Sotto l’atlantismo niente. L’Europa messa a nudo della guerra ucraina

La Nato come alleanza moribonda

Solo qualche mese fa il mondo si stava definitivamente congedando dal Novecento. Il varo di Aukus, l’alleanza militare fra Australia, Regno Unito e Stati Uniti, aveva certificato la centralità della confrontazione con la Cina, e con essa il disinteresse di Washington per l’area europea. Poco prima il Presidente francese Emmanuel Macron aveva stigmatizzato il disimpegno statunitense in Medio Oriente, iniziato con la Presidenza Obama e proseguito con il suo successore. Aveva anche messo in discussione il senso della Nato, liquidandola come alleanza in stato di morte celebrale. L’Alleanza atlantica costituiva del resto il prodotto della Guerra fredda, che l’implosione dell’Unione sovietica aveva consentito di archiviare, facendo così emergere differenze fondamentali nell’agenda politica di Stati Uniti ed Europa.

Eppure la fine della confrontazione tra blocco occidentale e blocco socialista non ha certo determinato una inattività della Nato. Al contrario questa si è allargata ai Paesi un tempo aderenti al Patto di Varsavia, così come a quelli sorti dalla dissoluzione dell’Unione sovietica: nel 1999 aderiscono all’Alleanza atlantica la Polonia, la Repubblica Ceca e l’Ungheria, mentre nel 2004 è il turno dell’Albania, della Bulgaria, dell’Estonia, della Lettonia, della Lituania, della Romania e della Slovacchia. Una volta giunti a ridosso dei confini con la Russia, gli Stati Uniti hanno tuttavia pensato di potersi in qualche modo distrarre, o quantomeno di prendersi una pausa per concentrarsi sulla Cina.

A richiamare prepotentemente l’attenzione sull’area europea ci ha pensato la guerra in Ucraina: Paese che aveva recentemente chiesto di aderire alla Nato, consentendole così di contenere ulteriormente la Russia. Il conflitto ha però finito per rinsaldare i rapporti tra questa e la Cina, e forse anche per questo gli Stati Uniti hanno improvvisamente riscoperto la centralità della regione europea. Questa ha dal canto suo riscoperto la Nato, tanto che discutono ora se aderirvi Paesi tradizionalmente non allineati: come la Svezia e la Finlandia, e persino la Svizzera.

E anche l’Europa ha ritrovato le ragioni dell’unità in occasione della guerra in Ucraina. Nonostante una martellante retorica di segno opposto, la pandemia aveva solo momentaneamente neutralizzato le tradizionali divisioni tra centro e periferia, tra creditori e debitori, tra nord e sud. Le divisioni stavano riemergendo più nette di prima, e solo la chiamata alle armi ha consentito di metterle nuovamente fra parentesi.

L’Unione europea nasce come progetto atlantista

Che l’Unione trovi le ragioni dell’unità attraverso l’impegno militare sotto l’ombrello della Nato, e quindi degli Stati Uniti, non è certo una novità. L’Europa unita nasce anzi come progetto atlantista, dal momento che prende corpo prima della vicenda indicata come fondativa del progetto: il discorso tenuto da Robert Schuman il 9 maggio 1950 per promuovere la nascita della Comunità carbosiderurgica (Ceca). Inizia il suo percorso con il varo del Piano per la ripresa europea annunciato il 5 giugno 1947 dal Segretario di Stato Marshall per promuovere la ricostruzione del Vecchio continente devastato dalla guerra.

Il Piano Marshall venne concepito per serrare le fila dell’Occidente capitalista nella confrontazione con il blocco socialista, e per questo fu amministrato da un ente chiamato a far rinascere l’economia europea in modo coordinato: l’Organizzazione europea di cooperazione economica (poi trasformatasi nell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economica). E questa operò secondo lo schema dell’assistenza condizionata: i finanziamenti erano riservati ai Paesi europei disposti a fornire come contropartita l’ancoraggio agli Stati Uniti e al sistema di valori da questi promosso. In tal senso l’Europa unita nacque come progetto atlantista.

Certo, un simile obiettivo non venne perseguito ovunque con la medesima efficacia. Nei Paesi dove i partiti si ispirazione comunista riscuotevano rilevanti successi elettorali, ci si accontentò di ottenere soprattutto la loro esclusione dagli esecutivi. In altri casi la contropartita per l’assistenza finanziaria fu un più deciso allineamento al modello capitalista, ovvero l’adozione di misure a tutela della proprietà, della libera concorrenza e più in generale la rinuncia all’ingerenza dei pubblici poteri nell’ordine economico. Il tutto assistito da un efficace impianto sanzionatorio, attivato ad esempio contro il Regno Unito del laburista Clement Attlee, il cui favore per le nazionalizzazioni finì per determinare la conclusione prematura dell’assistenza finanziaria.

L’atlantismo di Bruxelles dopo la caduta del Muro

L’atlantismo ha rappresentato il collante dell’unità europea negli anni della Guerra fredda, quando Bruxelles è servita per impedire scelte politiche nazionali incompatibili con l’adesione al credo capitalista. Anche e soprattutto quando quelle scelte si fondavano su valori costituzionali, che occorreva scardinare a qualsiasi costo: la prevalenza del diritto europeo sul diritto interno è servita per disinnescare le Carte fondamentali dei Paesi che erano usciti dal fascismo ripristinando la democrazia politica e affiancandole la democrazia economica. Paesi non a caso identificati come Pigs, nei quali lo smantellamento dei valori costituzionali è stato ottenuto ricorrendo al meccanismo varato con il Piano Marshall: assistenza finanziaria in cambio di riforme in senso capitalista. Riforme che comprendevano l’intervento dei pubblici poteri nel mercato, tuttavia per imporre la concorrenza e non anche per difendere la democrazia dal capitalismo.

La dissoluzione del blocco sovietico è stata seguita dall’allargamento della Nato, ma anche da quello dell’Unione: a sottolineare la dipendenza dell’agenda di Bruxelles da quella di Washington. Nel 2004 aderiscono infatti all’Europa unita l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia e l’Ungheria, mentre tre anni dopo è il turno della Bulgaria e della Romania. Il tutto viene non a caso accompagnato da un’altra assistenza finanziaria condizionata: quella assicurata dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, che ha promosso come contropartita l’allineamento all’ordine capitalista dei Paesi candidati all’adesione, e fatto in modo che si congedassero definitivamente da quanto fosse in odore di resistenza al capitalismo.

Non è dunque un caso se i Paesi orientali dell’Unione europea sono i più ferventi custodi del collegamento tra Bruxelles e Washington. A questo risultato non ha tuttavia concorso solo l’ostilità nei confronti della Russia: emblema dell’invadenza sovietica nelle vicende politiche ed economiche dei Paesi appartenuti al Patto di Varsavia. Ha rilevato anche e soprattutto l’assenza di costituzioni capaci di rappresentare un argine all’invadenza dei mercati, dal momento che contemplano la democrazia politica ma non anche la democrazia economica. Costituzioni apprezzate dagli Stati Uniti nonostante rappresentino sovente un attacco a principi cui pure l’Occidente capitalista afferma di riferirsi: quelli cui rinvia la formula Stato di diritto.  L’atlantismo non viene del resto messo in discussione da questi attacchi, che anzi rafforzano la presa autoritaria necessaria ad alimentare la coesione tra Paesi partecipanti a un’alleanza militare.

L’adesione dell’Ucraina all’Unione europea

Alla luce di tutto questo occorre valutare il processo di adesione dell’Ucraina all’Unione europea, ufficialmente e solennemente avviato dalla Presidente della Commissione europea in occasione del suo recente viaggio a Kiev, a qualche settimana dallo scoppio della guerra.

Non è certo la prima volta che l’Ucraina chiede di far parte dell’Unione, ma finora si era sempre risposto che l’eventuale conclusione positiva dell’iter di adesione avrebbe richiesto decenni. Ora si ipotizzano tempi compressi, ma soprattutto non si mettono in discussione i problemi che questo comporta: per aderire occorre soddisfare i cosiddetti criteri di Copenhagen, ovvero i criteri di adesione decisi in occasione del Consiglio europeo tenutosi nel 1993 nella capitale danese.  Questi rinviano a caratteristiche dell’ordine politico ed economico che l’Ucraina è ben lontana dal possedere a prescindere dalla drammatica situazione che sta vivendo, ma questo non sembra costituire un problema.

Anche prima della guerra non si poteva certo dire che vi fossero istituzioni stabili a garanzia della democrazia, dello Stato di diritto, dei diritti umani, del rispetto e della tutela delle minoranze: se non altro dal punto di vista delle minoranze dei territori attualmente sotto occupazione russa. Lo stesso vale per il riferimento a un’economia di mercato affidabile e alla capacità di far fronte alle forze del mercato e alla pressione concorrenziale all’interno dell’Unione, così come di accettare gli obblighi derivanti dall’adesione agli obiettivi dell’unione politica, economica e monetaria: tutte caratteristiche non proprio capaci di descrivere l’ordine economico ucraino.

Ma soprattutto conosciamo i danni all’economia nazionale e alla tenuta democratica prodotti dall’adesione all’Unione europea di molti tra i suoi Paesi membri. La Grecia era molto più europea dell’Ucraina, ma questo non ha impedito a Bruxelles di sanzionare le sue resistenze all’ordine capitalista con la macelleria sociale. Qualcuno pensa davvero che per Kiev l’adesione possa invece tradursi in un beneficio: che la miseria politica ed economica a cui sono condannati Paesi ben più robusti sia risparmiata per motivi umanitari a un Paese fragile e instabile da tutti i punti di vista?

Se così stanno le cose, l’unico beneficio riconducibile all’adesione dell’Ucraina all’Europa unita riguarderà gli Stati Uniti, che potranno guadagnare un fedele alleato nella loro volontà di piegare l’Europa unita alle ragioni dell’atlantismo. Washington ha del resto investito e investirà somme enormi per ottenere un simile risultato: per comperare la fedeltà ucraina. Somme molto distanti da quelle che pure i Paesi membri dell’Unione stanno stanziando proprio su pressione statunitense, ma che mai potranno reggere il confronto.

Lo scontro tra imperialismo francese e atlantismo

La Francia è sempre stata il Paese più refrattario ad accettare l’ispirazione atlantista del progetto europeo, e lo ha sempre mostrato con gesti eclatanti. Dal 1966 e per oltre quarant’anni non ha ad esempio fatto parte del comando integrato Nato. Non ha poi mai nascosto la volontà di realizzare un sistema di difesa europea fuori dall’ombrello di Washington, ovvero di sponsorizzare l’affrancamento dalla Nato. In tal senso ha promosso l’Iniziativa europea di intervento (Iei), sorta recentemente al di fuori del perimetro dell’Unione europea con la partecipazione di dodici Paesi membri: oltre alla Francia, il Belgio, la Danimarca, l’Estonia, la Finlandia, la Germania, l’Italia, la Norvegia, l’Olanda, il Portogallo, la Spagna e la Svezia.

La Iei vuole marcare l’autonomia dell’Europa dagli Stati Uniti, ma non è certo questo il suo principale motivo ispiratore. Intende anche e soprattutto affermare l’egemonia francese sul Vecchio continente, alimentare cioè l’imperialismo dell’unica potenza nucleare dell’Unione. La Iei sviluppa insomma l’idea recentemente espressa da Macron, secondo cui occorre costruire l’autonomia strategica europea attorno al Consenso di Parigi e in opposizione al Washington consensus. Trae fondamento dal convincimento del Presidente francese, secondo cui gli Stati Uniti rispetteranno gli europei solo se saranno sovrani: solo se avranno realizzato un loro sistema di difesa.

Da questo punto di vista, la guerra in Ucraina rappresenta una occasione per ostacolare i progetti francesi, agitando la minaccia ai valori occidentale come spauracchio buono a ricompattare il fronte Nato sotto l’ombrello di Washington. Una occasione da cogliere al volo, sabotando ogni timido tentativo di far tacere le armi ricorrendo a dichiarazioni bellicose inizialmente motivate con i problemi di demenza senile del suo autore, comunque buone a gettare benzina sul fuoco del conflitto bellico.

Un esercito senza Stato al servizio di Washington

Altrimenti detto, la guerra in Ucraina è anche il frutto dello scontro tra atlantismo e imperialismo francese. Ha annichilito le velleità di Parigi di plasmare la politica di difesa europea, sottraendola così alle indicazioni dei tradizionali alleati di Washington: tedeschi in testa. Ha cioè riaffermato le ragioni dell’atlantismo, debellato qualsiasi aspirazione a concepire una politica estera al di fuori dell’ombrello della Nato.

Eppure la guerra in Ucraina non viene certo condotta nell’interesse dell’Unione europea, i cui Paesi membri sono anzi danneggiati da un conflitto oramai trasformatosi in una guerra per procura destinata a colpire l’attuale leadership russa. Lo sono dal punto di vista economico, in particolare per l’impatto delle sanzioni a Mosca sull’approvvigionamento di fonti energetiche, che invece arricchiscono gli Stati Uniti. E lo sono dal punto di vista politico, per gli effetti della incapacità di plasmare a misura dei loro interessi le relazioni con le potenze dello scacchiere in cui operano.

Per non dire dei danni che il conflitto provoca alla vocazione dei Paesi europei a dirimere le controversie internazionali ricorrendo alle armi della diplomazia, piuttosto che alla diplomazia delle armi. Con effetti che in Italia sono particolarmente evidenti, visto che il conflitto si colloca in modo evidente fuori dalla Costituzione (art. 11), ma che in altri Paesi non sono da meno. Si pensi ad esempio alla Germania, storicamente restia a investire in armi e a prendere parte a conflitti internazionali, che ha invece preannunciato investimenti senza precedenti nel settore militare (con il contributo determinante dei Verdi, già protagonisti nel legittimare la guerra del Kosovo).

Questa guerra passerà, prima o poi. Lascerà dietro di sé morte e distruzione e una Unione europea riallineata ai diktat di Washington, ovvero riformattata nella sua essenza di progetto atlantista: baluardo degli interessi statunitensi, da tutelare contro Russia e Cina attraverso la minaccia dell’uso delle armi. E per assolvere meglio ai propri compiti, dopo essere nata come mercato senza Stato e cresciuta come moneta senza Stato, si attrezzerà per alimentare un esercito senza Stato. Questo affermano del resto i leader europei, evidenziando che sotto la cortina fumogena della retorica europeista l’atlantismo è l’unica ragion d’essere dell’Europa unita.

Alessandro Somma

2/5/2022 https://www.lafionda.org

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