La violenza sui bambini migranti ai confini settentrionali dell’Italia

La violenza sui bambini migranti ai confini settentrionali dell’Italia

Chiasso-Como, Ventimiglia, Bardonecchia, Brennero. Un giro ai confini del nord Italia evidenzia quello che l’ultimorapporto di Intersos ha denunciato. Bambini migranti attentamente perquisiti, abbandonati nudi in mezzo agli adulti, urla, calci e spinte, insomma violenza e assoluta mancanza di rispetto della dignità. Bambini trattati come merci deteriorate, da rispedire al mittente.

È quello che succede ai confini italiani del nord, coinvolti Paesi dell’Europa senza più identità democratica, pronti a respingere duramente nonostante l’obbligo di garantire accoglienza e protezione. Le autorità svizzere, francesi e austriache praticano sistematicamente il respingimento e la riammissione in Italia di migranti minorenni. Vengono, dunque, sistematicamente violate, tra le altre, le leggi della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo e del codice delle frontiere Schengen e del regolamento europeo Dublino III.

Di più: è violata la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo del 1989, quella che tutela l’interesse del minore. Pensare che la legge più ratificata e più disattesa al mondo lo è anche ai confini italiani con Svizzera, Francia e Austria fa rabbrividire.

La denuncia arriva dall’organizzazione umanitaria Intersos che con Open Society ha effettuato uno studio approfondito di monitoraggio per mesi delle frontiere italiane. “Abbiamo registrato sistematiche violazioni del diritto internazionale e delle norme a protezione dei minori non accompagnati commesse dai singoli Stati lungo il confine” sottolinea Intersos.

I bambini sono privati della possibilità di parlare, molte volte mancano interpreti e mediatori, non possono chiamare parenti con i quali potrebbero ricongiungersi già nel viaggio, non possono presentare richiesta di asilo. Come in un gioco da tavola devono tornare alla casella di partenza. Un andirivieni che toglie a esseri umani tutte le prospettive di miglioramento esistenziale.

Al valico di Como-Chiasso in nove mesi del 2017 sono state respinte e ricondotte indietro 13.543 persone perché ufficialmente è stato attuato l’accordo bilaterale firmato a Roma nel 1998, quello che prevede una procedura semplificata. Secondo le autorità elvetiche viene applicata la procedura solo nei confronti di coloro che non richiedono asilo: però, l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione ha registrato casi, e non pochi, di minori riaccompagnati indietro nonostante la loro volontà di presentare domanda di protezione internazionale. Alcuni l’hanno dichiarata anche in forma scritta.

È nell’aria e lo si respira l’illogico metodo: dopo tante gravi sofferenze e fatiche non si vuole esercitare un diritto. In tanti, anche minorenni, arrivano a preferire di ritornare in Italia per poi riprovare ancora a superare il confine. “Le guardie di confine salgono sui treni, chiedono i documenti a tutti noi neri, chi ha detto di avere 17 anni non viene nemmeno creduto“.

Si incontrano persone che raccontano con fatica la loro esperienza, come Mohammed che, dopo aver visto uccidere la madre in Somalia, è scappato ed è arrivato a Como, dove ha preso il treno, la via ritenuta più breve e diretta per arrivare a Zurigo. Le Guardie di Confine lo hanno ricacciato indietro. Un suo amico, sedici anni, e un fratello che è già in Svizzera con lo status di rifugiato, è partito solo dall’Eritrea e per tre volte ha provato ad attraversare il confine senza successo, tenterà ancora.

Sul treno c’è chi si nasconde nei bagni, chi nelle intercapedini dei sedili. Ce n’è altri che provano a passare il confine a piedi, con l’aiuto dei passatori. Difficile passare, i controlli sono ferrei. Berna ha schierato anche droni e rilevatori termici. Hanno costruito anche muri. Qui si infrangono i sogni di ragazzini.

Sono più di 62 mila i bambini soli arrivati in Italia negli ultimi sei anni. Tra quelli censiti uno su quattro non si trova più. Uno su tre nel 2017. Scappano per raggiungere altri Paesi europei, in molti casi per riunirsi ai familiari. Per molti altri la fuga è conseguenza della lentezza delle procedure, sono così spinti a muoversi verso il confine per allontanarsi dalla disperazione.

A Como c’è un centro nato come “campo di transito”: si è trasformato in un luogo dove rimanere molti mesi. “Nonostante la normativa nazionale non consenta la creazione di nuovi centri al di fuori di quelli previsti, le persone ospitate sono munite persino di badge per entrare e uscire“, contesta Intersos. A Como il valico di Chiasso è meno battuto negli ultimi mesi.

Anche a Ventimiglia la frontiera con la Francia è sigillata. I bambini continuano nel tentativo di passare, percorrono anche il “sentiero della morte”, quello che da Grimaldi alta arriva a Mentone. Di notte, tutti confidano che i poliziotti siano di meno. Si tenta il transito, ma al mattino molti tornano indietro, malconci, ginocchia sbucciate e vestiti strappati. Non ce l’hanno fatta, ma la prossima notte proveranno ancora.

Due ragazzine, hanno sedici anni, arrivano dall’Eritrea e tentano di seguire la via ferrata, con un balzo da una traversina all’altra lungo le rotaie. La gendarmeria francese le ha appena trovate e cacciate, con le scarpe tagliate così non possono più tornare. In mano hanno un foglio, c’è scritto “refus d’entrée”.

Ibrahim, lo avevo incontrato già due anni fa, se ne sta seduto sul ciglio della strada. È rannicchiato, le mani coprono gli occhi gonfi. Ha quindici anni e sogna di raggiungere la Germania dove vivono le zie. Continua a tentare di passare, ma gli è sempre andata male. Uomini in divisa gli hanno sequestrato la busta di plastica dove conservava le sue cose, gli hanno riconsegnato il cellulare, ma senza la sim card con i contatti dei suoi familiari.

Qui ai bordi del mare c’è un campo di accoglienza gestito dalla Croce Rossa. È per adulti, ma ha dovuto aprire le porte anche ai bambini. Unicef a Oxfam hanno espresso forte preoccupazione per la situazione e hanno scritto al prefetto di Imperia chiedendo l’apertura di una struttura ricettiva temporanea per i minori stranieri non accompagnati.

Altri, quelli fuori dal sistema di accoglienza, vivono sulle sponde del fiume Roja, senza adeguati ripari, privi di riscaldamento e di servizi igienici, senza accesso all’acqua potabile e al cibo, esposti ad abusi e violenze. Tra loro ragazzine, vittime di violenze sessuali, alcune delle quali con figli piccoli.

Più a nord c’è il pericoloso varco di Bardonecchia.

Il percorso è suggerito in una chat di WhatsApp, c’è il link alla mappa per arrivare qui, dove nevica e alla stazione dei treni è appeso il cartello “pericolo”, attraversare le Alpi nel pieno dell’inverno può far perdere la vita, non soltanto la strada.

Qualcuno viene salvato dalla “legge della montagna”: ci ricordiamo il film di Pietro Germi, era il 1950 e i migranti erano gli italiani. La legge francese li respinge, ma quella della montagna impone di salvare le persone in difficoltà e in mezzo alle valli s’è creata una rete di persone solidali, da una parte all’altra del confine.

Un altro confine di montagna, quello con l’Austria. Le condizioni sono critiche dopo i respingimenti dall’Austria. Così in molti hanno scelto vie rischiose per eludere i controlli. Con 200-800 euro, a seconda della nazionalità – per gli africani le cifre più basse, di più per iracheni e siriani. Il Corpo delle guardie di confine svizzero respinge ogni accusa: “i migranti che vogliono entrare in Svizzera o attraversarla e che non soddisfano i requisiti dell’articolo 5 della Legge sugli stranieri sono rinviati dal Corpo delle guardie di confine all’Italia, sulla base dell’accordo di riammissione del 2000“.

Rammentiamo che siamo nel cuore dell’Europa, Paesi dell’Unione meno chiusi e tendenziosi di altri, lo Stato-cuscinetto della ricca Svizzera dove dalla dogana di Chiasso puoi transitare con l’auto piena di valuta o altre cose, ma se trasporti un ragazzo di colore ti smontano l’auto perché “non si sa mai”.

Guido Capizzi

03/02/2018 www.lacittafutura.it

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