Manfredonia. Quelle donne che sfidarono i ricatti della fabbrica
A 50 anni dal disastro del petrolchimico di Manfredonia che liberò nel territorio tonnellate di arsenico, una protagonista racconta l’esemplare lotta ecofemminista nata dal ricatto occupazionale e dalla necessità di verità e giustizia
di Mattia Lento
Nel settembre del 1976, l’Italia era ancora alle prese con le conseguenze della fuga di diossina provocata dall’Icmesa di Meda (evento noto come il disastro di Seveso). In quelle settimane lo scontro sulla possibilità di concedere l’aborto terapeutico alle donne incinte esposte alla diossina era all’apice. La legge 194 non c’era ancora e quell’evento così terribile costringeva tutta la società italiana a interrogarsi su un divieto che in quel momento appariva come una condanna. La stagione delle fabbriche al veleno non era però finita. A poche settimane da quel terribile 10 luglio del 1976, un’altra nube stava per liberarsi su un territorio ancora più bisognoso di lavoro rispetto a quello brianzolo.
Una fabbrica, tante speranze
Alla fine degli anni Sessanta, Manfredonia viveva una condizione economica fragile, legata a un’agricoltura tradizionale, alla pastorizia e alla pesca. La scoperta del metano sulle alture della provincia foggiana attirò l’interesse dell’ENI che decise di costruire un grande polo per la produzione di fertilizzanti e fibre sintetiche. Attraverso la controllata Anic e la Società Chimica Dauna, e con la spinta determinante della politica democristiana locale, il progetto prese corpo nella piana di Macchia, affacciata sul golfo e formalmente sotto il comune di Monte Sant’Angelo. Di fronte a questo miraggio, le prime isolate obiezioni ambientaliste furono spazzate via. Quando la produzione di urea, ammoniaca e caprolattame fu avviata nell’autunno del 1971, i posti effettivi non superarono mai il migliaio, a fronte dei 5.000 promessi. In compenso, iniziarono da subito i miasmi quotidiani, le perdite continue di ammoniaca, i fumi di anidride solforosa e i primi sversamenti. Manfredonia, situata sottovento a poco più di un chilometro dall’impianto, scoprì sulla propria pelle cosa significasse convivere con la chimica pesante.
L’avvio della produzione inaugurò una stagione di quotidiana convivenza con il pericolo. Fin dai primi mesi di attività, la popolazione si trovò a fare i conti con miasmi soffocanti e ripetute fughe di ammoniaca, anidride solforosa e gas nitrosi. Incidenti minori e perdite negli impianti si susseguirono con cadenza allarmante.
Parola d’ordine: silenzio
L’incidente più grave si consumò la mattina del 26 settembre 1976. Poco prima delle dieci, l’esplosione della colonna di lavaggio dell’anidride carbonica sventrò il reparto ammoniaca, scagliando nell’aria decine di tonnellate di arsenico. Una nube densa e scura si abbatté sulla città, depositando al suolo una fanghiglia giallastra e impalpabile. Molti bambini corsero all’aperto a giocare con quella che scambiavano per un’insolita nevicata d’inizio autunno. Nelle campagne morirono migliaia di animali da cortile e decine di intossicati riempirono gli ospedali. La dirigenza dell’Anic parlò sbrigativamente di una perdita di vapore acqueo e il giorno seguente richiamò in servizio oltre milleottocento operai: molti vennero impiegati a spazzare la polvere tossica a mani nude, senza alcun presidio di sicurezza.
Mentre a Seveso si evacuavano intere zone, a Manfredonia i referti che registravano concentrazioni urinarie di arsenico decine di volte oltre la norma vennero secretati per giorni, alzando persino le soglie limite pur di dichiarare gli operai abili al lavoro. Le prime denunce penali per disastro e omicidio colposo vennero archiviate senza dibattimento: mancavano ancora le evidenze epidemiologiche sui lunghi tempi di latenza delle malattie tumorali e il ricatto occupazionale blindò la fabbrica per oltre un decennio.
Per la storica Giulia Malavasi, quando si fa riferimento a Manfredonia, occorre parlare di una «catastrofe continuata» e non soltanto di un evento singolo. L’episodio del 1976 non migliorò la situazione: le istituzioni continuavano a negare le nocività e la comunità non si ribellava. Nel 1978 una fuga massiccia di ammoniaca scatenò un fuggifuggi caotico dalla città, seguita negli anni Ottanta da nuove nubi tossiche, incendi e dallo sversamento illegale dei sali sodici nel canale d’Otranto. La città fu carica per anni di veleni, paure e negazione istituzionale. Nel 1988 però cambiò tutto. In questo periodo furono le donne a entrare in scena e a raccontarlo è una di loro, Rosa Porcu, insegnante di filosofia e attivista per l’ambiente, emigrata in Puglia dalla Sardegna all’inizio degli anni Ottanta: «Nell’autunno di quell’anno, il governo italiano dispose l’attracco nel porto di Manfredonia della Deep Sea Carrier, una nave che trasportava scarti industriali respinti dalla Nigeria, destinandoli allo stoccaggio e al trattamento nell’impianto Enichem. A questo si aggiunse il progetto dell’Enichem stessa di realizzare un inceneritore per rifiuti chimici proprio all’interno dello stabilimento. Per una comunità già esausta ed esposta continuamente ai veleni, fu la goccia che fece traboccare il vaso». Ci furono quattro giorni di proteste piuttosto veementi a cui seguì però un lungo periodo di mobilitazione collettiva più “ragionata”: «Noi donne occupammo per quasi due anni la piazza del mercato e cominciammo a discutere delle nocività che pervadevano il territorio, a studiarle, a documentarci. La scienza attraverso di noi era arrivata in piazza e con essa la voglia di agire per cambiare le cose». Nacque così il Movimento cittadino donne di Manfredonia.
Terreni tuttora avvelenati
Portare la lotta dentro la comunità significò però scontrarsi con contraddizioni laceranti. «Il rapporto con gli operai fu durissimo, ricevemmo insulti e perfino minacce pesanti», ricorda Porcu con amarezza: «Per me militante comunista e sindacale era durissimo da mandare giù. La classe operaia di Manfredonia era totalmente prigioniera del ricatto occupazionale, terrorizzata dall’idea di perdere il lavoro». Quella frattura cominciò a ricomporsi solo anni dopo grazie a Nicola Lovecchio, capoturno ammalatosi di tumore al polmone. Lovecchio rifiutò i risarcimenti dell’azienda volti a comprare il silenzio e, insieme all’oncologo Maurizio Portaluri e a Medicina Democratica, avviò una contro-inchiesta operaia a ritroso, raccogliendo cartelle cliniche sui colleghi colpiti dall’arsenico del 1976. Un percorso di verità sostenuto con determinazione dalle donne del movimento, che portò i vertici dello stabilimento a processo. Vertici che però furono tutti assolti dalla giustizia italiana. Oggi la fabbrica ha chiuso i battenti lasciando in eredità terreni ancora avvelenati e bonifiche incompiute, ma quel filo di lotta non si è spezzato. Per il 50° anniversario del disastro del 1976, la Casa della Salute e dell’Ambiente di Manfredonia ha organizzato una straordinaria giornata di confronto. Conclude così Rosa Porcu: «Abbiamo riunito le donne di Seveso, le attiviste di Marghera e di Taranto, le ricercatrici indipendenti, le mamme di Venafro. Sarà un’occasione fondamentale per ribadire il legame inscindibile tra ecologia e femminismo».
26/9/2026 https://www.areaonline.ch/










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