MALTRATTATI, INGANNATI E CONTENTI?

COPERTINA LES SE

Ci chiediamo mai se è un bene essere sempre più inondati di notizie, inconsapevolmente sottovalutando che spesso false e costruite ad arte per manipolarci, e quando non lo sono del tutto ci vengono propinate dentro uno schema comunicativo che ha origine nel nazismo? Forse no, perché la storia è semisconosciuta alla grande massa resa incolta da decenni di futilità e abbandono dello studio e della lettura come sorgente del sapere. Dalla massa di notizie che ci vengono date attraverso TV e social/recinti (vedi facebook) fatichiamo, per chi ha un minimo di spirito critico, a stare dietro e fare una raccolta differenziata tra il vero, il presunto vero, il revisionato e il falso.

La velocità autarchica della tecnologia offre gadget di libertà, a tutti e senza distinzioni di classe, mentre i nostri neuroni fanno da spettatori paganti. Il cervello umano è una macchina perfetta, se resta razionale nella scientificità del suoi meccanismi di funzionamento anti intrusione di corpi estranei, come il dogma della tecnologia. Altrimenti il conto della disumanizzazione relazionale è salato.

Essere o non essere, questo è stato il problema esistenziale del 900. Facebook ci ha risolto il dubbio amletico offrendoci la certezza del 2000: apparire. Disarmati e disponibili ad accettare la resa interiore di fronte alla potenza della mistica globalizzante. Il pensiero logico-discorsivo è stato sopraffatto dalla velocità comunicativa di ogni sorta di potere invisibile. Oggi il problema è: essere utilizzati o utilizzare per essere.

In questa dimensione di depressione sociale si è amplificato all’ennesima potenza l’individualismo nelle forme più egoiste, fino a rivendicarlo come valore assoluto. Ma, l’individualismo affermato, e vissuto, come esternazione della propria personalità è il travestimento più pacchiano che una persona possa indossare. Non costa nulla perché non serve acquistarlo in un negozio di abiti da carnevale, ci viene fatto indossare virtualmente dalla messaggistica televisiva e pubblicitaria che induce a copiare comportamenti e costumi, che porta ad acquistare prodotti attraverso i quali sei portato ad esprimerti nelle forme coercitive. Queste forme di esternazione annullano le facoltà mentali e la capacità di riconoscere le proprie fragilità che altrimenti consentirebbe autonomia di parole e atti nella partecipazione ai contesti sociali.

Sarebbe terapeutico realizzare qualche volta che non si è diversi dai politicanti del selfie e mistificatori della realtà dei fatti ma ci inebriamo della convinzione che questi signori da ammirare perchési espongono ogni minuto al giudizio del popolo non capendo che la politica dell’apparire preparato e decisionista come un leader di lungo corso lucra sui sentimenti irrazionali dell’istinto a vedere il proprio nemico in quello che sta peggio, non importa se immigrato o italiano.

Certo, questo stato di cose che ha permesso la fuoriuscita di tanta cattiveria, declinata in populismo, ha dei responsabili politici ben individuabili in chi ha cambiato bandiera e campo sociale determinando scelte economiche di enorme disparità di reddito, di diritti e di giustizia sociale e giuridica, di aver debilitato la partecipazione di massa alla vita politica fino alla repressione del dissenso, non solo di piazza ma anche nei luoghi sociali, sindacali e politici, aprendo la strada allo sconforto, in primo luogo nel lavoro, e quindi spalmando concetti che individuano i problemi dell’Italia negli immigrati, addirittura nelle poche tasse che i ricchi pagano nel mentre il grosso lo evadono e lo trasferiscono in conti esteri.

Fino a far giustificare la Lega con la rapina di 49 milioni di euro pubblici.

La realtà che ci gira intorno spesso non la consideriamo, presi dalla supponenza del “partire da noi”. Per non farci influenzare dagli altri ci influenziamo di solitudine che contrabbandiamo come libertà di pensiero e di azione. Incapaci di scegliere tra protagonismo collettivo e la sudditanza agli altri.

Ne consegue che per i giusti di fronte alle grandi tragedie e ai crimini della disumanità, il sentimento del perdono è solo complicità concessa ai colpevoli. Anche nei singoli individui il perdono, del consapevole inganno di un adulto da un altro adulto ingannato, si trasforma in opportunismo, per interesse materiale o per crudele superficialità, quindi un atto di ipocrisia. Non si può perdonare i responsabili delle morti sul lavoro, i politici produttori di povertà, i governi di guerra agli ultimi della terra.

Quando gli stereotipi che ci iniettano ogni giorno determinano i nostri pensieri e i conseguenti comportamenti, stiamo sempre peggio di salute, viviamo di precarietà, moriamo di incidenti sul lavoro. Dobbiamo farcene una ragione perché è destino? Dobbiamo essere felici di essere gli ultimi adesso per essere i primi nell’aldilà?. Perché non essere materialmente primi adesso ed essere ultimi ad arrivare là?

Ma che importa agli individualisti se, tanto per cambiare, l’attuale crisi del governo, tutta all’interno della crisi delle forme della politica partecipativa e democratica, dimentica ,con totale disprezzo, le sue vittime, in continuità esasperante con gli altri precedenti governi, a iniziare dagli operai per finire ai giovani e meno giovani disoccupati. Che importa, quindi lungi dal rivendicarla come priorità, dell’emergenza salariale e dei redditi che hanno portato alla sopravvivenza precaria milioni di famiglie, molte delle quali votano i loro aguzzini e le restanti si emarginano ulteriormente con l’astensione al voto.

E’ stata derubricata dal vocabolario sociale anche l’idea della protesta piuttosto che della lotta, dimenticando che lottare è vitale. La passività esistenzialista non permette di costruire o di riconquistare uno spazio di vita degna, ti riduce a vegetale in movimento. La vita è lotta, la lotta è vita.

Mentre la speranza, che si può sempre costruire riscoprendoci soggetti pensanti e coraggiosi, nel non soccombere al presente è sempre in attesa delle nostre azioni, per disdire l’attuale medico, che ci siamo scelti volenti o nolenti, che anziché curare il male lo amplifica, quando non lo produce in prima persona, per tenerci debilitati.

E non siamo neanche consapevoli di essere diventi comparse di un sistema nel quale essere vincenti significa saper rubare, mistificare, corrompere? E nei confronti degli ultimi opprimere, sfruttare, minacciare?

Tutto questo senza provare nessuna indignazione, dimenticando che siamo penultimi ma individuiamo come controparte gli ultimi.

Nonostante ci consideriamo diversi da chi ci guida politicamente viviamo da separati dentro una casa comune chiamata Italia, in uno stato di dissociazione che ci rende simili a coloro che ci inducono nella tentazione al peggio dentro la discarica della disumanità. Non ci rendiamo conto che anche se ci sentiamo assolti, siamo sempre coinvolti.

Il destino non è già scritto, è un percorso che determiniamo consapevolmente quando ci sono chiari, tutti gli elementi di discernimento tra quello che è bene e quanto di male può comportare per noi e per gli altri.

Le scelte negative compiute non le possiamo ipocritamente addossare al destino, mentre quelle che si rivelano positive alla nostra capacità di discernimento. Se lo facciamo infanghiamo il nostro “io” come perno della nostra personalità che vendiamo agli altri e a noi stessi.

Credere al destino che governa gli eventi della nostra vita quotidiana sotterra la nostra soggettività di esseri pensanti.

E se ci chiedessimo se è possibile camminare eretti di fronte a chi opera per opprimere gli altri, saper guardare a testa alta le ingiustizie, avere il coraggio di affrontare a viso aperto, oltre l’indignazione, il male. Ecco quando possiamo affermare “ ho vissuto” senza quel disagio di vergogna di chi abbassando gli occhi ha cambiato strada. Una strada sulla quale ci hanno condotto facendoci soffocare da innumerevoli servizi del welfare che sono ormai a pagamento e costringendoci a lavorare oltre i 70 anni, magari al nero.

Saper contestualizzare i contesti reali del proprio vissuto e sistematizzare i concetti per una lettura esente da ogni forma di giustificazione a posteriori consente di evitare un’attesa di eventi che rimettano sui binari consoni alla nostra personalità e ai bisogni relazionali la nostra vita. Non volerlo fare ci condanna a una perenne subordinazione al misticismo dei desiderati eventi che attendiamo posticipando ogni giorno l’attesa, nella certezza che ne siamo meritevoli, rendendoci fragili e facili obbiettivi di inganni e speranze indotte. Se non indaghiamo il nostro vissuto non cambieremo mai nel profondo la nostra soggettività e oggettivamente non cambieremo il nostro approccio alla vita.

La realtà del proprio stato psichico è sempre soggettiva, può trovare riscontri contingenti ma senza alcuna soluzione di continuità se non la immaginiamo credendo di viverla riempendo ogni crepa nelle nostre condizioni relazionali.

L’oggettività la nascondiamo inconsapevolmente ma ce la ritroviamo a ogni passo del nostro praticare quotidiano, a ogni angolo che ci troviamo a svoltare volenti o nolenti. La consapevolezza la evitiamo come un farmaco sgradevole ma il rifiuto ci ammala di quella strutturata incoscienza che ci porta spesso a inconsulte scelte e additiamo altri come produttori dei nostri mali.

La presunta determinazione nel percorrere la quotidianità del proprio fare è insita nel pensiero di tanti, la materialità del determinare i percorsi della propria vita è facoltà della persona che esce dall’oblio del pensarsi determinata senza considerare i contesti nei quali è protagonista o numero fra tanti. La differenza temporale tra la presunzione e la materialità determina lo stato di felicità, comunque di benessere, con gli altri e con se stessi.

L’utilità della nostra presenza nei percorsi sociali collettivi è relativa e marginale se non agiamo ma assistiamo scegliendo la parte, o il singolo che la rappresenta, in base alla loro capacità di aggredire la nostra emotività, la nostra propensione a rispecchiarci in ipotetici simili ma più capaci. E’ una presenza subordinata che accettiamo consapevolmente finché non riscontriamo danni, mentali e materiali, non previsti dal nostro consenso emotivo.

Siamo certi di essere i migliori pur vivendo in modo acritico in una società che approva leggi a danno di molti per il benessere di pochi? Forse dovremmo iniziare a guardarci dentro e smetterla di considerarci migliori di quello che siamo, nutrendo la propria autostima utilizzando come unico metro di paragone il possesso di un residuale benessere.

Franco Cilenti

Editoriale del numero 5 – settembre 2019 di Lavoro e Salute, periodico cartaceo

www.lavoroesalute.org

 

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