La precarizzazione sociale

Sono passati quasi vent’anni, ormai, da quando un gruppo di giovani militanti di sinistra, alla fine degli studi, provarono a costruire un soggetto sociale capace di aggregare i lavoratori atipici, e soprattutto di sindacalizzarli, in qualche forma che allora non riuscivamo a mettere a fuoco. Il nostro collettivo si chiamava Agire contro la precarietà e, fatta eccezione per qualche faticosa iniziativa di piazza, le nostre riunioni somigliavano più a sedute di autocoscienza che all’organizzazione di lotte o vertenze.

Ma era già qualcosa, perché nel Duemila, purtroppo, non si riusciva a trasmettere al mondo esterno il disagio della flessibilità come condizione di vita. Il NIdil-CGIL era appena nato, e comunque appariva anch’esso come un esperimento, più che un’organizzazione. I lavoratori stabili, invece – e quindi anche i nostri genitori e parenti – sembravano completamente sordi alle difficoltà incontrate nella condizione del precariato. Gli “atipici” erano colpevolizzati implicitamente per non voler accettare l’inevitabile “gavetta”, o perché non comprendevano fino in fondo la fortuna (sic!) di non essere vincolati a un posto fisso.

Leggere il nuovo libro di Bruno Ugolini (Vite ballerine. Prima e dopo il Jobs Act, Ediesse 2016) mi ha trascinato nel passato, facendomi rivedere volti, storie e affanni. In questo libro vengono raccolti i numerosi articoli accumulati dall’autore, che raccontano storie individuali di ordinaria precarietà, comprese tra il 1999 e il 2016. Tutti i settori professionali sono attraversati da queste biografie lavorative, dalla fabbrica all’editoria, dalla sanità all’universo delle partite IVA. Nelle parti successive del libro si esplorano le principali narrazioni e manifestazioni d’attenzione al fenomeno del precariato, sviluppatesi attraverso il cinema o la letteratura negli ultimi anni, fino a dedicare – in coda – uno spazio ad analisi e interviste, per indagare se e come il Jobs Act abbia modificato quel mondo, e quelle storie.

Il dibattito sul precariato è costantemente deficitario, in realtà. E ancora oggi, nonostante siano trascorsi quasi vent’anni, mi pare che neanche le forze di sinistra riescano a mettere a fuoco il problema, poiché non riescono a mantenere sotto la lente entrambi i lati critici che determinano il dramma del lavoro precario (e che devono essere considerati insieme, e mai separatamente).

Il primo lato del problema è infatti quello dei diritti. Non v’è dubbio, come pure emerge nei racconti di vita proposti da Ugolini, che l’assenza dei diritti alle ferie, alla malattia, ai congedi di maternità e quant’altro, costituisca uno dei principali motivi di disagio del lavoratore atipico. Se un libero professionista capace di importanti guadagni può far fronte all’assenza di quelle tutele con il surplusreddituale che è in grado di produrre, lo stesso non si può dire per il lavoratore precario a basso reddito, il quale è costretto a penare in una condizione di effettiva povertà per molti anni della sua vita. Questa assenza di diritti può provocare drammatiche decisioni nella progettazione della propria esistenza (come la rinuncia ad avere figli) o cattive condizioni di salute.

Ma il precariato non esaurisce qui il suo negativo impatto sociale. Infatti, si ha un bel dire ripetendo che il Jobs Act abbia introdotto nuove tutele per chi prima non ne aveva, perché il problema dei diritti – se isolato – è un falso problema. Tra l’altro l’esplosione dei Voucher (che non può essere separata dall’introduzione delle tutele crescenti, e ne è anzi una conseguenza), dimostra che se per pochi il vecchio contratto da precario si è trasformato nell’aggregazione di alcuni diritti, per moltissimi la condizione di flessibilità è peggiorata drasticamente, in quanto le tutele di un Voucher sono addirittura inferiori ai vecchi rapporti di collaborazione.

Il cuore del problema del precariato è tuttavia un altro, e diventa esplosivo se agganciato alla privazione dei diritti. Il libro di Ugolini insiste poco su questo, sebbene non si esima dall’evidenziarlo.

Il punto chiave è infatti la ricattabilità del lavoratore. Questo concetto la società civile lo capisce poco perché siamo rientrati in una concezione verticale dei rapporti di lavoro – quasi ottocentesca – in cui è percepito come legittimo e pacifico il potere assoluto del datore di lavoro sui suoi sottoposti. Per questa ragione, un lavoratore tenuto al guinzaglio da bassi redditi e contratti precari, quindi costantemente esposto alla perdita del lavoro, è costretto ad accettare qualunque condizione.

La più comune è il lavoro aggiuntivo non pagato. Quante commesse si sentono chiedere di rimanere ancora un po’ fuori orario per “sistemare”? Chi paga? Pochi sono disposti a rischiare di perdere il lavoro o di non superare il “periodo di prova”. Personalmente ho vissuto quattordici anni di precariato, in diversi settori, e posso dire con certezza che una tipica rinuncia dovuta alla ricattabilità sono le condizioni di sicurezza sul posto di lavoro. Quasi sempre si evita inoltre di contestare procedure che possono apparire equivoche o illegali. Si firma quello che sarebbe meglio non firmare. Si è disposti ad accettare qualunque forma di controllo. Qualcuno – ahimè – è costretto a sottostare anche a molestie personali.

Questo costante ricatto cui è esposto il lavoratore ne lede profondamente la dignità. Il punto cruciale è questo. Certamente l’assenza di diritti impedisce una progettazione di vita. Ma agganciamola alla perdita dell’autostima, di orgoglio nel lavoro, all’essere costantemente in balia del capo.

Gran parte della giornata di un individuo è dedicata al lavoro, e la dimensione del ricatto determina un perpetuo desiderio di fuga dalla propria esistenza. Beh, questo è un male sociale molto profondo, e soprattutto abitua chi lavora all’idea della sudditanza.

Ora, va compreso che il Jobs Act non solo non scalfisce questo punto, ma abolendo di fatto l’articolo 18, determina un’estensione sociale del ricatto gerarchico. Tutti sono licenziabili in qualunque momento. Tutti, quindi, sono precari. E basta licenziarne uno per educarne cento, per creare in azienda un clima di terrore, di obbedienza, di oppressione.

Il precariato, dunque, non è un fenomeno superato. Si è invece moltiplicato fino a prospettarsi come condizione naturale dei rapporti sociali. L’avevamo previsto vent’anni fa, ma non siamo riusciti a far nulla per impedirlo.

Carlo Scognamiglio

13/6/2017 http://contropiano.org

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