La “riforma fiscale” del Governo Meloni cancella la progressività prevista dalla Costituzione

Il Consiglio dei ministri ha approvato la legge delega sul fisco. Viene cancellata la differenza sostanziale tra imposte dirette e imposte indirette, in un’operazione culturale per la quale davanti alle “tasse” siamo tutti uguali, ricchi e poveri. Visione ultraliberista che azzera lo Stato sociale

La legge delega sul fisco approvata il 16 marzo dal Consiglio dei ministri rappresenta, per molti versi, la fine della progressività prevista dalla Costituzione. C’è un primo dato molto evidente in tal senso. Viene stravolto il principio cardine dell’articolo 53 indicato nell’espressione “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”, sostituito, di fatto, dall’idea che i contribuenti versano quello che a loro pare possibile, è opportuno, versare. Lo spirito di tutti i 22 articoli della legge si muove in tale direzione.

Il testo infatti persegue la “pace fiscale”, una semplificazione che consiste appunto nel non pressare il contribuente, una chiara intenzione di “non disturbare” chi vuole fare e, più in generale, una forte riduzione del carico fiscale su tutti i contribuenti dal più povero al più ricco. Trova spazio e sfogo così nella legge tutto l’atavico odio contro le tasse, considerate il peggiore dei mali, il freno ad ogni sviluppo e il nemico di ogni uomo di buona volontà.

Dunque riduzione delle aliquote dell’Irpef e dell’Ires, sgravi a piene mani per “chi investe”, con possibilità di sovrapporre deduzioni e detrazioni persino a chi sceglie il regime delle cedolari secche, naturalmente estese a una vasta serie di campi. E poi abbattimento della pressione sulle rendite, omogeneizzazione del trattamento di capital gains, dividendi e interessi, aliquote risibili per il risparmio gestito, possibilità di compensare le minusvalenze con buona pace della nozione di rischio. Nell’arco di cinque anni, infine, flat tax per tutti al 15 per cento, anticipata dalla cosiddetta flat tax incrementale con una conseguenza vistosissima.

La spesa pubblica italiana è ormai, strutturalmente, vicina ai 1.100 miliardi di euro annui mentre le entrate tributarie arrivano a circa 500 miliardi e sono composte in larghissima prevalenza da Irpef e Iva. Pensare a una flat tax generalizzata comporterebbe un’erosione di gettito che, a seconda dell’aliquota prevista, ridurrebbe ulteriormente la copertura ordinaria della spesa pubblica, obbligando a tagli pesanti e al crescente ricorso a un indebitamento pubblico sempre più costoso. È ovvio che con simili premesse la progressività, altro comma dell’articolo 53, venga cancellata.

Davanti alle tasse siamo tutti uguali, ricchi e poveri, in una colossale operazione culturale che cancella la differenza sostanziale tra imposte dirette e imposte indirette. Insomma, la destra sta veramente facendo la destra, non quella sociale, ma quella ultraliberista. Appare palese in tale logica che il perimetro dello Stato sociale sia destinato a ridursi molto, rimuovendo definitivamente la tradizione italiana avviata nel Dopoguerra.

Le stime più caute fanno balenare minori entrate da tale riforma per circa 30 miliardi di euro l’anno, che dovranno essere suppliti, come accennato, da privatizzazioni e dalle previdenze complementari, che riporteranno in auge l’antico sistema mutualistico, con una differenza evidente rispetto al passato. Meno entrate fiscali, meno spesa pubblica significheranno più spazio per sanità, istruzioni e pensioni private che dovranno affidarsi alla turbolenta finanza speculativa, le cui regole sono, in questo campo, molto lasche. Dunque, come annunciato dal governo, siamo di fronte ad una rivoluzione che, però, va in direzione opposta all’ordito e alla visione della Costituzione, il cui obbiettivo era fare del sistema fiscale un formidabile strumento per battere le disuguaglianze in nome di un patto di cittadinanza ora rimosso per lasciare il posto all’individualismo volontaristico del contribuente e ai troppo spesso fallimentari spiriti animali del mercato; un mercato che non c’è più, ucciso dalla speculazione a cui si affidano così la salute, le pensioni e l‘istruzione degli italiani.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento

17/3/2023 https://altreconomia.it/

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