Il populista dei Parioli

Carlo Calenda, alla guida dell’alleanza elettorale tra la sua Azione e Italia Viva di Matteo Renzi, presenta la sua campagna elettorale come una crociata contro il populismo in nome di serietà e competenza liberali. Eppure la sua non è altro che un’altra, spesso becera, forma di populismo. La campagna elettorale del leader di Azione è tutta costruita sull’antipolitica (travestita da antipopulismo), sull’equivalenza tra destra e sinistra, sulla retorica dell’uomo forte che risolve i problemi con soluzioni tecniche e pugno di ferro. Un populismo elitario, che riprende gran parte delle intuizioni di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio ribaltandole in salsa manageriale. Una crociata contro la politica in nome della tecnica, ma in un modo puramente retorico: soluzioni tecniche se ne vedono ben poche, mentre fioccano gli slogan semplicistici e autoritari, come l’idea che la crisi energetica si risolva «militarizzando i territori» dove si vorrebbero costruire i rigassificatori.

Il populismo degli antipopulisti

Lo ripete tutti i giorni in tutte le salse: per Carlo Calenda il grande problema della politica italiana è il populismo. Quando attacca i suoi principali avversari, cioè i leader dei due maggiori partiti, Giorgia Meloni ed Enrico Letta, raramente lo fa su questioni ideologiche o programmatiche (anzi, continua a sostenere di voler governare con entrambi, dopo le elezioni, e ha spesso ripetuto che le radici neofasciste di Fratelli d’Italia per lui non sono affatto un problema), segnalando invece che la loro colpa è quella di essere subalterni ai populisti dei rispettivi campi, cioè la Lega e il Movimento Cinque Stelle. Sono i populisti, incarnati da Matteo Salvini e Giuseppe Conte, la piaga dell’Italia di oggi. Fu per dissenso contro l’alleanza con il Movimento Cinque Stelle, del resto, che nel 2019 Calenda lasciò il Partito democratico, pochi mesi dopo essersi fatto eleggere in quelle liste al Parlamento europeo. L’opposizione al populismo è l’elemento identitario di Azione.

Sintetizzando su Twitter la sua intervista al Tg1 del 20 settembre, Calenda è partito proprio dall’identificazione del populismo come grande nemico: «Per rompere il populismo di destra e sinistra che paralizza il paese serve una grande forza repubblicana e liberale che metta al centro la competenza e la capacità di realizzare le proposte». Eppure queste parole rappresentano una concentrazione di populismo di livello particolarmente alto perfino per la politica italiana in piena campagna elettorale. Gli avversari sono «destra e sinistra» messe sullo stesso piano, la politica dei partiti fatta da chiacchieroni incapaci che devono lasciare la strada a chi, fuori dagli schieramenti, ha «la competenza e la capacità di realizzare le proposte». Non si sa quali proposte, non si sa in che direzione, per quali interessi, per rispondere a quali referenti sociali. Una retorica che ricorda molto da vicino quella con cui Grillo e Casaleggio lanciarono quindici anni fa il Movimento Cinque Stelle: contro destra e sinistra, contro i partiti, contro la politica che sa solo chiacchierare, ci vuole un nuovo movimento, né di destra né di sinistra, che affronti i temi reali con la concretezza delle soluzioni tecniche. 

Il carattere fondamentale del populismo, in tutte le definizioni accademiche più utilizzate, è quello di postulare l’unità del popolo e il suo antagonismo nei confronti di un’élite. Varianti diverse di populismo identificano e qualificano in maniera diversa quell’élite: per i populisti di sinistra si tratta spesso dell’élite economica, l’establishment finanziario e industriale che controlla media e politica; i populisti di destra, invece, si concentrano quasi sempre sull’élite culturale, i cosiddetti «radical chic» che vorrebbero imporre i loro valori progressisti alle masse immaginate come strutturalmente conservatrici. Nel caso italiano, il populismo «né di destra né di sinistra» dei Cinque Stelle ha scelto come antagonista l’élite politica, la cosiddetta «casta», i cui privilegi affamerebbero l’Italia e le cui rissose divisioni ideologiche impedirebbero di scegliere le soluzioni di buon senso che farebbero l’interesse di tutti. Il programma elettorale di Azione-Italia Viva inizia con una frase che sembra presa da un volantino del V-Day dell’epoca: «L’Italia è un paese le cui energie sono da troppo tempo represse e soffocate da ideologie di tutti i tipi e dalla mancanza di meritocrazia e pari opportunità». La patria ha un corpo sano e vitale, e il suo successo è sabotato dal fatto che un pugno di politicanti la divide per assurde divisioni ideologiche, imponendo privilegi e corruttele che impediscono meritocrazia e pari opportunità. E questi sarebbero gli antipopulisti.

L’antipolitica dell’élite

C’è una differenza sostanziale, però, tra il populismo grillino e quello calendiano. Se entrambi identificano nella politica dei partiti ideologici, corrotti e incapaci il problema dell’Italia, e nell’azione tecnica concreta la sua soluzione, a cambiare è il soggetto che deve mettere in campo questa soluzione. Per il Movimento Cinque Stelle delle origini questo soggetto erano i cittadini comuni, le persone qualunque che, armate di buon senso, sarebbero potute entrare nella stanza dei bottoni, «aprire il parlamento come una scatoletta di tonno» e risolvere tutti i problemi. Questo aspetto del populismo grillino è l’unico che Calenda rigetti davvero, proponendo invece «i competenti» come soggetto che guida il popolo nella battaglia contro l’élite politica. Un tema nient’affatto nuovo: Mario Monti condusse una campagna elettorale piuttosto simile nel 2013, iniziando un decennio in cui l’elitismo è stata la risposta più diffusa al populismo, e l’ultimo anno e mezzo di governo Draghi ha visto il trionfo della retorica dei competenti come populismo dell’élite. Di populismo elitario avevamo parlato anche raccontando le ultime ore del governo Draghi, e in particolare la scelta di buona parte dell’establishment politico e mediatico di scommettere sulla spoliticizzazione, sull’ulteriore indebolimento della frattura tra destra e sinistra, sulla possibilità di far identificare milioni di persone con l’eroismo del tecnico autorevole che si scaglia contro i partiti, ne è vergognosamente cacciato, ma sarà vendicato. Le elezioni come battaglia tra europeisti e putiniani, tra chi ama l’Italia e chi la tradisce, tra competenza e populismo: un discorso piuttosto diffuso, anche e soprattutto nel centrosinistra.

Di questo discorso Calenda è certamente l’avanguardia più estrema. La retorica della competenza nei suoi interventi assume tratti paradossali: raramente si ascoltano e leggono lunghe illustrazioni tecniche, piani dettagliati, studi approfonditi. Le proposte vengono sempre lanciate con il formato e lo stile dello slogan propagandistico, e sono «tecniche» e avanzate da «competenti» in maniera apodittica, a prescindere, perché arrivano da Azione. Calenda è competente perché lo è, è tecnico perché lo è, non c’è mai una misurazione concreta della sostanza di ciò di cui si parla.

E i temi, infatti, sono scelti in maniera del tutto propagandistica, con lo scopo di polarizzare l’opinione pubblica e farsi notare. Non a caso il leader di Azione, esattamente come Matteo Salvini, ha passato buona parte della campagna elettorale a parlare di nucleare: seppure il suo piano sia tutt’altro che convincente in termini di politica energetica, parlare di nucleare vuol dire potersi giocare retoricamente la carta «scienza e tecnologia vs. ambientalismo», un topos della polarizzazione propagandistica che non passa di moda dai tempi del ponte sullo Stretto di Messina e che, ci permettiamo di prevedere, anche Giorgia Meloni emulerà convintamente, se dovesse vincere le elezioni.

Ancora più che dal nucleare, la campagna elettorale di Calenda è stata caratterizzata dal tema dei rigassificatori, in particolare dall’impianto che Snam propone di costruire a Piombino (Livorno), e degli inceneritori dei rifiuti, in particolare quello che il sindaco Roberto Gualtieri vorrebbe far costruire a Roma. Da ormai due mesi, Calenda ripete incessantemente che rigassificatori e inceneritori vanno fatti, e se sul territorio c’è opposizione «si militarizza il territorio». Anche qui: di piani «tecnici» da «competenti» si vede ben poco. Nel programma di Azione-Italia Viva si parla di «due rigassificatori», mentre quando Calenda parla in pubblico ne cita tre («uno a Ravenna, uno a Piombino e uno al sud», non meglio precisato), e sugli inceneritori le proposte sono ancora più vaghe. Il punto è il tema delle opere pubbliche che permette di polarizzare in senso antipolitico come pochi altri: in una visione populista «né di destra né di sinistra», in cui non esistono interessi contrapposti e c’è una semplice soluzione tecnica per ogni problema, che farebbe contenti tutti se non ci fossero i politici a dividere, corrompere e ostacolare, le opere pubbliche rappresentano la concretizzazione ideale di quella soluzione tecnica, e le difficoltà nel negoziarle con i territori interessati riflettono perfettamente lo stereotipo della politica inefficiente. «Militarizzare il territorio» di fronte all’opposizione a un’opera pubblica è un’affermazione parente stretta di «abolire la povertà» o «aprire il parlamento come una scatoletta di tonno»: la realtà è parecchio più complessa, e pensare che, al di là di qualsiasi considerazione democratica o morale, l’impiego esclusivo e massiccio della forza repressiva possa risolvere rapidamente e una volta per tutte i conflitti territoriali, significa non aver seguito neanche per un minuto, ad esempio, la questione della Tav in Val di Susa. Non essendo uno sprovveduto, Calenda sa bene che «militarizzare il territorio» è una strategia molto rischiosa in termini concreti. Ma, propagandisticamente, è uno slogan perfetto per mettere in contraddizione il Pd con i suoi referenti sociali e con i suoi presenti e passati alleati politici. Di più: permette anche di presentarsi come l’uomo forte che governa con il pugno di ferro, altro elemento non da poco nell’antipolitica di ieri e di oggi.

Il liberalismo senza libertà

Nell’antipolitica del populismo elitario, del resto, Azione-Italia Viva cerca l’identità che le manca sul piano politico. Il tweet di cui sopra parlava di «una grande forza repubblicana e liberale», Calenda ha spesso citato il «liberalsocialismo» e il «socialismo liberale», ma anche il popolarismo democristiano di don Luigi Sturzo, in uno dei classici centrifugati teorico-ideologici che caratterizzano la politica postmoderna. In generale, lo spazio che occupa è quello del centro liberale, e «liberale» è sicuramente l’aggettivo che Calenda usa più spesso per qualificare la sua proposta politica.

Il problema è che in questo liberalismo si vedono ben poche libertà. Se la tradizionale critica che da sinistra viene portata ai liberali è quella di concentrarsi esclusivamente sulle libertà individuali, considerando invece intoccabili le istituzioni economiche che opprimono la maggioranza delle persone su basi di classe, in questo caso siamo ben oltre, dato che di libertà individuali, nel programma di Azione-Italia Viva, se escludiamo la libertà d’impresa, ci sono ben poche tracce.

Se prendiamo come riferimento i temi Lgbt+, che dovrebbero essere tra quelli su cui, a sinistra, è più facile trovare intese e convergenze con i liberali, il bilancio è davvero misero: il programma di Calenda non prevede né il matrimonio egualitario, né l’educazione sessuale nelle scuole, né norme sull’omogenitorialità, né una riforma della normativa sull’identità di genere per le persone trans, né il divieto per le teorie riparative, né la tutela per le persone intersex, tutti temi proposti invece da buona parte delle altre forze democratiche e progressiste. Su tutti questi temi, l’alleanza «liberale» di Calenda e Renzi ha le stesse posizioni della destra radicale di Giorgia Meloni. L’unica questione su cui centro e Fratelli d’Italia non concordano tra le questioni Lgbt+ è la necessità di una legge contro l’omofobia, anche se Renzi è tra gli affossatori del Ddl Zan.

Idem su eutanasia, cannabis legale, ecc.: non un riferimento in tutto il programma. Un bilancio un po’ particolare, per un soggetto «liberale». In una recente intervista al Corriere della sera, Calenda ha provato a riposizionarsi, dichiarandosi personalmente favorevole a eutanasia, matrimonio egualitario e adozione per le coppie omosessuali. Ma le scelte programmatiche sono altre, ovviamente legate al fatto che i partner di Calenda nel nuovo centro liberale non sono più i post-radicali di Emma Bonino, bensì i post-democristiani di Matteo Renzi.

Nella stessa intervista, Calenda si è anche detto contrario al presidenzialismo, definendolo «uno stravolgimento delle istituzioni repubblicane». Peccato che il programma elettorale della lista che porta il suo cognome sul simbolo parli esplicitamente di «sindaco d’Italia» e di «l’elezione diretta da parte dei cittadini del presidente del consiglio». L’elezione diretta del capo dell’esecutivo, reso così indipendente dal rapporto di fiducia con il parlamento, è la definizione di presidenzialismo maggiormente utilizzata in scienza politica e diritto pubblico, ma, ancora, il punto è propagandistico: anche le riforme istituzionali hanno senso, nella visione calendiana, solo nel quadro della grande battaglia antipolitica, che permetta all’uomo forte, ovviamente «competente», di avere pieni poteri.

Il punto non sono le riforme, come non sono i diritti civili, la crisi energetica o i rifiuti: il punto è capitalizzare sullo scontento nei confronti del Pd, campo da cui proviene la grande maggioranza dei voti potenziali di Azione-Italia Viva. Piglio manageriale, retorica della competenza, tecnocrazia come antidoto alla piaga delle ideologie: si potrebbe definirlo un Di Battista dei Parioli, se si volesse essere cattivi.

Lorenzo Zamponi, ricercatore in sociologia, si occupa di movimenti sociali e partecipazione politica. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino).

21/9/2022 https://jacobinitalia.it

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