non accetterà mai una spartizione paritaria del potere mondiale. La narrazione statunitense tenta di isolare Russia, Cina e Iran come un nuovo “Asse del Male”, cercando di convincere gli altri membri (Brasile, India, Sudafrica, Egitto, ecc.) che il loro futuro è più sicuro all’interno della cornice occidentale che in un’alleanza guidata da autocrazie revisioniste.

Allo stesso tempo, gli USA stanno rilanciando iniziative di “dollarizzazione” e aiuti economici nel Sud Globale per contrastare l’attrattiva del modello cinese. L’obiettivo è dimostrare che, nonostante la retorica dei BRICS+, la sicurezza e la prosperità a lungo termine rimangono legate alla partnership con l’Occidente.

Implicazioni per il futuro: il rischio del grande scisma

In sintesi, la posizione strategica degli Stati Uniti d’America nei confronti dell’alleanza BRICS+ si configura oggi come un esercizio di puro equilibrismo ad altissimo rischio geopolitico. Da un lato, Washington si trova costretta a mostrare una forza muscolare senza precedenti per scoraggiare i tentativi di de-dollarizzazione e frenare l’inarrestabile espansionismo economico, tecnologico e politico della Cina. Dall’altro lato, però, l’amministrazione americana non può assolutamente permettersi il lusso di isolare in modo completo e definitivo un gruppo di Paesi che, calcolatrice alla mano, rappresenta ormai quasi la metà dell’intera popolazione mondiale e una quota sempre più dominante e crescente del PIL globale complessivo.

La postura geopolitica degli Stati Uniti verso i BRICS+ nel corso del 2026 è ufficialmente giunta a un bivio storico e irreversibile. L’uso sistematico e combinato di dazi e tariffe commerciali fortemente punitive, continue minacce di isolamento monetario e interventi bellici diretti — come quelli attualmente in corso sul territorio iraniano — potrebbe finire per sortire l’effetto esattamente opposto a quello sperato dai vertici americani. Invece di frammentare e dividere l’alleanza dall’interno, la pressione asfissiante ed esistenziale esercitata da Washington rischia di agire da potente collante strategico. Questo scenario accelererebbe la creazione strutturata di una vera coalizione di mutua difesa, sia sul piano economico che su quello strettamente militare.

Se l’Iran riuscirà a resistere all’offensiva dell’Operazione Epic Fury, sfruttando il sostegno clandestino di Pechino e Mosca e l’evasione delle sanzioni garantita dai nuovi canali digitali di BRICS Pay, il mito dell’invincibilità americana subirà un colpo fatale. Al contrario, se la strategia di Washington riuscirà a isolare i membri più radicali del blocco, gli USA potrebbero ristabilire una sorta di “Pax Americana 2.0”, sebbene molto più frammentata, fragile e costosa rispetto al passato.

La sfida del secolo

In definitiva, gli Stati Uniti non vedono più i BRICS+ come un esperimento economico, ma come il principale antagonista sistemico. La loro posizione è passata da una superiorità sprezzante a un contenimento aggressivo. Washington riconosce che il mondo non è più unipolare, ma è determinata a garantire che qualsiasi nuovo ordine non nasca a spese degli interessi fondamentali statunitensi. La guerra all’Iran ha rimosso ogni pretesa di neutralità diplomatica. La battaglia per il controllo delle rotte energetiche, della valuta di riserva e degli standard tecnologici definirà chi avrà il diritto di scrivere le regole della convivenza globale nel XXI secolo.

Washington ha deciso di puntare tutto sulla forza, convinta che il controllo del sistema finanziario globale sia ancora la carta vincente. Ma in un mondo dove i BRICS+ rappresentano ormai quasi la metà della popolazione mondiale e una quota di PIL a parità di potere d’acquisto superiore a quella del G7, la scommessa americana non è mai stata così rischiosa: corre il rischio di alienarsi definitivamente le economie a più rapida crescita del mondo. Una pressione eccessiva rischia paradossalmente di accelerare proprio quella coesione tra i membri dei BRICS+ che Washington sta cercando di evitare. Spingendo nazioni come l’India, il Brasile o l’Arabia Saudita verso una scelta di campo forzata.

Il futuro delle relazioni dipenderà dalla capacità statunitense di offrire un’alternativa più attraente rispetto a quella proposta dal blocco sino-russo, andando oltre le sole sanzioni e tariffe. Forse il 2026 non verrà ricordato solo come l’anno del conflitto iraniano, ma come il momento in cui l’umanità ha assistito alla nascita definitiva di un sistema bipolare, dove la pace dipenderà non più dall’egemonia di una sola potenza, ma da un equilibrio del terrore economico e militare tra due emisferi inconciliabili.


*Alessandro Scassellati Sforzolini, ricercatore sociale, si è laureato in Scienze politiche alla Luiss di Roma e ha ottenuto un Ph.D. in Antropologia culturale presso il Graduate Center della City University of New York. Ha condotto numerosi studi e ricerche sul campo. Fa parte di Casa dei Diritti Sociali e scrive sulla rivista online “Transform! Italia” e per “Left”.

https://www.sulatesta.net/

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