“SIAMO NATI NEL VOSTRO MONDO MA MORIRETE NEL NOSTRO!”

Nelle ultime settimane la Tunisia è nuovamente attraversata da forti momenti di protesta, in tutte le regioni del paese, e contro cui non si è fatta attendere la repressione da parte del governo che ha portato già ad oltre un migliaio gli arresti, tra cui centinaia di minorenni.

Giovani e giovanissimi sono scesi in strada violando il coprifuoco e ingaggiando durissimi scontri con la polizia, che hanno portato negli scorsi giorni anche alla morte di un ragazzo di 19 anni proveniente da una delle città più povere del paese, Kasserine, dove ebbe inizio la “rivoluzione” del 2011. Dal 17 gennaio infatti migliaia di tunisini sono scesi in piazza per manifestare contro le politiche del governo, della sua gestione dell’emergenza sanitaria e in seguito per richiedere il rilascio dei manifestanti arrestati dalla polizia. Anche solo a sentire gli slogan e le urla che si alzano dalle piazze è chiara la rabbia e la voglia di cambiamento dei giovani tunisini: “Il popolo vuole la caduta del sistema”, “Né paura né terrore, la strada appartiene al popolo”, fino al più chiaro e netto “Siamo nati nel vostro mondo, ma morirete nel nostro”.

La composizione di chi partecipa a queste lotte parla chiaro: giovanissimi delle classi popolari provenienti dalle periferie dei centri urbani o delle città più povere dell’interno, ovvero quei soggetti che più di tutti subiscono le contraddizioni di quel sistema sociale che li costringe ad una altissima disoccupazione, alla repressione ed all’emarginazione sociale.

I giovani tunisini, principali attori del processo rivoluzionario del 2010-2011, sono rimasti i protagonisti, insieme ad alcune categorie di lavoratori, delle continue proteste degli ultimi anni e delle lotte per conservare la poche conquiste del 2011, rivendicando però anche soluzioni efficaci alle condizioni critiche che vivono.

Nonostante il buon livello di scolarizzazione la disoccupazione giovanile resta altissima, quasi un giovane su due rientra nella categoria dei Neet e chi trova lavoro denuncia spesso come sia precario, pagato molto poco o sottoqualificato rispetto i propri titoli di studio. Questo spinge da un lato ad un’alta conflittualità le componenti giovanili, che continuano a pretendere con forza che i governi adottino politiche sociali adeguate a risolvere questa condizione, mentre dall’altro lato c’è la costrizione nello scegliere la via dell’emigrazione in Europa, nel tentativo, spesso disatteso, di aprirsi nuove prospettive di vita. Un’alternativa obbligata che noi conosciamo bene, e che ci mostra come i giovani del bacino mediterraneo non vivano situazioni così diverse, nonostante la propaganda  selezioni e differenzi accuratamente noi “ultimi tra i primi” e loro “primi degli ultimi”.

Questi elementi parlano quindi direttamente a noi, alle giovani generazioni della sponda nord del Mediterraneo, che ci scontriamo con scelte politiche tra loro coerenti e coordinate, che da decenni proseguono nella direzione di peggiorare le nostre già critiche condizioni. In Tunisia infatti le pressioni esterne per proseguire nelle riforme neoliberali non hanno conosciuto pausa, nonostante il cambio di regime. Mentre si susseguono governi traballanti di larghe intese, Fondo Monetario Internazionale ed Unione Europea continuano a fare pressioni perché il paese adotti “riforme strutturali” in cambio di prestiti al governo.

Giusto la settimana scorsa l’Fmi ha rinnovato il “consiglio” al governo di limitare i sussidi statali volti a contenere i prezzi di beni essenziali e limitare l’intervento statale nell’economia e ridurre il numero di dipendenti pubblici. L’Unione Europea ancora una volta cerca di inserirsi nel quadro politico di un paese situato nell’area del Maghreb, spingendo da anni per approvazione di un trattato di libero scambio relativamente ai prodotti agricoli.

La Tunisia è dunque pienamente inserita nella ristrutturazione centro-periferia che l’Unione Europea si sta dando, e pur non facendone formalmente parte ne vive le dinamiche e le pressioni conseguenti, con l’esplosione di contraddizioni sociali che abbiamo visto in questi anni anche nella sponda Nord del mediterraneo.

A questa situazione presente però, i giovani tunisini provano da anni a reagire: nel 2011 una prima generazione è riuscita ad abbattere il regime di Ben Alì che aveva dato avvio alle prime riforme neoliberali, continuando in questi anni a pretendere politiche sociali che risolvano la profonda crisi che vivono nel loro paese. In questi giorni, una seconda generazione di giovani in lotta ci mostra che, di fronte a una situazione aggravata sul piano interno e internazionale, contro la stessa macelleria sociale voluta dalle stesse classi politiche, per i giovani alle periferie e alle porte dell’Unione Europea non c’è che una strada possibile: l’organizzazione e la rivolta contro il futuro al ribasso che vogliono imporci.

La lotta dei tunisini parla anche a noi e parla anche di noi, sappiamo ascoltarla?

8/2/2021 http://noirestiamo.org

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