Il bivio sindacale. Le strade della CGIL

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Non vogliamo dare consigli ma chiarire, se mai ce ne fosse bisogno, su quali precarie fondamenta oggi traballa il superstite “mondo del lavoro”.

In Italia si stima che ci siano oltre 3 milioni di lavoratori in situazione irregolare o che operino nel cosiddetto mercato nero. Inoltre, vi sono 3,8 milioni di lavoratori che vivono in condizioni di povertà, ricevendo una retribuzione annuale pari o inferiore a 6.000 euro.

Con l’istituzione del “Ministero dell’impresa” che renderà quello del Lavoro un’appendice, il governo dell’estrema destra ha implicitamente legiferato la stabilizzazione degli infortuni e delle morti sul lavoro e la logica possibilità che aumentino in base alla priorità degli interessi di produttività delle imprese. In realtà le Leggi, dalla 626 del 1994 alla 81del 2008, non sono mai state fatte rispettare dai governi per non disturbare le imprese. Se i sindacati non si impegneranno a spegnere questo faro governativo morirà definitamente la Repubblica fondata sul lavoro e ne avremo un’altra, fondata sulle stragi sul lavoro. Da questa prospettiva non ne usciamo senza rimettere in campo il conflitto sindacale e sociale, abbandonando la concertazione istituzionale e ricostruendo faticosamente il protagonismo dei lavoratori.

L’assenza di vera e propria sperimentazione delle diverse formule inventante negli ultimi dieci anni dalla Cgil per far fronte al nuovo che avanza da parte delle imprese (delocalizzazioni, esternalizzazioni, frantumazione contrattuale, precarizzazione crescente) condanna quelle che sono solo delle intuizioni come la “contrattazione di sito”, la “contrattazione di filiera” o la “contrattazione inclusiva” a rimanere pressoché confinate nel mondo iperuranico delle belle idee.

Dopo la sconfitta sui referendum sul lavoro (le ragioni del sì non sono state in grado di contrastare le narrazioni della pseudo modernità e di riempire i silenzi) la Cgil, se vuole contrastare e invertire il declino legato alla qualità attuale dei suoi numeri, deve cambiare passo e fare delle scelte ben più coraggiose sul terreno dell’organizzazione e dell’azione sindacale, rompendo con il vecchio lavoro abitudinario dei “tecnici” della contrattazione difensiva.
Deve ritornare ad aprire nuovi fronti di conflitto, coinvolgendo e promuovendo la partecipazione attiva dei lavoratori e dei delegati favorendone l’autodeterminazione, sperimentando insieme, lottando insieme, provando e sbagliando insieme. Partecipazione, democrazia e lotta saranno vecchi ingredienti, ma vanno riscoperti, specie in una fase nuova, nella quale le regole del gioco sono cambiate e dove anche il sindacato deve cambiare passo, se vuole ritornare a contare e incidere sulla vita del paese e, per lo meno, del vecchio continente.

Perché dagli anni ottanta del novecento lo smantellamento delle politiche di welfare sono procedute di pari passo con quelle di deregolamentazione del mercato del lavoro favorendo la proliferazione di forme alternative sempre più spinte di flessibilità di ingaggio e gestione del lavoro (contratti, orari, messa a disposizione, ecc).

Questo dato strutturale, unito alla deregolamentazione del mercato del lavoro e alla legislazione sui licenziamenti, spiegano le ragioni della desertificazione sindacale nel mondo del lavoro, particolarmente in Italia come nei paesi nei quali la normativa rende sempre più difficile l’iscrizione al sindacato. Con la particolarità in Italia dell’esistenza di un doppio regime di tutele sul licenziamento dagli anni 70, dove nelle medie grosse imprese il licenziamento è disincentivato mentre nelle piccole-micro aziende è agevolato. Ebbene proprio la porzione delle imprese agevolata nei licenziamenti, ha subìto una crescita abnorme rispetto a quella dei licenziamenti disincentivati per lo meno dagli anni 90.

I cambiamenti strutturali nel sistema economico e nel mercato del lavoro hanno dunque favorito in generale nel mondo e nel nostro paese il declino del sindacato con la diminuzione delle tutele e l’aumento delle forme di ingaggio del lavoro non salariali, atipiche e informali, ovvero precarie.

A questo cambiamento solitamente le organizzazioni sindacali hanno risposto in questi ultimi trent’anni tutelando, al minimo sindacale, la parte organizzata o più facilmente organizzabile (grandi imprese private e lavoro pubblico), spesso arroccandosi dentro modalità corporative, come quelle di introdurre i doppi regimi di trattamento fra i neo assunti e i più anziani, a partire dal nefasto accordo Dini sulle pensioni e ai diversi rinnovi dei CCNL dalla seconda metà degli anni 90, fino ad arrivare a vere e proprie forme di deregolamentazione sui part-time, sui tempi determinati, su diverse forme di lavoro flessibile o precario.
La necessità di arrivare a una ricomposizione del mondo del lavoro è ormai un dato sempre più oggettivo e ineludibile. Pone la necessità di organizzare tutte le diverse forme del lavoro sfruttato, al ben oltre il semplice contratto a tempo indeterminato coperto dai contratti nazionali.

La tendenza in atto nella società richiede risposte diverse e soprattutto nuove forme organizzative della rappresentanza dei lavoratori, partendo dall’urgenza della ricomposizione politica immediata del lavoro precario. E’ una sfida per tutto il mondo sindacale che comporta una mutazione radicale di forma e contenuto, pena l’estinzione o la banale riduzione a semplice residuo preistorico.

Dopo trent’anni di narcotizzazione progressiva delle lotte e delle mobilitazioni, l’azione di persuasione e contrattazione sui grandi temi rispetto ai diversi livelli istituzionali ha perso generalmente capillarità e forza, vedendo un processo di silenziosa esclusione della partecipazione dei sindacati a molti e diversi tavoli sociali.

Così come per il vecchio modello contrattuale di matrice concertativa se ne è verificata l’inadeguatezza con la scoperta dell’acqua calda dei salari italiani in perdita di potere d’acquisto dagli anni 90, in controtendenza rispetto al resto d’Europa.
Oggi con la nuova spinta inflazionistica globale quel modello farà la fine del guscio di noce nella tempesta. In questo quadro parlare di salario minimo è comprensibile, ma rischia di avere l’efficacia di un pannicello caldo che non risolve il problema del modello contrattuale, del recupero contrattuale, della necessità di reintrodurre automatismi salariali legati all’andamento dei prezzi, visto che una politica dei prezzi e dei redditi centralizzata non si è mai voluta fare in questo paese dagli accordi del 1993.

E’ quello che emerge occasionalmente in tutte le lotte difensive aziendali, industriali e terziarie, degli ultimi quindici anni. E’ quello che si esprime nelle battaglie dei braccianti immigrati del Sud (e pure del Nord come a Saluzzo o Pinerolo) per avere una casa, una cittadinanza, una dignità, per uscire dal super sfruttamento.
E’ quello dei lavoratori precari dei call center, dei servizi di prenotazione sanitaria, dei musei, degli insegnanti a tempo determinato da dieci anni della scuola che con la loro singola lotta oggi illuminano ben più di uno sciopero generale (che comunque ci mancano!) sulle condizioni disastrate del lavoro a causa delle scelte politiche della classe governante degli ultimi 30 anni e le insufficienze delle risposte sindacali.
E’ quello che quotidiano emerge dalle cause per lavoro, dagli infortuni, dalle denunce in Procura, all’Ispettorato del Lavoro, ai servizi di Prevenzione e Salute del Lavoro, alla Finanza.
Certo le cause individuali per lavoro sono diminuite a seguito degli sbarramenti introdotti dall’ultimo governo Berlusconi all’accesso alle cause (sempre più onerose per il lavoratore), ma stanno emergendo sempre più cause pilota e collettive. Pensiamo anche solo alle ultime vittorie in tribunale dei raiders.

I salari sono bassi, vergognosamente bassi. Anche quei pochi “fortunati” (i giornali padronali ancora scrivono “privilegiati”) che hanno un lavoro da molti anni, e dunque salari fissati da contratti nazionali stipulati in altre condizioni, negli ultimi anni hanno visto bloccarsi la dinamica verso l’alto. Per precari e discontinui, invece, la dinamica è addirittura discendente, quando si passa da un lavoro all’altro. In molti comparti, specie nella grande distribuzione, i 600 euro al mese per orari settimanali decisi arbitrariamente dalle aziende, sono diventati quasi la normalità.
Per le aziende è ovviamente una pacchia, a un primo sguardo (che è poi quello delle aziende stesse, notoriamente molto miopi), ma basta guardare il problema da un po’ più in alto – un paese, per esempio – e subito si vede che questa compressione salariale è anche un problema negativo per l’economia capitalistica. Se la gente lavora e viene pagata poco (o addirittura nulla, come in molti stage o all’Expo) non ha molto da consumare. Insomma, compra poche merci, riduce i servizi, taglia le spese superflue e anche gran parte di quelle necessarie (le cure mediche, per prima cosa). Ma se la domanda di consumi cala, anche per le aziende le cose si mettono male, sono costrette a ridurre la produzione, ecc.

Al bivio, crediamo che bisognerebbe ridisegnare l’azione sindacale partendo dai numeri dell’ultimo rapporto della Caritas certifica che oltre il 23% delle persone assistite dalla Caritas ha un lavoro e la situazione appare ancora più grave tra gli adulti nella fascia tra i 35-54 anni, per i quali l’incidenza di chi ha un impiego supera il 30 %, attestandosi al 30,6% nella fascia 35-44 anni e al 30,3% per quella dei 45-54.

Un dato, quello dei lavoratori assistiti dalla Caritas, che è molto aumentato negli ultimi 15 anni: riferisce infatti il rapporto che nel 2007, le persone in cerca di occupazione rappresentavano il 66,4% del totale degli assistiti, mentre gli occupati erano il 15%.

Redazione Lavoro e Salute

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