Non torneremo a essere ancelle

Indagini, interviste, osservazioni sull’esperienza di parenti e amici ci confermano che per le donne questi mesi di lavoro da casa sono stati particolarmente faticosi. In molte famiglie, anche se entrambi i genitori erano in smartworking, è alle donne che è toccata la maggior parte del lavoro domestico e della cura dei bambini a casa per la chiusura delle scuole. Si racconta di padri che se ne stavano chiusi a lavorare tutto il giorno nella (a volte unica) stanza di casa, mentre le madri condividevano cucina e soggiorno con figli adolescenti in collegamento con la scuola o cercavano di tenere a bada bambini piccoli durante le conference-call con l’ufficio o le telefonate ai clienti.

Donne ancora una volta schiacciate al loro destino di doppio lavoro o anche qualcosa di diverso? In effetti, vi sono state anche esperienze più fortunate, in cui padri, allontanati dagli uffici per intere settimane, per la prima volta hanno preso contatto con la vita quotidiana dei figli, hanno sperimentato la ricchezza di un nuovo rapporto con loro, si sono misurati a volte anche con la scelta, così nota alle donne, del rinunciare alla riunione di lavoro per non dover parcheggiare (ancora) il piccolo davanti alla tv. Le prime indagini già lo evidenziano: le ore di condivisione sono aumentate e il contenuto di questo tempo ha riguardato proprio la cura dei figli. Un confronto tra Italia, UK e Stati Uniti, pubblicato nel luglio di quest’anno ci dice che durante il confinamento è aumentato di parecchio il numero delle coppie che hanno condiviso equamente la cura dei figli (l’aumento è stato massimo in Italia, +17% , dove probabilmente il gap da recuperare era più ampio). Anche la condivisione delle altre attività domestiche è stata maggiore (a parte la spesa che, soprattutto in Italia, è diventata un affare dei maschi!) ma in questi ambiti proporzionalmente l’aumento è stato più contenuto.

Durante il lockdown, quindi, gli uomini di tutte le età hanno avuto un’opportunità imprevista, una specie di fortuna, si potrebbe dire, per misurarsi con l’altra metà del lavoro, quegli impegni familiari da cui molti si erano sempre tenuti distanti. E sembra che questa esperienza abbia convinto alcuni di loro che la cosa non è poi così spiacevole, anzi che si può fare… Un’esperienza di qualche mese vissuta sulla propria pelle che ha forse funzionato meglio di decenni di moral suasion sulla necessità della condivisione del lavoro di cura. Comunque sia andata, l’esperienza del lockdown nelle famiglie e nelle coppie ha illuminato come forse mai prima quell’intreccio, complicato e rimosso, che c’è tra il lavoro per il mercato e il lavoro domestico e di cura. E ha reso visibile la contraddizione prodotta dalla ripartizione ineguale tra uomini e donne di quello che nel manifesto Immagina che il lavoro (2009), la Libreria delle donne di Milano nominava come “tutto il lavoro necessario per vivere”. Una sorta di disvelamento, i cui effetti forse non si sono ancora dispiegati del tutto ma che possiamo augurarci siano, almeno col tempo, forieri di equilibri di coppia diversi.

Anche prima dell’esperienza di questi mesi, quando si discuteva di smartworking non mancavano le critiche e gli allarmi, in particolare sul suo potenziale mettere a rischio i confini temporali tra lavoro e vita personale. Già parecchi anni fa si sottolineavano gli esiti non chiari – se non decisamente negativi – del fenomeno dei blurring boundaries causato dalla diffusione dei lavori cognitivi, delle ICTs e della conseguente possibilità di essere sempre connessi alle reti aziendali e quindi potenzialmente “in attività” nel proprio lavoro: una deriva temibile soprattutto per le donne.

Un ritorno a casa

Eppure, un’integrazione positiva tra i due principali spezzoni della propria vita appare, a certe condizioni, assolutamente augurabile. Nella storia dell’umanità fino alla rivoluzione industriale, il lavoro è sempre stato collocato negli stessi luoghi dell’esistenza quotidiana: dal pastore al contadino, dall’artigiano al maniscalco, dall’avvocato fino all’ispettore delle tasse, tutti esercitavano i loro mestieri nei luoghi dove abitavano. La cesura è venuta dopo, con la fabbrica e l’estendersi del suo modello di organizzazione del lavoro: in molte realtà solo da poche decine di anni. L’idea fondante della conciliazione tra lavoro e vita sta nel superare e andare oltre questa cesura, potenziando la possibilità di modulare a proprio piacimento – persino sovrapporre in alcuni casi – i tempi e i luoghi delle proprie attività quotidiane, siano esse il lavoro professionale, la cura, lo studio, le proprie passioni. Così, il “ritorno a casa” può essere un’opzione di civiltà: guadagnare tempo sul pendolarismo evitato, rimescolare la vita, inventarsi nuove routine, abbandonando la rigida ripartizione spazio-temporale a cui il lavoro fordista ci ha costretto. Non solo per le madri e non solo rispetto agli impegni familiari.

D’altra parte, perché poi lo smartworking dovrebbe sfavorire le donne? Forse è il contrario. In realtà, anche prima della possibilità di lavorare da casa, le donne hanno sempre avuto una maggiore capacità di intreccio, una consolidata abitudine al multitasking e una certa maggiore destrezza nella transizione tra tempi, ritmi e spazi simbolici diversi. Come sottolinea Sandra Burchi, le donne conoscono meglio lo spazio della casa, sanno come attrezzarlo “organizzando lo spazio attraverso linee invisibili che consentono separazioni e attraversamenti” ma al contempo sapendo rompere lo schema patriarcale di identificazione donna-casa. Questa maestria femminile è quella per cui sono da sempre in grado di tenere insieme il puzzle delle attività quotidiane, non solo gestendone i tempi e in qualche modo creando o “fingendo” spazi diversi, ma anche cambiandone il ritmo quando è necessario: perché la velocità e la saturazione efficiente richiesta nel tempo performante del lavoro è ben differente dal ritmo pacato e emotivo che è necessario nella relazione con un bambino o con un anziano.

Il rischio di lavorare troppo

Naturalmente, tutto ciò può funzionare a certe condizioni: volontarietà e garanzia di flessibilità. Per chi si accinge a prendere questa strada – che significa uscire dai paletti, rigidi ma anche protettivi, dell’organizzazione degli orari aziendale – non basta appellarsi al diritto alla disconnessione. Si deve essere prima di tutto capaci di organizzare il proprio tempo e anche abbastanza assertive da respingere eventuali pressioni indebite dei capi a lavorare più del dovuto. Questo è un punto su cui le donne tradizionalmente registrano qualche fragilità. A causa di un’autostima non sempre salda o della consapevolezza di dover sempre fare di più dei maschi per essere “viste” e apprezzate: in un sistema che non avesse limiti di orario, forse le donne corrono più degli uomini il rischio di lavorare troppo.

Una ricomposizione vincente, dunque? Per molti aspetti, sì. Con qualche attenzione, però. Sulla gestione del tempo le ragioni di ottimismo sono evidenti, non lo stesso per la riduzione dei luoghi: avere meno spazi in cui transitare e incontri nei quali agire causerà certamente un impoverimento delle relazioni. In particolare la cancellazione dell’ufficio, o comunque la drastica riduzione del tempo che vi passeremo, potrà avere conseguenze importanti. È noto che spesso le persone – non solo gli uomini – tornano tardi dal lavoro perché la casa e la famiglia non sono solo un nido confortevole ma luoghi di tensione e di fatiche della cura. Allora l’ufficio anche inconsapevolmente diventa un porto sicuro e gratificante, dove raccogliere qualche pacca sulla spalla dal capo, scambiare battute coi colleghi, intrecciare una relazione amorosa. Arlie Hochschild, già tempo fa in The Time Bind (1997), ha evidenziato in modo folgorante il paradosso dei “mondi rovesciati” dei genitori sempre a corto di tempo, per i quali la famiglia diventa un lavoro e il lavoro assume il senso e l’atmosfera di una famiglia.

Incontri mancati

Luoghi e incontri sono anche palcoscenici dove giocare più ruoli e indossare maschere diverse. Ciascuno di noi ha identità o sfaccettature diverse nella professione, in famiglia, con gli amici: questo gioco à la Goffman è uno spazio di libertà e di crescita fondamentale. L’assenza dell’ufficio toglierà risorse al nostro percorso esistenziale. Col rarefarsi dei luoghi e dei transiti, avremo anche meno occasioni d’incontri casuali: quelli che succedono in treno quando si commuta verso e dall’ufficio, quelli che possono capitare quando si viaggia per lavoro o anche quando, in azienda, s’incrociano persone che non hanno direttamente a che fare col proprio lavoro.

La riduzione degli ambiti in cui si sviluppano le nostre relazioni personali non finirà per causare un impoverimento? Si sa che abbiamo bisogno di molti specchi per cucire insieme la nostra identità, perché è proprio attraverso il riconoscimento che ci viene dagli altri, come sottolinea Axel Honneth, che noi costruiamo la nostra libertà. È possibile quindi che le donne abbiano a soffrire di più di una riduzione di spazi e relazioni, perché la loro libertà nella e dalla famiglia non è sempre scontata.

Se si andrà verso un’incidenza elevata di lavoro in smartworking, cosa che appare piuttosto probabile, è soprattutto importante che le donne possano scegliere (anche perché la loro sarà, come è giusto, una scelta controversa). Se sarà così, questa trasformazione del lavoro potrebbe andare a finire bene, in generale e anche per le donne e per le città: più flessibilità e meno fatica, meno inquinamento e più vita alle comunità locali. Le donne saranno certamente avvantaggiate dalla loro lunga esperienza di transizioni e intrecci di tempi, luoghi e ritmi, anche se forse un po’ sfidate nella costruzione di un’identità autonoma dal ruolo familiare. Tuttavia, bisogna anche essere ottimiste – come dice Margaret Atwood in un’intervista recente a Robinson di Repubblica – perché le nuove generazioni di donne per fortuna “sono nate e cresciute in un altro, irreversibile, contesto”. Non torneremo a essere ancelle. 

Riferimenti

Pietro Biroli e altri (2020), “Vite da quarantena”, in InGenere, 21 luglio 2020

Antonello Guerrera (2020), “Siamo donne non ancelle. Intervista a Margaret Atwood”, in Robinson-La Repubblica, 22 agosto 2020

Sandra Burchi (2017), “Lavorare da casa. Esercizi di dis-alienazione e gestione dello spazio”, in Sociologia del Lavoro, n.145, 1

Erving Goffman (1959), The presentation of Self in everyday life, New York, NY, Anchor Books

Arlie Russel Hochschild (1991), The Time Bind, New York, The New Press

Axel Honneth (2017), La libertà negli altri, Bologna, Il Mulino

Juliet Webster (1996), Shaping Women’s Work: Gender, Employment and Information Technology, London and New York, Routledge

Anna Maria Ponzellini

9/9/2020 http://www.ingenere.it

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *