Il paradigma dell’esclusione
PH: Antigone
La detenzione penitenziaria delle persone straniere tra privazioni, marginalizzazione ed esclusione sociale
Analizzando le presenze in carcere, al 30 aprile 2025 le persone straniere detenute nelle carceri italiane costituiscono il 31,6% del totale dei detenuti 1.
Per quanto riguarda le nazionalità, la percentuale più elevata è attribuita a persone provenienti dal Marocco, seguite da quelle di origine romena, tunisina, albanese e nigeriana. Le rappresentanze femminili provengono invece soprattutto dalla Romania, dalla Nigeria, dal Marocco e infine dalla Bosnia Erzegovina e dal Brasile.
«La legge dice che il detenuto non deve essere incarcerato troppo lontano da casa, al fine di evitare che perda contatti con i propri parenti e con i propri affetti. Le relazioni affettive sono una cosa importante. La pena, lo afferma la Costituzione e lo ribadisce l’ordinamento penitenziario, deve tendere alla rieducazione del condannato. Una distanza eccessiva da casa, che renda di fatto impossibile visite e colloqui, costituisce un ostacolo non di poco conto alla realizzazione di un obiettivo così ambizioso» 2.
Nonostante la legge sull’ordinamento penitenziario affermi che i detenuti non debbano essere assegnati a un istituto troppo lontano dalla propria residenza, al fine di evitare una frattura e la perdita di contatti con i propri affetti, questo risulta raramente concretizzabile nella realtà.
Il fatto, ad esempio, che tre quarti del totale delle donne si trovino a scontare il periodo di detenzione all’interno di istituti a maggioranza maschile – data l’esiguità di carceri femminili sul territorio – rende frequentemente necessario un allontanamento significativo dai propri riferimenti sociali, familiari e affettivi. Questo, inevitabilmente, fa sì che gli incontri con i propri cari siano estremamente sporadici e prevalentemente telefonici o epistolari.
Le maggiori presenze di stranieri in carcere si registrano, secondo l’ultimo rapporto dell’Associazione Antigone, soprattutto nel Nord-Italia e in Sardegna, confermando la tendenza a collocare le persone migranti in strutture generalmente poco collegate con il resto del territorio e molto distanti dal paese di origine.
L’antropologa sociale Luisa T. Schneider, attraverso le parole di Joker, uno dei quattro prigionieri intervistati tra il 2016 e il 2017 nella prigione maschile di Pademba Road, a Freetown, in Sierra Leone, ci restituisce quello che è il paradigma dell’esclusione, alimentato dalla logica segregante dell’istituzione carcere, che allontana e divide interno ed esterno, minando i rapporti interpersonali tra i detenuti e il loro network sociale all’esterno del carcere.
«Seeing and feeling his family slipping away rendered the prison’s power omnipresent; it not only separated Joker from his family but was able to dissolve the family relationship, changing his previous position as father, husband and provider to that of the absent criminal. While his family could occasionally gain a glimpse into his lifeworld, he was unable to take any part in theirs» 3.
Il trasferimento lontano dalla propria famiglia e dai propri legami affettivi – in particolare familiari e figli-, alimentato dalle difficoltà all’interno degli istituti e dalle esperienze di vita pregresse delle detenute, è spesso fonte di tensione e di disagio psichico, soprattutto nel caso delle detenute donne: dai dati raccolti dall’Osservatorio dell’Associazione Antigone nel corso del 2022 e del 2023 emerge una media di gesti di autolesionismo significativamente più alta tra le donne rispetto alla popolazione detenuta totale.
Tra le detenute sono stati infatti registrati 30,8 atti di autolesionismo ogni 100 presenti, contro i 18,6 del totale dei presenti. Per le donne prevalgono soprattutto le sindromi depressive e gli stati di sofferenza legati al distacco dai figli e dai familiari, a processi di de-personalizzazione e dis-empowerment.
La percezione di distacco dalla propria rete affettiva e familiare e la preoccupazione rispetto ai propri affetti aumenta nel momento in cui questi si trovano fuori dal territorio nazionale, rendendo quasi impossibile l’organizzazione di colloqui in presenza, per motivi di natura economica e logistica. Inoltre, sebbene la comunicazione telefonica sia il modo più efficace e agevole per contattare i propri familiari, insorgono anche a questo proposito delle difficoltà nella fase di autorizzazione, dal momento in cui le uniche telefonate possibili sono con i parenti appartenenti al nucleo familiare fino al secondo grado e, qualora questi si trovino all’estero, agli accertamenti sullo stato di famiglia si aggiungono anche quelli sull’intestazione dell’utenza telefonica, rallentando ulteriormente le tempistiche per ottenere l’autorizzazione ad effettuare chiamate ai propri cari.
Soprattutto qualora i detenuti non avessero accesso ai progetti lavorativi e quindi a uno stipendio sufficiente durante il periodo di detenzione, il costo delle telefonate, a carico della popolazione reclusa, risulta spesso troppo costoso e quindi proibitivo.
La mancanza di legami sul territorio e la volontà di ridurre la sensazione di isolamento e abbandono, soprattutto durante la pandemia e per quella fascia di popolazione ristretta che, per motivi di distanza geografica non poteva accedere ai colloqui in presenza, hanno fatto sì che l’Amministrazione Penitenziaria accelerasse le pratiche burocratiche, concedendo ai detenuti e alle detenute il permesso di effettuare chiamate anche senza accertamenti, introducendo la possibilità di fare videochiamate su Skype, pratica che è stata poi incorporata in maniera strutturale nell’organizzazione penitenziaria una volta rientrata l’emergenza epidemiologica da Covid-19 4.
Nel caso della popolazione detenuta di origine straniera, a queste complicazioni si aggiunge la mancata attivazione di percorsi riabilitativi verso l’esterno, dovuta soprattutto all’assenza di un numero adeguato di mediatori linguistici e culturali, interpreti e traduttori nelle strutture penitenziare, un fatto che induce e aggrava quel senso di isolamento che già di per sé connota l’esperienza di privazione delle libertà e che non promuove la costruzione di relazioni di aiuto e di reciprocità.
Background culturali differenti complicano inoltre le relazioni e le comunicazioni, così come la costruzione di relazioni di aiuto e di reciprocità, tutti elementi necessari per alleviare l’isolamento e promuovere la risocializzazione.
Quando parliamo di carcere parliamo, quindi, innanzitutto e soprattutto di privazione: privazione di libertà, di movimento e di affettività. Un approccio etnografico che si occupa di carcere permette di allargare l’orizzonte di ricerca, analizzando la congiuntura tra penitenziari e società e sottolineando come il carcere non sia più solo un’istituzione totale, coercitiva e gerarchica, bensì una realtà porosa che si articola al di là delle sue mura.
Attraverso una prospettiva normalizzante, il carcere viene visto come un sottosistema sociale, il cui compito è quello di ridurre il divario tra il mondo intramurario e il mondo extra-murario. Basandosi su una prospettiva più ampia di inclusione sociale e di reintegrazione nella cittadinanza, questo si traduce, da un lato, nell’umanizzazione della popolazione detenuta, che non viene ridotta a un numero associato a una divisa e i cui diritti sono equiparabili a quelli dei cittadini liberi e, dall’altro lato, consiste nel sostenere l’accesso all’istruzione, alla salute, alla formazione professionale e al mantenimento delle relazioni affettive con l’esterno 5.
L’integrazione positiva rimane ad oggi l’unica risposta possibile, anche in contesto trattamentale, in un momento in cui l’obiettivo primario, della società e della politica, rimane quello di ostacolare l’inclusione, marginalizzando ed escludendo.
- Si veda: Senza respiro – XXI Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione (2025) ↩︎
- Anastasia, S., Gonnella, P., 2005, Patrie galere. Viaggio nell’Italia dietro le sbarre, Carocci Editore, Roma, pp. 111-113 ↩︎
- Schneider, L. T., 2020, Degrees of Permeability. Confinement, Power and Resistance in Freetown’s Central Prison, in The Cambridge Journal of Anthropology, vol. 38, num. 1, p. 96 ↩︎
- Vianello, F. (a cura di), 2023, Maternità in pena. L’esecuzione penale delle donne con figli minori, Meltemi Editore, Milano e Pemberton, S., 2013, Enforcing Gender: The Constitution of Sex and Gender in Prison Regimes, Signs , Vol. 39, No. 1, Women, Gender, and Prison: National and Global Perspectives ↩︎
- Cunha, M. I. P., 2014, The Ethnography of Prisons and Penal Confinement, in Annual Review of Anthropology, n. 42 ↩︎
Giulia Cavaliere
8/7/2025 https://www.meltingpot.org










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