La lunga marcia del CETA

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Non è bastato Justin Trudeau, il primo ministro canadese in visita in Italia durante il G7 di Taormina, a far calmare gli animi accesi sul CETA, l’accordo di libero scambio tra UE e Canada sulla strada della ratifica parlamentare. Ci hanno provato, descrivendo il leader canadese come un novello Kennedy, salito sulla trincea della lotta al cambiamento climatico e della difesa delle libertà economiche dinanzi all’ America First di Donald Trump. “Un leader femminista”, come ha avuto modo di presentarlo la presidentessa della Camera Laura Boldrini, all’interno di una narrazione che preparava la strada al processo più sostanziale dell’approvazione del trattato.

La lunga corsa inizia da lontano. Era il 2009 e gli accordi di libero scambio di seconda generazione (che comprendono cioè sia l’abbattimento dei dazi che delle barriere non tariffarie) erano appena venuti alla luce. In quel momento gli occhi erano puntati sull’accordo con la Corea del Sud, trattato molto sensibile non solo per i nostri produttori di riso ma anche per le nostre case automobilistiche, che vedevano nei colossi sudcoreani dei possibili competitori. E dove non ha potuto l’agricoltura ci hanno pensato le auto, considerato che l’unico veto all’approvazione dell’accordo con la Corea al Consiglio Europeo dell’ottobre 2011 fu proprio italiano.

Fu in quel brodo primordiale che prese forma il CETA, negoziato in modo opaco e sostanzialmente segreto (le questioni legate alla trasparenza vennero affrontate solo con il TTIP alcuni anni dopo, grazie alle ingenti mobilitazioni e alle pressioni della società civile) fino al settembre 2014, quando con una stretta di mano Unione Europea e Canada suggellarono un accordo che a quanto diceva l’allora Commissario europeo De Gutch avrebbe dovuto vedere la luce in breve tempo. “EU only”, pensavano: dopotutto venne interpretato come “accordo non misto”, cioè di pura competenza europea, e avrebbe avuto il fast track della sola ratifica europarlamentare.

Ma le cose non furono così semplici. Da una parte la mobilitazione della società civile, che spinse fortemente per il carattere misto dell’accordo (cioè con competenze concorrenti Stati membri – Unione europea) e che portò alla decisione di renderlo tale nel Consiglio Europeo del luglio 2016. Nei primi mesi del 2017 la Corte di Giustizia Europea confermò la posizione mista, con una sentenza sull’accordo Unione Europea – Singapore sul suo capitolo investimenti (che era al centro della contesa). Questo fu il caso in cui l’Italia perse quel minimo scatto di orgoglio di pochi anni prima: la Campagna Stop TTIP Italia pubblicò nel giugno 2016 un carteggio privato tra il Ministro Carlo Calenda e la Commissaria Malmstrom in cui l’Italia sosteneva l’ipotesi del carattere EU only. Che in parole semplici significava: evitiamo la ratifica del nostro Parlamento, per correre più veloci verso l’approvazione.

Altri furono gli ostacoli in  questa corsa contro il tempo, che vedeva come spade di Damocle le elezioni francesi, quelle potenziali italiane, le tedesche e la stessa Brexit. Nell’ottobre 2016 toccò alla piccola Vallonia, il cui parlamento è titolato a ratificare accordi commerciali ( conditio sine qua non per la ratifica del Parlamento belga), e al suo primo ministro Paul Magnette. La lotta di Davide contro Golia durò quasi un mese, velato di minacce, pressioni e intimidazioni. Ma il piccolo parlamento nordeuropeo riuscì comunque nell’impresa di far mettere nero su bianco alcune “linee rosse” da non superare, non ultime la questione dello sviluppo sostenibile e quello della tutela degli investimenti.

Già, perchè a far fronte alle proteste della società civile ci pensava la retorica europea secondo la quale questi accordi di nuova generazione, come TTIP e Ceta, avrebbero garantito alti standard sociali e ambientali. Peccato che il capitolo specifico sia solamente consultivo, che il rispetto alle Convenzioni dell’OIL sia sottolineato ma per nulla rafforzato con meccanismi di enforcement chiari, a differenza di ciò che riguarda la questione investimenti dove un arbitrato specifico ha la possibilità di imporre richiesta di compensazione economica davanti a un arbitrato a quei Governi (nazionali o locali) accusati di distorsione del mercato (o di esproprio indiretto, con un’interpretazione molto ampia). Uno sbilanciamento molto pericoloso, che rischia di diminuire lo spazio di agibilità degli Stati.

Un esempio di come questi due ambiti siano in conflitto lo si trova in Germania, vicino ad Amburgo, dove la Vattenfall (impresa energetica scandinava con molti interessi nel nucleare e nel termoelettrico tedesco), facendo leva su un accordo internazionale di liberalizzazione dell’energia di cui Germania e Svezia sono firmatari ( Energy Charter Treaty ) è riuscita a far modificare a sua favore una norma sull’emissione di acque di scarico dalla sua centrale termoelettrica alla periferia della città tedesca grazie alla denuncia davanti a un arbitrato. La causa è finita in patteggiamento, con la municipalità di Amburgo che ha scelto di allentare le norme. Peccato che pochi anni dopo, con una sentenza resa pubblica nell’aprile scorso, la Corte di Giustizia Europea ha strigliato il Governo tedesco proprio perchè quell’allentamento negli standard è andato contro le norme di tutela ambientale comunitaria.

Anche il CETA presenta un capitolo sulla tutela degli investimenti. Al posto dell’arbitrato classico investitore – Stato (ISDS) una mobilitazione internazionale durata più di un anno ha indotto l’Unione Europea a proporre un dispositivo riformato: un po’ più trasparente e pubblico, ma ispirato agli stessi principi dei vecchi arbitrati. Pochi passi avanti e parziali, secondo le campagne internazionali, che chiedono che il capitolo sia stralciato definitivamente o congelato.

Ma d’altra parte, cosa potrebbe accadere? Il recente caso Ombrina Mare è significativo: l’impresa energetica Rockhopper, propietaria dell’impianto denuncia l’Italia davanti a un arbitrato dell’Energy Charter Treaty con una possibile richiesta di 13 milioni di euro (i dati però non sono pubblici) per il ritiro della concessione di prospezione e di estrazione di idrocarburi dall’Adriatico. Un’azione prevedibile, considerato che sono già diverse le cause a cui l’Italia dovrà rispondere, sempre sotto l’ombrello dell’ECT, per la rimodulazione degli incentivi al fotovoltaico, ma che evidentemente non scalfisce la piena fiducia delle istituzioni negli arbitrati, qualunque struttura abbiano.

Lo sbilanciamento è talmente evidente che lo scorso 3 luglio, a un seminario con la società civile organizzato a Bruxelles dalla direzione commercio internazionale – DG Trade – della Commissione europea proprio sul capitolo “Sviluppo sostenibile” dei trattati di libero scambio, Georgios Altintzis dell’ITUC ( International Trade Union Confederation , la confederazione internazionale dei sindacati) sottolineava come il modello proposto negli accordi commerciali sia inaccettabile: problemi con la Corea del Sud sulla libertà di associazione sindacale, con il Guatemala e il Salvador sempre sul rispetto delle Convenzioni dell’Organizzazione internazionale del Lavoro (OIL) o con la Colombia per il rispetto della Convenzione CITES sulle specie protette, non riescono a essere affrontati e risolti perchè il meccanismo è troppo farraginoso e inconcludente. “Bisognerebbe far sottostare l’approvazione dei trattati di libero cambio da parte dei Parlamenti alla ratifica e applicazione delle Convenzioni OIL e di quelle ambientali” ha sottolineato con forza Altintzis, ma Madeleine Tuininga, direttrice del dipartimento Commercio e Sviluppo sostenibile della DG Trade ha chiarito come “esistano approcci differenti, ognuno con i suoi pro e contro”. In attesa del documento annunciato dalla Commissione Europea sullo sviluppo sostenibile e il commercio, queste parole non depongono a favore di un sostegno incontrastato all’attuale politica commerciale comunitaria.

Criticità evidenti, quindi, ma almeno con il CETA le indicazioni geografiche sono protette, così sottolinea il Ministero dello Sviluppo Economico. “In Canada riceveranno protezione”, ricorda Coldiretti, “un elenco di 171 prodotti ad indicazione geografica dell’Unione Europea tra cui figurano 41 nomi italiani rispetto alle 289 denominazioni Made in Italy registrate”. I produttori canadesi potranno continuare ad utilizzare il termine Parmesan ma anche produrre e vendere, come già fanno, Gorgonzola, Asiago, Fontina (anche se con l’indicazione Made in Canada). Il prosciutto di Parma Dop con il CETA potrà entrare in Canada, ma in coesistenza con quello dell’azienda privata che ne ha registrato il marchio. Una vittoria? Non sembrerebbe.

Eppure nonostante questi limiti e queste criticità, il Governo italiano corre verso una ratifica impedendo un vero dibattito nel Paese. Alla fine di giugno alla Commissione Esteri del Senato una maggioranza PD – Forza Italia, con l’assenza di Articolo Uno MDP, ha spianato la strada verso Palazzo Madama.

Ma in strada, o meglio in piazza – il 5 luglio a piazza Montecitorio – scendono anche la Campagna Stop TTIP Italia, Coldiretti, Slow Food, CGIL, Greenpeace e molti altri, per chiedere uno Stop immediato alla ratifica, e l’apertura di un serio dibattito attorno al tema degli impatti sociali e ambientali non solo del CETA, ma anche degli altri trattati che la Commissione europea sta negoziando, nonostante le critiche e gli avvertimenti provenienti dalla società civile e dal mondo produttivo della piccola e media impresa.

Alberto Zoratti

Fairwatch / Stop TTIP Italia

6/7/2017 http://sbilanciamoci.info

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