La trappola dei fondi pensione. Cala il potere di acquisto dei salari e delle pensioni ma si rafforzano le manovre speculative

Nell’ormai lontano 2017 venne orchestrata una autentica strategia dell’inganno, quella di iscrivere automaticamente i neo assunti che non avessero espresso diniego formale all’iscrizione al Fondo previdenziale entro sei mesi dall’inizio del rapporto di lavoro.

Beppe Scienza, editorialista de Il Fatto Quotidiano e docente universitario, da sempre contrario alla previdenza integrativa, parlò allora di genio italico per gonfiare i fondi pensioni.

Ormai da anni, al momento di rinnovare i contratti nazionali i sindacati “rappresentativi” sottraggono una quota dell’aumento salariale dirottandola d’imperio ai propri fondi pensione. Una decisione assurda che stride con il vecchio e sano principio che il sindacato dovrebbe guardare all’interesse generale e non solo a quello dei propri iscritti. Non parliamo di grandi cifre ma del principio che finisce con il rafforzare la previdenza integrativa a discapito di quella pubblica e aiuta a comprendere l’arrendevolezza con la quale è stato subito l’innalzamento dell’età pensionabile sancito dalla Riforma Fornero.

Dirottando parte degli aumenti contrattuali alla previdenza integrativa, cogestita da datori e sindacati rappresentativi, in comparti come autoferrotranvieri (Fondo Priamo) ed edili (fondo Prevedi) che hanno subito da anni erosione del potere d’acquisto, anche attraverso accordi di secondo livello che hanno distrutto situazioni di miglior favore, è stato possibile incrementare il numero degli iscritti ai fondi pensione adducendone la convenienza economica.

E non mancano situazioni, ad esempio nel settore ferroviario e dell’Anas, per i quali il contratto prevede esplicitamente che il datore versi un contributo anche per i lavoratori non iscritti al fondo.

A distanza di alcuni anni la situazione non è cambiata. In Francia si paralizza il paese contro l’innalzamento dell’età pensionabile. In Italia ciò non avviene e, con la ripresa dell’aspettativa di vita, presto saranno necessari 68 anni di età per uscire dal lavoro a meno di non avere i contributi necessari, il che costituisce una rarità in un mercato occupazionale dove il contratto a tempo indeterminato arriva dopo anni di precariato e bassi contributi. E ammesso, ma non concesso, che si voglia anticipare la pensione andremo incontro a decurtazioni dell’assegno previdenziali tali da scongiurare questa ipotesi. Per questo, e per molto altro, abbiamo sempre parlato di pensionati alla fame da qui a 20 anni anche grazie al calcolo col metodo contributivo, pensato per ridurre l’importo delle pensioni ed eliminare il principio di solidarietà nel sistema previdenziale.

Anziché prendersela con la passività dei sindacati rappresentativi, scatenando il solito fatalismo italico, dovremmo rimarcare il conflitto di interessi che li porta a privilegiare i fondi previdenziali, invece di aprire una vertenza per ridurre l’età pensionabile e calcolare il futuro assegno in maniera più favorevole per i lavoratori.

Arriviamo ai nostri giorni caratterizzati dall’aumento del tasso di interesse e dall’inflazione scatenata dalla crescita dei prezzi dei prodotti energetici e alimentari, per scoprire Il flop dei fondi pensione nel 2022, con rendimenti negativi di circa il 9% mentre il trattamento di fine rapporto (Tfr) si è rivalutato dell’8,3%.

Sempre su Il Fatto Quotidiano leggiamo infatti:

“Nel 2022 il Tfr lasciato in azienda ha superato di gran lunga il rendimento dei fondi pensione, risultato quasi sempre negativo. Il Tfr, che viene automaticamente rivalutato in base al tasso di inflazione è cresciuto in valore in media dell’8,3%. Viceversa, come si legge nella relazione annuale della Covip (l’autorità di vigilanza sul sistema della previdenza complementare), tra i fondi negoziali il rendimento è stato negativo del 9,8% mentre i Pip (piani individuali pensionistici) hanno perso addirittura l’ 11,5%. Il valore dei patrimoni amministrati si è attestato a 205,6 miliardi di euro, in calo del 3,6%. Il saldo tra sottoscrizioni e disinvestimenti (positivo per 7 miliardi) è stato più che azzerato dalle performance negative degli investimenti”.

Le politiche monetarie stanno cambiando, da essere ultra espansive hanno invertito la tendenza proprio per favorire le operazioni finanziarie speculative. Forse ai lavoratori dovremmo ricordare quanto successo in Gran Bretagna, Canada e Usa ove i contributi previdenziali accordati ai fondi pensioni di Banche e istituti finanziari si sono dissolte dal giorno alla notte gettando sul lastrico migliaia di lavoratori e lavoratrici. I fondi previdenziali sono sicuramente soggetti a minori rischi ma, da qui a decantarne le lodi per la maggiore redditività, corre grande differenza; infatti scopriamo che gli interessi maturati dal Tfr negli ultimi 3 anni sono stati maggiori di quelli dei Fondi.

Dati alla mano, gli ultimi dieci anni hanno registrato un rendimento medio annuo dei fondi pensione negoziali pari al 2,2%, quello dei fondi aperti è stato del 2,5% e quello dei Pip del 2,9%, mentre la rivalutazione del Tfr è stata pari al 2,4% con una inflazione attorno all’1,7 % annua.

Il Tfr si è rivalutato del 4,3% a fronte di un’inflazione di quasi il 5%. L’erosione del potere di acquisto è quindi il problema reale ignorato e le sirene della previdenza integrativa non sono la panacea del male, rappresentato invece dall’aumento del costo della vita e da rinnovi contrattuali inferiori alle reali necessità

Ad oggi (https://www.covip.it/sites/default/files/relazioneannuale/covip_relazione_per_lanno_2022_20230607.pdf) gli iscritti ai fondi pensione risultano in aumento ma l’impossibilità di uscirne dopo l’iniziale adesione rappresenta un autentico problema, una sorta di norma “truffaldina” che alimenta alla fine un sistema costruito in combutta tra datori di lavoro e sindacati rappresentativi.

Se poi scopriamo che in tempi di crisi e speculazione finanziaria il Tfr in azienda è più conveniente, allora ci sono motivi sufficienti per intraprendere una serrata battaglia sindacale e politica contro il silenzio assenso e la previdenza integrativa che rappresenta un colossale business. Infatti le risorse complessivamente destinate alle prestazioni totalizzano 205,6 miliardi di euro, il 3,6 per cento in meno rispetto al 2021, più o meno il 10,8 per cento del PIL e il 4 per cento delle attività finanziarie delle famiglie italiane.

Queste, e non altre, le ragioni della previdenza integrativa, avere una enorme disponibilità di capitali da investire quando il potere di acquisto dei salari subisce continua erosione, quando il lavoro si fa sempre più precario e malpagato, soprattutto nel variegato mondo degli appalti derivanti dai processi di privatizzazione ed esternalizzazione dei servizi.

Federico Giusti

4/8/2023 https://www.lacittafutura.it/

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