Shireen Abu Akleh, la voce palestinese assassinata da Israele

Shireen Abu Akleh

«Non è semplice cambiare la realtà di quanto accade in Palestina», aveva detto Shireen Abu Akleh mentre raccontava il suo percorso da giornalista in un video di commemorazione del 25esimo anniversario della fondazione di Al Jazeera. «Ma, almeno, sono riuscita a fare in modo che le voci delle persone che la vivono vengano ascoltate dal resto del mondo».

Fin da quando ho memoria la voce di Shireen si è potuta udire da ogni angolo della Palestina, a denunciare le violazioni dei diritti umani da parte di Israele. Per me, da giornalista fin da subito influenzato dal suo modo navigato di fare giornalismo, la voce di Shireen ha rappresentato un’icona della Palestina negli ultimi 25 anni, che rendeva pubblico nient’altro che la verità sulle politiche di apartheid israeliane in questa terra.

Shireen è stata uccisa questa mattina (mercoledì 11 maggio, ndt) dalle truppe di occupazione di Israele mentre stava documentando un raid a Janin. Una morte che ricorda dozzine di altre simili e terrificanti esperienze, soprattutto durante gli attacchi a Gaza e durante la Marcia del Ritorno. Storie che non dimenticheremo né perdoneremo mai.

Shireen Abu Akleh è nata a Gerusalemme nel 1971 e si è laureata presso l’Università Yarmouk in Giordania con una specializzazione in media e giornalismo prima di far ritorno in Palestina e lavorare per le Nazioni Unite, Voice of Palestine Radio, Amman Channel, Miftah e, più recentemente, per Al Jazeera News come corrispondente dai territori occupati, così come per l’emittente francese Radio Monte Carlo.

Shireen ha vissuto la propria vita concentrandosi sulla missione del progetto “We Are Not Numbers”, raccontando il lato umano della vita in Palestina come si può vedere dai suoi servizi.

Ha spiegato che lo faceva perché riconosceva l’importanza di dare risalto all’aspetto umanitario della notizia piuttosto che privilegiare la “pura notizia” per scopi politici, che credeva non avere un grande impatto su molte persone. Il mondo arabo e la comunità internazionale – aveva affermato in precedenza – sono spesso ciechi di fronte alle storie dei martiri di cittadini, all’invasione di un’area specifica, alla devastazione di numerose case del popolo palestinese, alla confisca dei terreni, o all’arresto di centinaia di persone.

Shireen divenne molto nota durante la sua copertura di quella che è conosciuta come “Grande Invasione” o come “Operazione Scudo Difensivo”, nell’aprile del 2002, quando è stata al fianco della sofferenza del popolo palestinese che derivava dall’occupazione delle forze di invasione israeliane di tutte le città, di tutti i villaggi e i campi della Cisgiordania.

Hajja Freihat ha detto in un’intervista ad Al-Madina Tv: «Durante il massacro al campo di Jenin del 2002 Shireen si è battuta dal primo all’ultimo giorno, cercava i martiri sotto le macerie, aveva sete e non aveva acqua». Ha dichiarato: «Quando ho saputo della sua morte di questa mattina, ero scioccata e ho perso completamente la testa, visto che era con me a cercare i miei figli in mezzo alle rovine lasciate dal massacro».

In quanto nota femminista che documentava i fatti in Palestina, Shireen è stata anche un modello per un grande numero di donne che si impegnano per distinguersi ed eccellere nella propria vita professionale.  Attraverso la sua carriera giornalistica, è riuscita a superare gli ostacoli e le barriere sociali, che si erano formati come conseguenza del suo lavoro sul campo come giornalista, e i pericoli della sua professione.

Era in empatia con le persone grazie alle sue interazioni frequenti e spontanee, che la portavano a essere vicina alle difficoltà quotidiane della gente e che la rendevano capace di testimoniare storie autentica di vita e speranza. In precedenza disse che, siccome aveva vissuto sotto l’occupazione israeliana, sperava che la propria voce potesse aiutare se stessa, la sua gente e la sua causa.

A Shireen piaceva ascoltare musica classica, in particolare Umm Kulthum. Ha detto che era triste che le giovani generazioni in Palestina non potevano vivere una vita piena e dignitosa per via dell’occupazione. Per colpa dell’occupazione infatti, tutto ciò che fuori dalla Palestina è normale e ordinario, dentro il territorio palestinese non lo è.

Amava viaggiare ma, per via della sua professione, non ha potuto farlo liberamente se non per lavoro dopo la seconda intifada. Shireen aveva sempre voluto viaggiare di più, non per scappare, ma per vivere come le altre persone anche se solo per qualche giorno, così da poter «andarmene dove e quando voglio, senza l’occupazione a opprimermi il petto».

La voce di Shireen oggi è stata presa di mira dalle truppe israeliane di proposito. I media occidentali continuano a usare testimonianze e frasi impersonali, ignorando i resoconti reali delle persone che hanno assistito e vissuto il modo orribile in cui Shireen e altri professionisti dei media sono stati deliberatamente resi dei bersaglio.

«Io e i miei colleghi palestinesi ci siamo radunati vicino all’esercito israeliano», ha raccontato Mujahid Al-Saadi, un giornalista presente sulla scena, «in posizione, abbiamo preparato tutto l’equipaggiamento necessario per la copertura, oltre al giubbetto antiproiettile che mostrava chiaramente la scritta PRESS. Shireen e un altro collega ci stavano aspettando. Dopo aver indicato alle forze israeliane la nostra posizione, è iniziato il fuoco diretto e un secondo dopo ho visto Shireen morta a terra e un altro giornalista colpito alla spalla».

Spero che questa dichiarazione susciti un senso di umanità in coloro che hanno perso la capacità di provarlo e che serva da lezione a coloro che ignorano palesemente i fatti quando parlano della Palestina. Spero almeno che serva a ricordare come il mondo utilizzi due pesi e due misure nei confronti dell’ingiustizia e delle persone che soffrono. Che la voce di Shireen continui a essere ascoltata e che la sua anima riposi in pace.

Issam Adwan

Pubblicato originariamente sul sito Mondoweiss

Traduzione dall’inglese di Francesco Brusa per DINAMOpress

12/5/2022 https://www.dinamopress.it

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