Mentre il dito indica il Ttip, l’Unione e il Canada firmano il Ceta

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Come quando qualcuno ti indica qualcosa da guardare e, intanto, te la combina proprio sotto gli occhi. Sembra qualcosa di simile quello che succede con i trattati commerciali Ceta e Ttip. A fine agosto arriva l’annuncio di Sigmar Gabriel, vice cancelliere e ministro dell’Economia tedesco: «Ritengo che i negoziati con gli Stati Uniti siano de facto falliti, anche se nessuno lo vuole ammettere veramente». Ed è stato tutto un rincorrersi di canti alla vittoria. Con qualche voce fuori dal coro, a chiedere di non cantare ancora vittoria. Perché «il Ttip non si fa» ma finché c’è Obama, quindi per adesso. Ed è vero che entrambi i candidati alla guida degli States, Clinton e Trump, si sono schierati – in campagna elettorale – contro il Ttip, ma è abbastanza? Per i movimenti no, e si organizzano giornate di protesta

Sempre bene ricordare cos’è il Ceta. Il gemello del Ttip, il Comprehensive Economic and Trade Agreement, ovvero l’Accordo di libero scambio fra l’Ue e il Canada (Ceta), procede a passo sempre più spedito. La firma potrebbe arrivare già il 27 ottobre a Bruxelles, in occasione del summit al quale parteciperà anche il primo ministro canadese Justin Trudeau. L’accordo prevede la soppressione di circa il 98% delle barriere tariffarie tra le parti. E, se definitivamente approvato, entrerà in vigore dal 2017. Chi lo sostiene promette vantaggi commerciali per 5,8 miliardi di euro l’anno, con un risparmio per gli esportatori europei di 500 milioni di euro annui dovuta all’eliminazione di quasi tutti i dazi all’importazione. Sul mercato del lavoro, poi, uno studio congiunto di Ue-Canada ipotizza 80mila nuovi posti di lavoro. Tra le preoccupazioni, invece: «Con il via libera al Ceta, la maggior parte delle multinazionali americane, già attive sul territorio canadese, potranno citare in giudizio nei tribunali internazionali privati le aziende europee, avvalendosi della clausola Investment court system (Ics, il sistema giudiziario arbitrale per la difesa degli investimenti), omologo dell’Isds inserito nel Ttip, che tanti Paesi Ue stanno osteggiando». Sono già 42mila le aziende operanti nell’Unione che fanno capo a società statunitensi con filiali in Canada, con l’approvazione del Ceta queste imprese potrebbero intentare cause agli Stati per conto degli Stati Uniti senza che il Ttip sia ancora entrato in vigore, assicurano i promotori.

Dopo cinque anni di negoziati, dal 2009 al 2014, per il via libera al Ceta manca solo il voto finale, e quindi la firma. In caso di approvazione entro il 2016, da parte del Consiglio e del Parlamento europeo, il Ceta potrebbe entrare in vigore all’inizio del 2017 previa approvazione dei legislatori, canadesi.

Che differenza c’è tra Ceta e Ttip?

È una questione di competenza. Ratificare un trattato può essere, legalmente parlando, di esclusiva competenza Ue oppure a competenza mista, e cioè la ratifica, oltre che dalla Commissione, deve passare anche dai Parlamenti nazionali di tutti gli Stati membri. Su questo punto si battaglia dentro l’Unione. L’accordo di libero scambio Ue-Canada, il Ceta è di esclusiva competenza dell’Ue Lo ha annunciato la commissaria Ue per l’Economia commercio Cecilia Malmstroem.

Il Paese meno convinto? La Germania, che ha espresso la sua ostilità alla ratifica esclusivamente Ue. Ma a smentire i dubbi, il 13 ottobre, ci ha pensato la Corte costituzionale tedesca che ha rigettato i ricorsi d’urgenza presentati per bloccare temporaneamente l’approvazione.

Il più favorevole? L’Italia. Il 30 maggio il ministro Calenda scrive una lettera alla Commissaria e affida al Parlamento europeo la ratifica del trattato, senza passare per il Parlamento italiano. La CampagnaStopTTip protesta e alla fine la Commissione ammette che sì, è necessaria una discussione anche nei parlamenti nazionali e negli enti locali. «Una vittoria della campagna contro il Ceta e il Ttip e della mobilitazione delle associazioni, dei comitati e dei cittadini . Questo ovviamente di per sé non basta: l’obiettivo deve essere quello di non approvare il Ceta, evitanto anche la così detta “applicazione provvisoria”, cioè che il trattato entri in vigore in sostanza prima che vi sia il passaggio dai parlamenti nazionali», spiega a Left Eleonora Forenza, eurodeputata del Gue/Ngl e membro della commissione Commercio Ue. «Il Ceta ha un impatto profondo su competenze vitali degli Stati e che hanno conseguenze reali sulla vita dei cittadini».

Perché il Ceta “sdogana” il Ttip? «Il Ceta rischia di essere un vero e proprio cavallo di Troia per le multinazionali, anche in assenza del Ttip», spiega ancora Forenza. «Sdogana infatti quelli che si chiamano trattati di nuova generazione, cioè che hanno come obiettivo l’eliminazione delle barriere non tariffarie, che però coincidono con i nostri standard di diritti fondamentali, come il lavoro e la salute. Ricordiamo che Stati Uniti e Canada hanno già un accordo, il Nafta (Accordo nordamericano per il libero scambio), che permetterebbe alle imprese statunitensi, anche senza il Ttip, di poter godere di tutti i “benefici”contenuti nel Ceta. In pratica a qualsiasi multinazionale, se passasse il Ceta, basterebbe aprire una casella postale – o una sede legale – in Canada per avere tutti i privilegi attribuiti dal Ceta, in primis gli Isds (Investor-State-Dispute Settlement), ovvero il meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitore e stato, anche nella nuova versione (ics), sotto forma di corti arbitrali. In buona sostanza si otterrebbero gli stessi effetti del Ttip senza averlo approvato».

Il Canada? Sembra così convinto da evitare persino le voci fuori campo. Oltreoceano, a Montreal, l’eurodeputato francese dei Verdi, José Bové, è stato bloccato all’arrivo in aeroporto, trattenuto per sei ore fino a quando, dopo una quasi crisi diplomatica, il governo federale non è intervenuto. Era lì per partecipare a una conferenza sul Ceta, o meglio contro il Ceta. Sulla fedina penale di Bové ci sono una condanna di dieci anni fa per avere distrutto un McDonald’s in Francia e una del 2008 per avere distrutto campi di Ogm. Abbastanza per non consentirgli l’ingresso in Canada, nonostante il regolare visto. Dietro al divieto, denunciano i Verdi, c’è il tentativo di impedire l’ingresso a una voce critica nei confronti del Ceta.

Tiziana Barillà

13/10/2016 www.left.it

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