Sanità: meno investimenti pubblici e più spesa privata mettono a rischio l’equità del sistema

L’Italia perde ancora terreno nella spesa sanitaria rispetto ai principali partner “storici” dell’ UE  ed è sempre minore anche il vantaggio rispetto ai partner più recenti: il livello della spesa italiana è distante dalla media UE del 32%. Per portare la quota di PIL destinata alla Sanità sui valori attesi in base alle effettive disponibilità del Paese, ricordando che una parte significativa del PIL non è disponibile perché impegnata per gli interessi sul debito pubblico (sono il 4,3% del PIL contro una media dell’1,8% negli altri paesi), servirebbero 15 miliardi, ma questo lascerebbe un rilevante gap fra la spesa sanitaria italiana e quella dei Paesi europei di confronto. Si eviterebbe in tal modo di peggiorare ulteriormente il gap con i partner UE nel breve periodo, ma purtroppo il vantaggio sarebbe solo transitorio, qualora il PIL dovesse continuare a crescere meno che nella media degli altri Paesi UE. E’ la  situazione critica che il C.R.E.A. Sanità, Centro di ricerca riconosciuto da Eurostat, Istat e Ministero della Salute, composto da economisti, epidemiologi, ingegneri biomedici, giuristi, statistici, ha illustrato nel suo recente 19° Rapporto, (curato da Federico Spandonaro, Daniela D’Angela, Barbara Polistena e da ricercatori ed esperti), dal titolo: “Il futuro (incerto) del SSN, fra compatibilità macro-economiche e urgenze di riprogrammazione”.

La spesa sanitaria privata, al contrario, cresce ancora e nel 2022 ha raggiunto i 40,1 mld di €, in crescita dello 0,6% medio annuo nell’ultimo quinquennio. Nell’ultimo anno si registra un incremento in tutte le Regioni, di circa il 5,0 per cento. Tra le famiglie più abbienti, quelle che ricorrono a spese sanitarie private, superano l’80%; tra quelle meno abbienti non si raggiunge il 60%. In particolare, spendono per la salute le coppie anziane over 75 e le famiglie con tre o più figli. Il 72,7% delle famiglie ha speso per acquistare farmaci, il 37,1% per prestazioni specialistiche e/o ricoveri, il 26,2% per prestazioni diagnostiche, il 23,7% per protesi e ausili, il 21,2% per cure odontoiatriche e il 13,4% per attrezzature sanitarie.

Ma ad aumentare è anche il “disagio economico” delle famiglie dovuto a consumi sanitari (somma del fenomeno dell’impoverimento dovuto alle spese sanitarie e delle “rinunce” a curarsi per motivi economici): nel 2021 affligge il 6,1% dei nuclei (1,58 milioni di famiglie): il fenomeno è in crescita di +0,9 punti percentuali rispetto al 2020 e di +1,5 rispetto al 2019. L’incidenza è superiore (e in crescita di 0,1%) nel Sud (8,2%, +0,1%); segue il Nord-Ovest con il 5,9% delle famiglie (+2,0%.), il Centro (5,0%, +1%) e il Nord-Est con il 4,0% (+0,2%). I casi di disagio economico sono più frequenti (18,1%) tra le famiglie del 20% più “povero” della popolazione e meno in quelle più ricche (1,6%). Il Mezzogiorno continua a essere il più colpito: 4,7% delle famiglie, in aumento del +1,0% nell’ultimo anno; segue il Nord-Est con 2,4% (+0,5%), il Nord-Ovest con l’1,9% (+0,1%) e il Centro con l’1,5% (-0,2%).

Diminuisce, invece, il personale del SSN: tra il 2003 e il 2021 il numero di medici per 1.000 abitanti over 75 è passato da 42,3 a 34,6 (corrispondente a un gap di 54.018 unità) e il numero di infermieri da 61,0 a 52,3 (corrispondente ad un gap di 60.950 unità). I professionisti escono dal sistema soprattutto per andare all’estero o in pensione, mentre le possibilità di ricambio sono condizionate dal numero di posti messi a bando negli Atenei. Il Rapporto sottolinea anche una preoccupante carenza dei cosiddetti “assistenti alle cure” (in primis gli OSS) figure che operano sia in contesto residenziale che domiciliare. Si tratta di una figura per l’assistenza alle non auto-sufficienze, tipicamente coordinata dagli infermieri. Anche perché trascorrendo molto tempo al fianco della persona assistita, sono da considerarsi i destinatari principali dei percorsi di alfabetizzazione digitale per incentivare il ricorso a strumenti di cura digitale. Per queste figure l’Italia, a meno di voler assimilare agli OSS l’esercito di badanti (non professionali) che hanno attualmente in carico gli anziani italiani fragili, è mal posizionata in Europa con 86,4 assistenti per 1.000 abitanti over 75, contro 114,6 della Spagna, 175,8 della Francia e 211,1 del Regno Unito.

Dal Rapporto emerge un SSN in profonda crisi e dal futuro incerto. Una crisi che può essere agevolmente colta nella crescente disaffezione per il Servizio dei suoi principali stakeholder: i cittadini/pazienti e i professionisti sanitari. La disaffezione dei cittadini/pazienti è testimoniata dalla continua crescita della spesa privata sia out of pocket che intermediata. “Fa parte dei segnali di disaffezione, si legge nel Rapporto,  anche la crescente preferenza dei pazienti per il ricorso ai servizi (all’interno del SSN) delle strutture private accreditate, che potremmo presumibilmente attribuire alla percezione di una organizzazione dell’assistenza più rispettosa delle aspettative dei cittadini (non tanto della qualità delle prestazioni, quanto del confort, del rispetti del tempo, etc.): a riprova di ciò la quota di ricoveri in strutture accreditate sul totale è passato dal 24,8% (2017) al 27,1% dell’anno 2022; per gli interventi chirurgici si passa dal 33,4% (2017) al 35,8% dell’anno 2022.” Ma Il Rapporto individua come spia evidente della grave crisi del SSN anche la disaffezione dei professionisti del settore verso la sanità pubblica. “La deflagrazione della “malattia” del SSN è, si legge nel Rapporto, resa evidente dalla recente emersione della disaffezione dei professionisti sanitari. Per la prima volta nella storia del SSN, non appare più generalizzato il desiderio dei professionisti di essere parte organica del SSN: molti giovani preferiscono andare all’estero o lavorare a “gettone”, essendo sempre meno disposti ad accettare le condizioni di lavoro attuali, in particolare quelle legate alle posizioni più “disagiate”; quel che è peggio, almeno nel caso degli infermieri, è la constatazione di una forte carenza di vocazioni, che risultano essere su livelli molto inferiori rispetto agli altri Paesi.”

Tra le varie proposte avanzate nel Rapporto quelle relative alle risorse umane meritano una speciale attenzione, cosiderato che i professionisti della sanità pubblica rappresentano l’aspetto più critico per il SSN. “Per quanto concerne i medici, si legge nel Rapporto, più che di numero è un tema di incentivi per la copertura delle posizioni meno appetite e non è più procrastinabile l’adeguamento delle retribuzioni. Per gli infermieri, le retribuzioni sono in cima all’agenda, insieme a un serio problema di carenza. Poco o nulla è noto della consistenza dell’offerta di assistenti alle cure (in primis gli OSS) che si occupano dell’assistenza ai non autosufficienti. Vanno definiti i fabbisogni ed è urgente che si ridiscutano i criteri con cui si valutano, anche considerando il mutato quadro in cui è presente maggiore autonomia degli infermieri, rispetto ai quali ha senso declinare il fabbisogno di OSS/Assistenti per programmare le risorse per far fronte alle prese in carico domiciliari.”

Il Rapporto si chiude infine con un interessante riepilogo a scala regionale.

Qui il rapporto completo: https://www.creasanita.it/wp-content/uploads/2024/01/19%C2%B0-Rapporto-sanita_def.pdf.

Giovanni Caprio

26/1/2024 https://www.pressenza.com/

Immagine: Franco Cilenti, Enzo Ferrara di Medicina Democratica Torino

Foto di Fabrizio Maffioletti

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