Precari dell’Ispra: “Affossano la ricerca nel paese delle emergenze ambientali”

Oggi nella sede dell’Ispra in via Brancati a Roma, è il sessantesimo giorno di occupazione, uno in più della famosa occupazione del tetto nel 2009. Da allora, dopo un calvario e un abuso di pessimi contratti per i ricercatori precari, c’è stata la stabilizzazione. Ma per alcuni, 93 per la precisione, il calvario non è ancora finito del tutto.

Mercoledi pomeriggio una delegazione della Piattaforma Eurostop  (Cremaschi, Cararo, Della Croce) è andata a trovare i lavoratori dell’Ispra che insieme all’Usb, da 59 giorni occupano di giorno e di notte una saletta dell’istituto. L’incontro è diretto ed empatico, interrotto dalla solidarietà della barista che porta qualcosa da mangiare per gli occupanti. Piccole cose ma importanti per resistere un minuto di più.

L’Ispra è un istituto di ricerca importante. Si occupa della protezione e della ricerca sull’ambiente. E’ decisivo per la mappatura dei rifiuti, soprattutto quelli pericolosi,  e del consumo di suolo. Solo poche settimane fa il rapporto annuale dell’Ispra è stato pubblicato e ampiamente commentato su giornali e a livello istituzionale. Troppo pochi sanno che dietro quelle ricerche ed elaborazioni spesso ci sono uomini e donne altamente qualificati e motivati ma costretti in condizioni che gridano vergogna sullo stato della ricerca pubblica nel nostro paese. Un ricercatore ricorda i suoi 9 anni da co.co.co. a 900 euro al mese.

L’Ispra era stato commissariato affidandolo a due ex vice prefetti diventati poi presidente e vicepresidente dell’Istituto. Il clima interno è ben presto diventato “prefettizio” ossia rigido sui regolamenti ma disattento alla qualità della ricerca, come se non fosse proprio questa la missione dell’istituto. Il calvario dei contratti a termine ha pesato come un macigno sulla condizione – e la concentrazione – di chi deve dedicarsi ad elaborare, incrociare i dati, connetterli e ricavarne le criticità e le linee guida dello stato dell’ambiente in Italia. E si che di emergenze ambientali ce ne sono e fin troppo numerose: dal terremoto agli incendi, dallo stoccaggio dei rifiuti al consumo di suolo, dal clima all’inquinamento del mare. Eppure, ci raccontano i ricercatori, i fondi per le missioni – cioè per andare sui luoghi dove servono le ricerche – ammontano a ben 700 euro.

I precari sono ancora quasi un centinaio su 1400 dipendenti, ma di direttori con retribuzioni da centinaia di migliaia di euro ce ne sono ben 1 ogni quaranta dipendenti . Ogni ragionamento sui costi dovrebbe concentrarsi su questa pletora di dirigenti piuttosto che sulla stabilizzazione dei ricercatori precari che sono in prima linea. Una ricercatrice rammenta che il Ministero dell’Ambiente ha avuto ben 789 milioni di euro di residui passivi cioè di soldi non spesi che rischiano di tornare indietro. Un altro ci ricorda che ogni anno entrano 150 milioni dalle quote acquistate dalle aziende termoelettriche per le emissioni in atmosfera, su questo c’è stata anche una interrogazione parlamentare nel 2015.

Insomma i soldi per la stabilizzazione dei precari Ispra (cifre  tutt’altro che proibitive) ci sono, il problema è la volontà politica del governo e i vincoli imposti dalla Ue attraverso i diktat del Mef che alla fine decide se, come e quanto spendere. La Commissione Ambiente della Camera dovrebbe deliberare in materia proprio in queste ore.

Tre settimane fa l’Usb ha tenuto una assemblea nazionale di tutto il comparto della ricerca. Si tratta di 32.000 lavoratrici e lavoratori, ricercatori ma anche tecnici e amministrativi, di cui almeno 10.000 sono ancora precari. Evidente come lotta per la stabilizzazione dei precari e difesa e sviluppo della ricerca pubblica siano i due temi inscindibili e unificanti. All’attivo c’è la vittoria dei precari dell’Istituto Superiore di Sanità. Un risultato che incoraggia anche gli altri enti di ricerca a proseguire nella mobilitazione.

La discussione affronta anche la tendenza del governo a inglobare gli istituti e gli enti di ricerca dentro il modello delle agenzie (vedi l’Anpal) ma anche su questo i ricercatori hanno le idee chiare. Nel paese servono istituti indipendenti e non subalterni alle esigenze della “politica” o delle imprese, anche e soprattutto in materia ambientale o sanitaria. Una ricercatrice cita il caso delle conseguenze dell’incendio di un deposito rifiuti di Pomezia (vicino Roma), in cui le dichiarazioni delle agenzie ufficiali e delle istituzioni erano state tutte riduttive e rassicuranti. All’Ispra i risultati sull’aria davano esiti assai diversi  e tre giorni dopo tutti sono stati costretti a dire la verità alla gente.

Cremaschi insiste molto su questo. La ricerca deve essere pubblica proprio per assicurare terzietà e indipendenza e nel nostro paese, dove le emergenze ambientali sono ormai croniche e spesso devastanti, un istituto pubblico come l’Ispra è strategico, guai a continuare a sottovalutare il fatto che chi deve avere testa per la ricerca debba invece fare i conti con le miserie e i calvari della precarietà. E’ un nonsenso al quale occorre mettere la parola fine.

Sergio Cararo

20/7/2017 http://contropiano.org

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