SCIOPERO GENERALE

La spinta sociale del No al referendum

E’ dura per me, non poter partecipare a uno sciopero generale, per motivi di salute. Quella salute che dimentica spesso il mio indirizzo. Porto un mio ricordo, per sentirmi partecipe.

Spiegare lo sciopero generale a un bambino è molto complicato, lui non rinuncerebbe mai ai suoi giochi.
Non si può contare sull’informazione, perché quando le motivazioni dal basso formano un solo grido e uniscono catene e dissidi interni, ricompattano divisioni sterili, siamo già dentro un atto rivoluzionario. Quando l’operaio si toglie due euro dalle tasche, per pagare il pullman al disoccupato, quando l’estremo aizza il modesto, quando il poeta ha un sussulto al cuore, quando il pittore rinnova il quadro con colori vivaci, quando l’artista si sente parte del coro, quando ogni uomo qualunque è fondamentale; quello è il tempo del miracolo, perché sono gli uomini e non gli dei, a ricostituire il benessere comune, il pubblico senza privato.
I miei ricordi sono ancora intatti. Ero poco più di un metro, mio padre si vestì a festa, come se andasse a un matrimonio. Uscimmo di casa molto presto, in strada regnava incontrastata la pace. Non era natale, io lo sapevo, ma non avevo diritto di parola a quel tempo. Lo seguii in silenzio. Arrivati al deposito, c’erano già i suoi colleghi che scherzavano, davanti ai cancelli. Dopo il saluto, uno di essi tirò fuori una bottiglia di rosso, il suo Compagno una di bianco; man mano uscirono altre bottiglie. Io non capivo, ma a quel tempo non avevo diritto di parola, figuriamo se diritto di contraddire, ribattere. Seguivo le evoluzioni, guardavo stupito quei visi noti e consumavo la vista per ammirare il rilassamento proletario. Nessuno di essi aveva le mani sporche di grasso, nessuno doveva aprire la cerniera della tuta per far passare un filo d’aria.
Nel giro di poco, mi ritrovai in mezzo al delirio. L’urlo riempì di rabbia ogni silenzio e il tono si fece sempre più aspro, pungente, piccante: da combattenti. Io non capivo, ma a me non era concesso controbattere o scappare, neanche potevo piangere, mio padre mi avrebbe preso per un molliccio e mi avrebbe riportato a casa.
Mai così uniti, mai così forti, gli attriti vennero rimossi. Nessun primo della classe, nessuna lavagna, solo il nervo teso e la malaria nel cervello accomunava il docile allo scalmanato, l’interista al milanista, l’astuto all’ingenuo, il Foggiano al Pescarese, il Milanese al Romano. Non sembravamo più miti e pacati, ma piuttosto incazzati.
Il padrone sedeva tranquillo dietro le barricate, dietro lo scudo armato delle divise. Avrei voluto lagnarmi, ma a me non era concesso. Le bandiere rosse fuoco risplendevano e ognuno, anche i più bassi, parevano altissimi, anche gli stonati cantavano a ritmo, anche l’amore si faceva toccare. Rimasi sbalordito.
Al ritorno mi addormentai sull’auto, con il sottofondo dei brindisi dettati al microfono. Non dovrei dirlo, ma anche l’autista alzò il gomito. Tanto non può più essere “incriminato”.
Prima di rientrare, trovai il coraggio per prendere la parola “Papà, ma dove siamo andati oggi?”
Rispose seriamente, con orgoglio “allo sciopero generale”.
Il giorno dopo, i padroni abbassarono la cresta e le brache. Dopo un mese circa, anche meno, il proletariato ricominciò ad odiarsi, a dividersi in settori, in celle, in educazione, in rosso chiaro e rosso scuro, in polentone e terrone, in maschio e femmina, in etero e gay, in estremista e moderato.
Mi dissi “io amo lo sciopero generale”

Antonio Recanatini

Collaboratore redazionale di lavoro e Salute

23/10/2016

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