La baby gang non esistono
Anche l’aggressione all’insegnante di Roma – da parte di un tredicenne italiano e soccorso da un migrante congolese – dimostra che la correlazione lineare tra criminalità minorile e maranza che anima la narrazione dominante si regge su uno stereotipo falso
di Vincenzo Scalia
L’accoltellamento subito da un’insegnante ad opera di un suo studente tredicenne, avvenuto nel quartiere romano di Centocelle, finirà per scatenare gli aedi del securitarismo, in particolare rispetto alla rappresentazione dei giovani come categoria sociale problematica. Caivano e i decreti anti-maranza non bastano, evidentemente. Si proverà a proporre l’abbassamento a 12 anni della soglia di imputabilità, mentre al momento vige l’ammonizione.
In realtà, se analizziamo le dinamiche dell’evento, ci accorgiamo che la rappresentazione della criminalità minorile che predomina almeno dagli ultimi cinque anni risulta totalmente confutata. I minori problematici vengono di solito etichettati dalla definizione di maranza, con la quale ci si riferisce ai giovani delle periferie, preferibilmente migranti, con situazioni socio-familiari multiproblematiche.
A Centocelle è andato in scena un copione diverso. Il giovane è un italiano, che non appartiene alla fascia di età compresa tra i 14 e i 18 anni. Soprattutto, proviene da una famiglia che rientra appieno nelle categorie degli scherani del family day. Figlio unico, genitori che dispongono di un’occupazione regolare, frequenta la scuola, è iscritto a una palestra di karatè. Insomma, il classico ragazzo della porta accanto. Niente a che vedere con la gioventù problematica che ci propinano i talk show e le fiction.
Il fronte securitario potrebbe leggere questi dati come la dimostrazione del fatto che i minori costituiscano una categoria sociale problematica. La situazione è più complessa di così. Intanto, perché i problemi non investono un gruppo specifico, ma attraversano trasversalmente lo spettro sociale. Gli omicidi, i fatti violenti, la criminalità, non sono funzione dell’età, della classe sociale, della situazione familiare. Inoltre, nelle classifiche della criminalità, vi sono aspetti problematici, per esempio la violazione delle norme ambientali e della sicurezza sul lavoro, che vengono puntualmente omessi.
Rispetto ai fatti di Centocelle, vale però la pena di sottolineare un altro aspetto. La correlazione lineare tra criminalità minorile e maranza che anima la narrazione dominante, si regge su di un altro stereotipo, quello delle baby gang. La pericolosità dei giovani è direttamente proporzionale al loro fare parte di gruppi più o meno organizzati. Le baby gangs, come mostrano studiosi come Franco Prina, non esistono. Centocelle ne costituisce un’ulteriore dimostrazione. Il giovane che ha accoltellato la sua insegnante ha acquistato i coltelli online, ha appreso il modus operandi da siti a cui si era collegato appositamente, pare sia un fan dell’estrema destra, per quanto il credo politico possa valere nel caso un ragazzino preadolescente.
La criminalità, ci dice l’episodio di Centocelle assieme ad altri, non è ascrivibile a fenomeni sociali, per quanto disfunzionali. Siamo di fronte a singolarità sempre più disorientate, per le quali la sfera virtuale rappresenta l’interfaccia col mondo, che i social costruiscono a misura di sensazionalismo, di gesti ad effetto, di identità tanto posticce quanto pericolose. Anche in questo caso, non si tratta di adottare misure repressive, come la limitazione dell’uso di cellulari e PC. Bisogna semmai lavorare per ricostruire il sociale, un’appartenenza collettiva fondata sulla progettualità e non sull’odio e l’intolleranza. Caivano, le prigioni piene, i decreti sicurezza, non aiutano di certo in questa direzione.
Dulcis in fundo, l’insegnante, è stata soccorsa da uno studente di origine congolese. Anche la rappresentazione dominante dei migranti va in frantumi. I numeri chiusi nelle scuole sono del tutto inappropriati. Altrimenti, la prossima volta, potrebbe non esserci chi salva la professoressa. E’ ora di cambiare rotta.









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