Rapporto Oxfam: lavoro sempre più povero tra pandemia e guerra

Lavoratori “invisibili”, sfruttati, precarizzati, dai diritti e dignità profondamente erosi e “valore sociale” scarsamente riconosciuto. Il rapporto Oxfam Italia pubblicato nei giorni scorsi, redatto da Mikhail Maslennikov, Policy Advisor dell’organizzazione internazionale che si batte contro la povertà e le disuguaglianze in oltre 90 paesi, restituisce una fotografia delle moderne forme di sfruttamento lavorativo e di un mercato del lavoro nazionale profondamente iniquo, con ampi divari territoriali, generazionali e di genere e che produce strutturalmente povertà.

La congiuntura pandemica, la prospettiva di una nuova recessione associata al conflitto in Ucraina, la spirale inflazionistica, le trasformazioni economiche in atto rischiano di impoverire ulteriormente il lavoro e ampliare i divari preesistenti, acuendo una crisi che nel nostro paese viene da lontano.

Nel contesto europeo l’Italia spicca per una diffusione marcata della povertà lavorativa: nel 2019 l’11,8% dei lavoratori italiani era a rischio di povertà, oltre 2,5 punti sopra la media Ue.

Oltre un lavoratore su 8 era annoverato tra i working poor: perché dichiarava di aver lavorato per più della metà dell’anno di riferimento e di appartenere a un nucleo familiare con reddito equivalente disponibile inferiore al 60% del reddito disponibile mediano nazionale. Occupandosi di povertà lavorativa è fondamentale avere ben saldo in mente come il fenomeno attenga a due dimensioni: quella individuale, connessa all’occupazione di ogni membro di un nucleo familiare, al salario orario percepito, ai tempi di lavoro (ore lavorate alla settimana e settimane lavorate nel corso dell’anno) e ad altre forme di reddito percepite dai componenti di un nucleo familiare e quella familiare relativa alla numerosità e alla composizione occupazionale del nucleo.

La definizione formale di working poor, secondo i ricercatori di Oxfam, stabilisce pertanto una linea di distinzione concettuale netta tra individui a rischio di povertà lavorativa e i low-wage workers, ovvero i lavoratori con retribuzioni basse (inferiori al 60% del salario mediano nazionale). Un campione Inps di dipendenti del settore privato italiano, in una finestra temporale quindicennale (2005-2018) restituisce nitidamente lo spaccato della crisi del lavoro in Italia: la soglia di bassa retribuzione è passata da 12.000 euro a 11.500 euro circa in conseguenza dell’esplosione del lavoro a tempo parziale anche in fasi di ripresa economica.

La quota dei dipendenti privati che lavorano nel corso dell’anno con orari inferiori a quelli dei contratti a tempo indeterminato è raddoppiata nell’arco di tempo in esame, passando dal 15% al 30% con le donne maggiormente interessate dal fenomeno (dal 31% nel 2005 al 47% nel 2018) rispetto agli uomini (dal 6% del 2005 al 20% del 2018). Anche i contratti a tempo determinato risultano in crescita nell’ultimo triennio del periodo, passati dal 20% del 2016 al 26% circa del 2018.

La pluridecennale stagnazione salariale e il ricorso sempre più frequente a contratti non standard ha portato a un incremento della quota di low-wage workers, passati dal 27,9% del 2005 al 31,1% del 2018. Il fenomeno della bassa retribuzione interessava nel 2018 quasi un dipendente privato su tre (oltre 5 milioni in termini assoluti) e l’incremento risultava ancor più intenso con riferimento alle retribuzioni settimanali.

Un’ulteriore aspetto degno di nota, che sta tristemente assumendo un carattere strutturale nel mercato del lavoro italiano, è quello relativo alla “trappola” della povertà ovvero alla persistenza temporale di basse retribuzioni: oltre 1 dipendente privato su 4, ad esempio, ha mantenuto una retribuzione bassa nel quinquennio 2014-2018 o della condizione di povertà lavorativa.

Per quanto riguarda le differenze di genere, i dati Inps riportati nel rapporto mostrano come il differenziale dei salari medi fra donne e uomini si sia mantenuto costante (intorno al 30%) negli ultimi decenni.

In termini di età, le retribuzioni medie dei lavoratori giovani (15-29 anni) hanno visto contrazioni più marcate nel periodo 1975-2017 rispetto ai lavoratori adulti (30-49 anni) e agli occupati anziani (over 50).

Per quanto attiene ai divari nelle retribuzioni medie tra lavoratori occupati in diverse macro- regioni del paese, a partire dalla metà degli anni Novanta e fino agli anni più recenti si assiste a una forte “divergenza interregionale”, riconducibile alla riduzione dei salari medi nel Sud e nelle Isole, a sua volta attribuibile ad una riduzione delle settimane lavorate nell’anno in media nel Mezzogiorno.

Sono dunque tanti i fattori che concorrono a perimetrare la crisi del lavoro (quota crescente dei low-wage workers, ampie e crescenti disuguaglianze retributive) nel nostro paese.

Tra questi:

il più che ventennale processo di de-industrializzazione e un’evoluzione della struttura occupazionale contraddistinta da un’espansione di occupazioni in settori economici a bassa produttività del lavoro e con salari orari più bassi;

le caratteristiche tecnologiche e organizzative del tessuto produttivo italiano caratterizzato dalla prevalenza di micro e piccole imprese (il 33% delle imprese del settore privato conta da 1 a 9

addetti, appena lo 0,7%, circa 26 mila imprese, hanno più di 50 addetti dichiarati) con una propensione all’innovazione mediamente debole, un’adozione e diffusione di nuove tecnologie digitali relativamente ridotta, forte sottoutilizzo degli investimenti nel capitale umano; un cronico ricorso a strategie competitive da parte delle imprese basate sulla compressione dei costi unitari del lavoro; politiche di flessibilizzazione del mercato del lavoro contraddistinte da una moltiplicazione delle tipologie contrattuali atipiche e da una progressiva riduzione dei vincoli per i datori di lavoro ad assumere lavoratori con contratti a termine o a esternalizzare attività o parti del ciclo produttivo a soggetti non tenuti a osservare il contratto dell’impresa cedente che hanno accentuato le caratteristiche di dualità nel mercato del lavoro italiano; la moltiplicazione incontrollata dei contratti collettivi nazionali (oggi quasi un migliaio censiti dal Cnel) con significativi differenziali di retribuzione e diritti economici nel medesimo settore o in settori attigui, riconducibile alla tendenza delle imprese a pretendere “contratti su misura” (scivolando nella contrattazione pirata) e, più in generale, all’indebolimento della rappresentatività del fronte sindacale e, in misura ancor più marcata, delle associazioni datoriali. Una crisi che sbiadisce, in modo preoccupante, l’autorevolezza della contrattazione collettiva nel definire i minimi tabellari della retribuzione in grado di garantire, in aderenza al nostro dettato costituzionale, a un lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

IL LAVORO AL TEMPO DELLA PANDEMIA E LE CATEGORIE MAGGIORMENTE COLPITE

La pandemia da COVID-19 ha amplificato gli impatti preesistenti delle crisi che hanno colpito negli ultimi quindici anni i sistemi economici e sociali delle economie avanzate, Italia inclusa. Lo shock pandemico ha dispiegato i suoi effetti in modo differenziato sui settori economici, individui e gruppi sociali in “condizioni di partenza” profondamente eterogenee.

Il 2020 è stato caratterizzato da una caduta della partecipazione al mercato del lavoro, associata alla persistenza dell’inattività. Un fenomeno che non ha smesso di manifestarsi al momento della ripresa. Le riaperture, a partire dalla seconda metà del 2020, hanno evidenziato limiti all’aumento dell’offerta di lavoro, rispetto al recupero della domanda di lavoro, cui possono aver concorso molteplici fattori: la decisione di non rientrare nel mercato da parte dei lavoratori in età anziana prossimi al pensionamento, il rinvio delle decisioni di partecipazione da parte delle donne sottoposte a carichi di cura accresciuti con l’arrivo della pandemia, il timore del contagio, l’aumentata fragilità psico-fisica delle persone.

L’andamento occupazionale nel corso della pandemia è risultato allineato all’alternarsi delle misure di distanziamento: a un’ampia contrazione tra marzo e aprile 2020 (in corrispondenza del lockdown) sono seguiti una fase di stabilità a maggio e giugno e un recupero tra luglio e agosto. Il livello di occupazione è tornato a diminuire nell’autunno pandemico del 2020 fino a un minimo nel mese di gennaio 2021 con un calo di 820 mila occupati rispetto a febbraio 2020. L’attenuarsi della pandemia, in corrispondenza della campagna vaccinale, ha visto crescere il numero di occupati fino a giugno 2021, portando il gap rispetto al periodo pre-pandemico a 265 mila occupati, per poi stabilizzarsi nel terzo trimestre del 2021. Le ultime rilevazioni di Istat relative al quarto trimestre del 2021 fotografano una ripresa congiunturale dell’occupazione (+80 mila occupati rispetto al trimestre precedente) e un contestuale forte calo degli inattivi.

Ma è la qualità delle nuove posizioni lavorative a destare forte preoccupazione. Nella prima fase della crisi, la perdita occupazionale aveva interessato prevalentemente i dipendenti a tempo determinato e i lavoratori autonomi, mentre la ripresa del 2021 ha riguardato in prevalenza l’occupazione a termine trainata soprattutto dal comparto dei servizi che ha avuto bisogno in tempi rapidi di forza lavoro non qualificata e con salari bassi. La prevalenza di rapporti di lavoro più facili da interrompere riflette anche, in parte, l’incertezza delle imprese sull’evoluzione della pandemia e sulla durata della ripresa del ciclo economico.

La precarietà della nuova occupazione è restituita con maggior dettaglio dagli ultimi dati rilevati dall’Inps: non è solo la crescita del lavoro a tempo determinato a destare forti preoccupazioni, ma, anche le durate delle nuove posizioni lavorative a termine. Nell’ultimo trimestre dello scorso anno quasi il 40% delle attivazioni a tempo determinato aveva una durata prevista di 30 giorni (quasi 1 contratto su 8 aveva una durata di un solo giorno), quasi il 30% aveva una durata da due a sei mesi e appena l’1% superava un anno di durata. Lo scorcio del 2021 ha inoltre registrato, in termini tendenziali, un forte aumento del ricorso al lavoro in somministrazione e a chiamata.

La tendenza a non assumere forza lavoro con contratti stabili appare ancor più marcata rispetto al periodo pre-pandemico: sono stati frequenti i casi di “concatenazione” di impieghi di breve durata o di sovrapposizione di più contratti intermittenti. Il fenomeno ha interessato soprattutto la componente femminile del centro, con molte donne costrette a cercare uno o più impieghi per integrare il reddito del nucleo familiare.

Bassi tassi di occupazione giovanile e bassa qualità occupazionale dei giovani italiani costituiscono oggi caratteristiche strutturali del mercato del lavoro nazionale. il tasso di occupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni di età si è sensibilmente contratto in oltre quindici anni, passando dal 25,7% nel 2005 al 16,8% nel 2020 (dal 74,5% nel 2005 al 66,9% nel 2020 nella fascia di età tra i 30 e i 34 anni), mentre il tasso di occupazione per i lavoratori anziani (tra i 55 e i 64 anni di età) è salito di oltre 23 punti, passando dal 31,4% del 2005 al 54,2% nel 2019.

Le rilevazioni qualitative degli operatori dei community center di Oxfam e della Diaconia Valdese sull’inefficacia dei centri per l’impiego nell’assicurare l’immissione nel mercato del lavoro dei propri utenti più giovani trovano conferma nei dati di fonte Istat: l’inserimento lavorativo della maggioranza dei giovani italiani passa oggi ancora per canali informali e sfruttando i network familiari.

Nel confronto europeo, le nuove generazioni di lavoratori hanno in Italia una consistenza numerica più ridotta, sono meno formate, meno valorizzate dal sistema produttivo, e maggiormente a carico delle famiglie o del welfare pubblico.

La rappresentazione plastica di quella che nessuno stenta più a definire come una vera e propria bomba sociale del nostro paese è data dall’altissima percentuale dei Neet (persone soprattutto di giovane età che non hanno né cercano un impiego e non frequentano una scuola né un corso di formazione o di aggiornamento professionale) , attestatasi nel 2020, nella fascia compresa tra i 20 e i 34 anni di età, al valore più alto (29,4%) nell’Ue.

Il tasso dei Neet è in crescita: per i giovani adulti (25-34 anni) l’incidenza è passata dal 23,1% nel 2008 al 30,7% nel 2020 (oltre 12 punti sopra la media dell’Unione). E anche la pandemia ha lasciato i suoi segni: oltre 2 giovani su 3 che erano Neet nel 2019 sono rimasti in tale condizione un anno dopo, oltre 3 su 4 al Sud Italia o tra i giovani meno istruiti o stranieri.

L’Italia, similmente ad altri paesi con un’alta incidenza dei Neet, è anche il paese con periodi più lunghi di permanenza dei giovani nel nucleo familiare d’origine.

LE DONNE E IL LAVORO:
LA CRISI PANDEMICA E LE DISUGUAGLIANZE STRUTTURALI

La pandemia ha accentuato l’esclusione lavorativa delle donne e ha esacerbato ulteriormente le disparità di genere sul mercato del lavoro nazionale.

La congiuntura pandemica si è tuttavia innestata su fenomeni che hanno nel contesto italiano natura strutturale. Il tasso di occupazione femminile si è mantenuto al di sotto del 50% (ad eccezione del 2019 e del 2021) da oltre trent’anni. Un tasso fermo al 33% tra le donne giovani e al Mezzogiorno. Pure in un contesto di bassa natalità e invecchiamento progressivo della popolazione, ogni anno oltre una donna su 6 lascia il lavoro a seguito della maternità, mentre 35mila donne con figli sotto i tre anni di età hanno rassegnato dimissioni volontarie nel 2019. L’occupazione femminile è altamente discontinua, concentrata in settori a minore remunerazione, con contratti atipici, un’alta incidenza del part-time a prevalenza involontario.

La crisi da Covid-19 si è abbattuta con maggiore veemenza sul settore dei servizi – oggetto di misure restrittive e chiusure disposte nel rispetto del distanziamento sociale – a maggior concentrazione di occupazione femminile.

In secondo luogo, la crisi ha colpito di più il lavoro irregolare e gli occupati intrappolati nell’atipicità e nella precarietà contrattuale, fenomeni ad elevata incidenza nella forza lavoro femminile, maggiormente esposte all’informalità e alla segregazione oraria del mercato del lavoro. Le valutazioni sul costo opportunità femminile alla prosecuzione del rapporto di lavoro hanno inoltre risentito fortemente della necessità di contribuire in modo più intenso, nel periodo pandemico, all’esercizio della cura e dell’assistenza a bambini ed anziani. All’endemico sovraccarico del lavoro di cura ordinario, che grava in Italia prevalentemente sulle spalle delle donne, si sono assommate le attività di vigilanza e prevenzione sanitaria e di supporto nella didattica a distanza dei figli, causando ritiri o ritardi nel rientro sul mercato del lavoro di ampie fasce della popolazione femminile.

In definitiva il rapporto Oxfam delinea una situazione drammatica del lavoro in Italia, in rapido e ulteriore deterioramento, dopo gli choc economici partiti dalla crisi del 2008, per la pandemia e la guerra. Un quadro segnato dalla precarietà, dall’iniquità nei trattamenti che discrimina le persone socialmente più deboli, dallo sfruttamento, dai bassi salari, da poche tutele riservate al settore pubblico e ai contrattualizzati di lunga durata per di più in via di restringimento, dovuto a una legislazione anti sindacale, alla moltiplicazione di contratti pirata e aggravato dalla riduzione progressiva della copertura del welfare.

Luciano Cerasa

Giornalista economico

16/5/2022 http://www.rifondazione.it

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