Sanità. Ospedale San Raffaele, la punta di un iceberg

Non è vero che quanto è accaduto al San Raffaele di Milano, nel weekend tra il 5 e il 7 dicembre, rappresenta una situazione imprevedibile ed eccezionale. Per chi non avesse seguito: la stampa ha riportato una situazione ospedaliera in cui gli infermieri non sanno dove trovare i farmaci perché del tutto disorientati, o perché privi delle competenze indispensabili per lavorare nei reparti più delicati. O ancora di un farmaco che sarebbe stato somministrato con una dose dieci volte maggiore rispetto a quella prescritta.

Ciò che è avvenuto è in totale continuità con la deriva di un servizio sanitario regionale che, al suo interno, ha una fortissima presenza di strutture private il cui obiettivo è la massimizzazione del profitto. Il tutto in un contesto in cui le istituzioni pubbliche, regione e ATS/ASST, hanno da tempo rinunciato ad esercitare la loro doverosa funzione di controllo verso ospedali e ambulatori privati convenzionati, il cui bilancio difficilmente starebbe in piedi senza i fiumi di soldi che arrivano ogni anno dalle casse pubbliche.

La presenza delle cooperative nelle strutture sanitarie poi, non è una novità. Vari ospedali hanno iniziato ad esternalizzare prima i servizi, dalle pulizie alla ristorazione, per poi passare ad esternalizzare parte dell’assistenza sanitaria a cooperative che si aggiudicano il servizio al massimo ribasso. Pratica, questa, che ha ovvie conseguenze sulle condizioni di lavoro del personale, spesso scelto senza che da parte delle direzioni degli ospedali e della regione vi sia una verifica dell’adeguatezza dei percorsi formativi in relazione alla mansione da svolgere.

Qui, a mio parere, non vi sono vie di mezzo: alle strutture sanitarie pubbliche e private convenzionate deve essere vietata l’esternalizzazione dell’attività sanitaria, sia di cura che di assistenza. Nel frattempo, da subito, è necessario: che il governo realizzi un’indagine conoscitiva su tutto il territorio nazionale per comprendere quante e quali sono le cooperative che forniscono personale agli ospedali; che le regioni rimettano in discussione gli accordi stipulati con il privato convenzionato, inserendo precisi vincoli sulle caratteristiche professionali necessarie e sulla qualità dei contratti del personale; che tali accordi cessino di essere secretati e quindi di essere sottratti al pubblico controllo.

Nel caso del San Raffaele, da più parti si è sostenuto che la direzione è stata obbligata a rivolgersi alle cooperative a causa della carenza di infermieri. La stessa ragione invocata dall’ASST di Lecco per giustificare i medici dati “in affitto” ad una struttura privata, perché tanto nell’ospedale pubblico non avrebbero potuto svolgere ulteriore attività a causa della mancanza di infermieri. Ma tutti costoro evitano attentamente di spiegare le ragioni di tale carenza. All’ASST di Lecco ha già risposto il locale sportello per il diritto alla salute; nel caso del San Raffaele si tace invece sul fatto che varie decine, se non centinaia, di infermieri hanno abbandonato l’ospedale a causa delle modifiche peggiorative contenute nel nuovo contratto imposto dalla proprietà.

C’è un modo molto semplice per risolvere la situazione: aumentare gli stipendi degli infermieri equiparandoli a quelli degli altri stati dell’Europa occidentale, migliorarne le condizioni di lavoro e facilitarne lo spostamento nelle aree maggiormente carenti (ad esempio attraverso politiche di facilitazione per la casa e per i mezzi di trasporto). Infine, ricordo che già qualche mese fa, a metà settembre, ai microfoni di 37e2 avevamo parlato dei disagi crescenti del San Raffaele: mancanza di alcuni farmaci, chiusura di sportelli, rifiuto di prenotare visite e/o esami per chi proveniva da altri ospedali, condizioni di lavoro stressante e via dicendo. Ma, come sempre, nessuna risposta era arrivata dalle istituzioni, né alla RSU, né a noi.

La Regione Lombardia sembra sempre più una delle famose tre scimmiette: non vede, non sente, non parla. Fino a quando i disastri si materializzano, e allora finalmente favella, ma solo per difendere il buon nome del privato. Quanto è accaduto non è un caso, non è una disgrazia imprevedibile, è la conseguenza di una precisa e scellerata scelta di politica sanitaria.

Martedì 16 dicembre scorso, con un presidio davanti al consiglio regionale, la Lombardia SiCura (coordinamento che raccoglie decine di associazioni, forze sindacali e politiche) ha lanciato una campagna per il diritto alla salute per tutti e tutte che proseguirà nei primi mesi del 2026. Sono previsti: una settimana di iniziative in tutti i comuni, un convegno per proporre soluzioni concrete per una sanità al servizio dei cittadini e una grande manifestazione il 14 marzo. Qui sotto, cliccando sul video, si aprirà la pagina della newsletter dove potete ascoltare una mia videointervista realizzata quel giorno. 

Vittorio Agnoletto

20/12/2025

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