I Brics e l’Impero Usa in putrefazione

di Alberto Bradanini*

Prologo e dati

Secondo stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI) al 31 dicembre 2026 il Pil nominale dei dieci paesi Brics è stato di 34.240 mld di $ (30,1% del Pil mondiale), mentre quello congiunto dei Brics/paesi partners (in totale venti, 32,0% del Pil mondiale) è stato di 36.400 mld di $. Il Pil dei paesi del G7 ha invece superato i 47.500 mld di $ (41,8 del Pil mondiale), dunque significativamente superiore. 

Se però si assume il Pil a parità di potere d’acquisto (PPP, quale misura più accurata del benessere delle famiglie), il Pil dei paesi G7 è stato di 55.100 mld di $ (appena il 26,6 % del Pil mondiale), mentre quello dei Brics ha superato gli 84.160 mld di $ (40,7 % del Pil mondiale) e quello congiunto dei Brics/paesi partners (56,3 % della popolazione mondiale) ha raggiunto i 90.000 mld di $ (43,8% del Pil mondiale).

È indubbio che se al G7 si sommano le economie occidentali che non ne fanno parte, l’Occidente risulta tuttora più ricco, non solo in termini di Pil pro-capite. Le distanze, tuttavia, si accorciano sempre più, poiché le economie emergenti crescono a tassi più elevati. Diversi fattori, tuttavia, impediscono ai Brics di far sentire una voce di moderazione e condivisione nella politica mondiale. Sin d’ora, d’altro canto, chi intendesse raccogliere indicazioni sul futuro del pianeta, non potrebbe ignorare il cosiddetto Resto del Mondo. Gli (ex-) padroni del pianeta (Usa, Nato-Usa e altre propaggini asiatiche neo–liberalizzate) restano invece i principali anticipatori del prossimo conflitto, dal momento che di conflitti essi hanno bisogno come dell’aria che respirano.

Le aggressioni finanziarie, monetarie e militari contro nazioni indifese continueranno ancora per un certo tempo, ma il Sud del mondo – guidato da Cina, Russia, India (anch’essa con qualche titubanza strutturalmente antagonista del dominus occidentale anglosassone, suo spietato e secolare colonizzatore) e altri – ha smesso di piegarsi passivamente alle intimidazioni e aggressioni di un impero malato.

Deve rilevarsi che il Sud Globale è un insieme di paesi uniti dall’aspirazione a costruire una diversa impalcatura internazionale, ma provenienti da esperienze diverse. Oltre ai Brics, assumono rilievo la Shanghai Cooperation Organization (Sco), l’Asean, l’Unione Economica Euroasiatica, la Lega Araba, l’Unione Africana, il Mercosur e altre ancora, tutte attenzionate dall’intelligence di Washington, seppure con risultati alterni. Merita particolare attenzione la Sco, sorta per combattere terrorismo, secessionismo e fondamentalismo, i tre mali che i paesi aderenti percepiscono in termini destabilizzanti. Per ora, la cooperazione militare è esclusa, ma gli ambiti di interazione ne sfiorano i contorni, al punto che tale organizzazione potrebbe un giorno diventare la Nato asiatica.

Il Sud Globale punta altresì a dar voce ai paesi minori, allo sviluppo economico bilanciato e alla tutela della sovranità. Si tratta di aggregazioni che non implicano alleanze politiche chiuse o intese militari, diversi essendo interessi, istituzioni e collocazione, quanto invece la condivisione a costruire colleganze, cointeressenze e la medesima postura di resistenza alle intimidazioni e aggressioni dell’Occidente a guida Usa.

Il cemento teleologico del Sud Globale non è però il dominio economico o militare sul mondo, e nemmeno un aprioristico antagonismo antioccidentale. Nemmeno Russia e Cina, che ne sono il collante, intendono sostituirsi al principe del foro, non avendone né l’interesse né la forza, alla luce per di più della magnitudine e complessità del pianeta. L’impero americano è destinato a essere l’ultimo della storia. Il Sud Globale mira invece al recupero della piena sovranità per sottrarsi all’asservimento neocoloniale, puntando all’edificazione di una bilanciata intelaiatura internazionale. 

Il palcoscenico internazionale in ebollizione

Nell’umiliante marginalità dei governi europei (quello italiano in prima fila) guidati da maschere di carattere intercambiabili, tale eversiva effervescenza non sfugge alla classe atlantica dominante che inizia ad avvertire i brividi scendere lungo la schiena. L’impero vede il suo crepuscolo, ma non si rassegna, come vorrebbe un’ermeneutica semplicistica. La maggioranza non più silenziosa del pianeta – 88% contro il 12% di un Occidente in cupo arretramento etico – è con esso che dovrà vedersela.

Nell’abbaglio di tornare a essere egemoni, gli Stati Uniti d’America puntano a liberarsi del piatto forte nel menu, la Repubblica Popolare di Cina, il paese che osa sfidare ad armi pari l’eccezionalismo della nazione voluta da Dio per governare un mondo irrequieto, la sola indispensabile secondo il lessico patologico di M. Albright e B. Clinton (1999). 

Una volta travolta la Cina, secondo cotante farneticazioni, le altre nazioni cadrebbero come birilli. Ma la Repubblica Popolare, forte dello straordinario successo del socialismo con caratteristiche cinesi e dello spessore della sua millenaria civiltà, non si lascia intimorire. Il presidente Xi Jinping – dallo spessore imparagonabile rispetto al saltimbanco della Casa Nera – ha disegnato un programma a cui il tempo non mancherà di riconoscere i suoi meriti: la comunità umana ha un futuro condiviso, nell’ottica della costruzione di una civiltà globale, una governance globale, una sicurezza globale e una prosperità globale. Occorre imparare a vivere nell’armonia della diversità, una diversità che, lungi dall’essere un ostacolo, costituisce invero un fattore di reciproco arricchimento. E al centro di tale palingenesi deve situarsi il Diritto Internazionale e la Carta delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti – un paese dove l’1% possiede tanta ricchezza quanto il 93% della sua intera popolazione e dove si annidano contraddizioni esplosive per la sua stessa stabilità – sono oggi un modello negativo. Il Washington Consensus, la via capitalistica all’uscita dal sottosviluppo, si è dimostrata una trappola di illusione e asservimento, e va dileguando davanti al Beijing Consensus, tangibile incarnazione della capacità di generare benessere e stabilità, nel rispetto delle scelte e caratteristiche di ciascuno. 

L’eco che giunge dall’88% del pianeta possiede la concisione di un segnale telegrafico: “le pretese egemoniche imperiali (nel silenzio servile dei satelliti euroinomani) hanno fatto il loro tempo!”. La sedicente superpotenza atlantica, tuttavia, venderà cara la pelle, specie quella altrui, come emerge dai conflitti pianificati a tavolino (per rimanere agli anni recenti e senza distinzione tra amministrazioni Rep o Dem, diverse tra loro come due gocce d’acqua piovana): le guerre alla Russia (per interposta Ucraina) e alla Siria (per interposto terrorista conclamato), il sostegno al genocidio del popolo palestinese ad opera di Israele (uno stato che merita l’espulsione dalle Nazione Unite e l’ostracismo da ogni consesso internazionale), il rapimento di un presidente legittimo (Nicolàs Maduro), l’inaudita aggressione sionista-statunitense alla Repubblica Islamica dell’Iran, minacce inusitate ad alleati (Danimarca e Canada), aggressioni economiche e militari verso una nazione indifesa (Cuba) e domani provocazioni contro la Cina (dove troveranno tuttavia pane per i loro denti!) tramite Taiwan e altro ancora.

Il pregresso 

Gli accordi di Bretton Woods (1944) avevano conferito al dollaro lo status di valuta di riserva, inaugurando l’era della prevaricazione, a vantaggio dei vincitori del secondo conflitto mondiale. A quel tempo la Repubblica Popolare di Cina non era nata e l’India era una colonia britannica. Nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite siedono ancora ex grandi potenze quali Francia e Regno Unito, mentre l’India (1,45 mld di persone) e l’Africa intera ne sono escluse. Il Sud del mondo si batte per porre rimedio a tale incongruenza. 

Per vivere nel privilegio, gli Stati Uniti non possono più contare sulle 6000 testate nucleari e le 800 basi militari sparse ovunque nel pianeta. Tuttavia, un nuovo ordine inclusivo e multipolare resta un obiettivo lontano: divario economico, diversità di interessi, strategie e priorità costituiscono un freno oggettivo alle potenzialità dei Brics. L’assenza di un Segretariato e il comprensibile criterio dell’unanimità ne limitano ulteriormente l’impatto, insieme alle pesanti pressioni di Washington su paesi influenzabili e temi sensibili. È paradigmatico che nella guerra di aggressione Usa-Israele contro l’Iran (giugno 2025, poi ripresa il 28 febbraio scorso), gli Emirati Arabi Uniti (paese Brics) si siano schierati contro Teheran (altro paese Brics), mentre l’India (anch’essa Brics) ha assunto con Modi una postura ambigua, posizionandosi dalla parte di Israele sulla scorta di un condiviso anti-islamismo. Al termine del conflitto, se gli eventi non ci avranno condotto all’olocausto nucleare, i Brics saranno chiamati a una riflessione strategica su posizionamenti e percorsi emersi, riprendendo il cammino verso la costruzione di una diversa architettura di sviluppo e sicurezza, sotto l’impulso e la tutela di Cina e Russia, una saldatura questa che emerge con evidenza su ogni fronte.

I principali obiettivi dei Brics

Verso la meta sopra illustrata prosegue la graduale attuazione delle misure messe a punto nei Vertici Brics di Kazan (ottobre 2024) e Rio de Janeiro (luglio 2025), per sottarsi al cappio del dollaro, tra cui la creazione di un sistema unificato di deposito/compensazione, simile a Euroclear e Clearstream, per le transazioni transfrontaliere, che evitino le illegali sanzioni Usa, mentre la ipotizzata creazione di una moneta comune è stata accantonata alla luce di alcuni fattori: a) la pessima esperienza dell’euro, che ha distrutto economie solide come quella italiana che prosperavano con successo in regime di cambi flessibili; b) il divario strutturale tra le economie dei Brics; c) l’assenza di alternative alla valuta americana: Pechino la non convertibilità dello yuan cinese in conto capitale consente a Pechino di tutelare la sovranità monetaria, altrimenti esposta alle aggressioni destabilizzanti del capitalismo monetarista di Wall Street.

Fa passi in avanti anche la tecnologia digitale Distributed Ledger (DLT), che consente di registrare transazioni in più paesi, tra diversi soggetti, in tempo reale e garantendo certezza e trasparenza. Le applicazioni blockchain DLT sono simili a quelle delle criptovalute, Bitcoin, Ethereum e altre. La DLT è preziosa anche nella catena di approvvigionamento, tracciamento merci, pagamenti, regolamenti di titoli e transazioni tra stati. Il sistema è già a regime con risultati egregi. 

Tale impalcatura alternativa mira ad affiancarsi a quella Usa-centrica, poiché molti Brics/partners hanno un commercio rilevante con l’Occidente, cui non intendono rinunciare, pur mantenendo la rotta dell’affrancamento da minacce e ricatti.

Sul piano istituzionale, infine – si tratta qui di una prospettiva più complessa e di lungo corso, richiedendo essa il consenso dell’impero in decomposizione, al momento tutt’altro che propenso ad accettarne i termini – i Brics mirano a una riforma delle Nazioni Unite, in particolare del Consiglio di Sicurezza, che dia spazio a paesi e continenti sinora esclusi, rispettandone sovranità e libertà di scelte politiche, ideologiche e religiose. Nemmeno su questo terreno il Sud Globale si fa illusioni, la strada è in salita e il traguardo incerto. Si tratta nondimeno di inciampi dell’età evolutiva, perché la storia ha già tracciato il suo percorso.

Una possibile traiettoria per l’Italia

Per l’Italia l’attuale effervescenza internazionale offrirebbe un’occasione preziosa per guardare al futuro in una diversa prospettiva, recuperando il posto che merita sulla scena internazionale, abbandonando l’attuale, umiliante posizione di irrilevanza. 

Se il Paese disponesse di una solida classe dirigente (da intendersi quale gruppo di potere sovrastante il ceto politico reclutato, come noto, sulla scorta del solo criterio dell’obbedienza), che fosse espressione d’indipendenza e impegno genuino a tutelare gli interessi della popolazione, non quelli delle classi atlantiche dominanti, sarebbe questo il momento per prendere distanza da un Occidente a guida Usa che ci sta conducendo verso il baratro, per affiancarci a quella costellazione di nazioni che faranno la differenza in termini di stabilità politica, di crescita economica e di sviluppo sociale. 

Per recuperare la perduta sovranità – ormai ne sono consapevoli anche le pietre della Via Sacra – occorre sottrarsi alla gabbia della cosiddetta Unione Europea e agli artigli della Nato. Il primo obiettivo troverebbe finanche un interessato sostegno da parte degli Stati Uniti, mentre il secondo andrebbe perseguito con gradualità (con gli avvoltoi non si scherza!), negoziando con l’alleato padrone-atlantico la concessione alcune basi militari sul nostro territorio, per un certo tempo e a date condizioni. Siamo consapevoli che con queste provocazioni facciamo in ingresso nell’universo dei sogni punto ma come noto gli esseri umani vivono più di sogni che di realtà

Resta la circostanza che senza l’avvio di tale percorso, da costruire con coraggiosa accuratezza, il nostro Paese non ha scampo, è destinato a dileguare nell’irrilevanza e nel declino politico, economico e sociale. Se si perde la sovranità – la libertà di tutelare i legittimi interessi – prima o poi si perde anche tutto il resto. Un’Italia indipendente e aperta al dialogo contribuirebbe al dialogo e pacificazione tra i paesi che si affacciano sulle acque turbolente del Mediterraneo, convertendole in un luogo d’incontro di civiltà, culture, commerci e via dicendo, quel mare nostrum alla cui pacificazione potremmo contribuire in attuazione della nostra stessa Costituzione, sorta come noto dalla lotta contro il fascismo e il nazismo.

Epilogo 

Nell’arena occidentale, un autoritarismo neocapitalista e globalista impone politiche di disciplina sociale, quelle europee di austerità che obliterano i reali bisogni dei popoli, la strategia della paura contro nemici fabbricati, interni (precarietà, disoccupazione, terrorismo …) o esterni (l’invasione russa o cinese, l’Iran, i virus…). Negli Stati Uniti, si agitano milizie armate e solo in parte controllabili, un profondo, irrisolto divario razziale, etnico e di benessere, l’ideologia della guerra permanente, le nefandezze dello stato profondo (vero e proprio tumore metastatizzato, che ordisce ovunque colpi di stato, rivolte, destabilizzazione a fini di dominio ed estrazione di risorse) e via dicendo.

I governi europei, guidati ovunque da ceti politici improvvisati e di scarsa qualità, hanno dismesso la responsabilità di tutelare gli interessi dei loro popoli, a loro volta assonnati davanti a TV e smartphone. Le frange che resistono sono spesso affette da narcisismo o solipsismo politico. Alle sfere residue resta solo testimonianza e resistenza. 

La piccola politica si occupa di cose minime, una finta dialettica tra partiti, dove sinistra e destra si distinguono solo per una diversa propensione a organizzare l’intrattenimento serale, mentre le ali estreme, a destra impraticabili, a sinistra ridotte in cenere, non contano. La grande politica mira invece a cambiare la società, si batte per giustizia, lavoro, libertà dal bisogno, servizi sociali, emancipazione culturale, e sulla scena internazionale si oppone alla guerra, ai massacri, al colonialismo/neocolonialismo, lotta per l’emancipazione dei popoli, rispettandone la sovranità e la diversità. Uscire dalla nebbia del pensiero imposto richiede consapevolezza e coraggio, un percorso irto di ostacoli, che consente però di entrare nello spazio infinito dell’idealità – senza il quale dilegua l’essenza stessa dell’essere umano – quel tempo dove le nazioni vivranno in pace, dove le gioie e i dolori dell’esistenza saranno vissuti da uomini liberi e uguali, e dove sfruttamento e alienazione saranno solo il ricordo di un doloroso passato.


*Alberto Bradanini è un ex-diplomatico. Tra gli incarichi ricoperti, è stato Ambasciatore d’Italia a Teheran (2008-2012) e a Pechino (2013-2015). È attualmente Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea. È autore di libri e saggi.

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