“I volontari delle Ong che salvano vite umane in mare sono i partigiani di oggi”

Parola di Abdelfatah Mogamed, presidente di SOS Mediterranèe Italia. Poco più che trentenne, ha origini sudanesi ma si sente anche italiano e la storia del nostro Paese la conosce bene. Lo abbiamo incontrato a Brindisi durante un appuntamento organizzato da Arci, a cui hanno partecipato altre associazioni, tra cui l’Anpi. Il racconto drammatico dell’equipaggio dell’Ocean Viking che, a un anno dalla tragedia di Cutro, è riuscito a salvare 261 migranti, tra cui 64 bambini. Era stata bloccata nel porto pugliese per presunte violazioni del decreto Piantedosi. Ma una giudice l’ha dissequestrata

Durante l’incontro con Abdelfatah Mogamed

“Posso dirlo in piena verità all’Anpi e a tutti: le ragazze e i ragazzi che operano sulle nostre navi Ong, sono le partigiane e i partigiani di oggi. Hanno quasi tutte e tutti più o meno vent’anni come chi fece la Resistenza qui in Italia contro il fascismo e il nazismo. Non combattono per le strade e sulle montagne come loro, ma in mare per salvare vite umane. Rischiano la loro vita per un senso di giustizia e di umanità. Hanno coraggio da vendere”. Ha poco più di 30 anni, Abdelfatah Mogamed, presidente di SOS Mediterranèe Italia. Ha origini sudanesi, ma si sente anche italiano e la storia del nostro Paese la conosce bene. Lo abbiamo incontrato giovedì 22 febbraio, a Brindisi, durante un appuntamento organizzato dall’Arci Brindisi.

Il 6 febbraio scorso la nave Ocean Viking della sua Ong aveva salvato nel centro del Mediterraneo, in quattro operazioni differenti, 261 persone, tra cui 64 bambini in condizioni difficilissime. All’arrivo nel porto di Brindisi, il 9 febbraio, era scattata da parte della magistratura la sanzione del fermo della nave per 20 giorni e 3.333 euro di multa sulla base di presunte violazioni del decreto Piantedosi entrato in vigore il 2 gennaio 2023.

Il racconto di Abdelfatah Mogamed durante l’incontro promosso da Arci Brindisi a cui hanno partecipato una vastissima rete di associazioni, tra cui l’Anpi Brindisi

“I magistrati non hanno neanche voluto ascoltare la nostra versione dei fatti e si sono basati solo su ciò che avevano dichiarato i libici”, avevano spiegato dalla Ong, già al terzo fermo della nave nel giro di meno di due mesi. “Dopo il primo salvataggio le autorità italiane ci avevano chiesto di valutare altre imbarcazioni in difficoltà. Gli altri tre salvataggi sono stati effettuati in piena trasparenza e coordinamento con le autorità italiane e le navi libiche presenti sul posto, che hanno dato il via libera a procedere. Nel corso di un’operazione, però, i libici hanno ordinato alla nave di allontanarsi scatenando il panico a bordo dell’imbarcazione da soccorrere. Una situazione ad altissimo rischio. Non potevamo non intervenire e lo abbiamo fatto”.

Siamo alla vigilia del primo anniversario della strage di Cutro che ha scosso tutto il mondo. Contro questa criminalizzazione delle Ong e questo accanimento amministrativo che impedisce i salvataggi in mare, la società civile di Brindisi ha reagito e l’11 febbraio scorso tante associazioni avevano organizzato un sit-in sulle banchine del porto. Doveroso ricordare tutte le realtà promotrici, tra cui Anpi Brindisi: Arci Brindisi, Arci Puglia, Associazione Malikura Yiriwa Ton, Casa Betania, Cgil Brindisi, Comunità Africana di Brindisi e provincia, Coordinamento provinciale Libera Brindisi, Digiuno di giustizia in solidarietà con i migranti-Bari, Emergency – Gruppo Provincia di Brindisi, Forum per cambiare l’ordine delle cose della Provincia di Brindisi, Gruppo Salvagente SOS Mediterranee Bari, La Collettiva TransFemminista Queer Brindisi, Mesagne Bene Comune, Associazione Migrantes Brindisi, Nigeria Union of Brindisi, Sos Mediterranee Italia, Tarantula Rubra, Voci della Terra, Comitato Io Accolgo Puglia, Coordinamento delle Diaspore in Puglia, Consiglio Italiano per i Rifugiati, Periplo, Coordinamento nazionale Comunità di accoglienza della Puglia, Rete regionale pugliese dei Comitati per la pace.

L’equipaggio, con le volontarie e i volontari dell’Ocean Viking, che avevano salvato 261 vite umane, è sceso a terra accolto da espressioni di solidarietà ed estrema gratitudine. Le ragazze e i ragazzi hanno raccontato che quel 6 febbraio era stata una giornata caotica nel Mediterraneo centrale. L’Ocean Viking aveva assistito a ripetute e gravi violazioni delle convenzioni marittime e dei diritti umani da parte delle motovedette libiche (finanziate dall’Ue) con tre respingimenti forzati e con manovre aggressive per tutto il giorno, vicino alla stessa nave e alle imbarcazioni in difficoltà.

All’incontro con Abdelfatah Mogamed

Su quella nave come sulle altre degli angeli del mare, c’è la meglio gioventù, ci sono i nuovi partigiani. Forse anche questa mobilitazione della società civile di Brindisi (ci piace pensarlo) ha avuto un ruolo, sia pur minimo rispetto alla inequivocabile legge del mare, nella decisione della giudice di Brindisi, Roberta Marra, che il 22 febbraio scorso, proprio il giorro in cui abbiamo incontrato Abdelfatah Mogamed, ha sospeso il sequestro della nave in attesa dell’udienza del 14 marzo prossimo, accogliendo il ricorso della Ong. “L’opposizione appare sostenuta – si legge nel provvedimento del Tribunale – da un fumus di fondatezza in ordine alla possibile carenza di competenza di accertamento e sanzionatoria in campo alle autorità amministrative italiane”. Inoltre, secondo la giudice, “il perdurare della misura del fermo amministrativo è suscettibile di pregiudicare in modo irreversibile il diritto da parte della Sos Mediterrane Ocean Viking di esercitare la propria attività di soccorso in mare, in cui si realizzano le sue finalità sociali, come si evince dall’accordo di partenariato con la Federazione internazionale delle società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa”. In sintesi non si può impedire alla Ong di salvare da morte certa i migranti naufraghi.

Il racconto dei soccorsi dalla voce delle volontarie e dei volontari dell’Ocean Vicking durante il sit-in

“Non veniamo in Italia perché ha porti accoglienti, non vogliamo accoglienza caritatevole. Veniamo qui perché è un nostro diritto trovare porti in cui approdare e portare le persone in salvo e tale deve essere considerato anche da questo vostro governo. Soccorrere vite in mare non è reato, è un dovere. Il decreto Piantedosi? Sta accadendo ciò che succedeva durante il fascismo: si va avanti a forza di provvedimenti che annullano i precedenti sempre peggiorando e annullando i diritti umani, sociali e civili”, ha concluso il presidente della Ong, Abdelfatah Mogamed.

Una decisione senza precedenti quella del Tribunale di Brindisi che si aggiunge all’importante sentenza della Cassazione del 17 febbraio scorso che ha condannato il comandante del rimorchiatore Asso 28 che a luglio del 2018 consegnò 101 migranti alla Guardia costiera di Tripoli definendo tale azione un reato perché la Libia “non è porto sicuro”. La suprema corte definisce una gravissima violazione della Convenzione di Ginevra, la deportazione in Libia di migranti e profughi che sono in mare per tentare di fuggire da guerre, fame, violenza. In Libia trovano i lager, un inferno ancora più agghiacciante.

“Salvare vite umane non è reato”

Tea Sisto, presidente sezione Anpi Brindisi,  componente del Coordinamento nazionale donne Anpi

26/2/2024 https://www.patriaindipendente.it/

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