TRATTA E TRAFFICO DI ESSERI UMANI, FACCIAMO CHIAREZZA

La tratta di esseri umani è una realtà che attraversa ogni Paese del mondo, coinvolgendo moltissime persone. Basti pensare che, secondo i dati EUROSTAT, nel 2021 soltanto in Europa si sono registrate 7.155 vittime di tratta, di cui il 68% erano donne e ragazze. Il dato rivela un incremento del 10% rispetto all’anno precedente, riportando il numero quasi ai livelli di pre-pandemia.

I dati, tuttavia, non sono in grado di restituirci la dimensione effettiva di un fenomeno che ad oggi rimane in gran parte sommerso. Proprio per questo la campagna 2023 per la Giornata internazionale contro la tratta invita i governi e la società civile a migliorare i loro sforzi per prevenire questo fenomeno, identificare e sostenere le vittime, che nella maggior parte dei casi rimangono invisibili.

In ottica preventiva è fondamentale prestare attenzione ai contesti di conflitto e ai cambiamenti climatici, perché, come ha documentato in più occasioni l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (UNODC), tali circostanze accrescono la vulnerabilità delle persone aumentando il rischio tratta.

I dati fan riferimento soltanto ai Paesi che han risposto: non tutti gli Stati dell’UE, e non tutti gli anni.

Ma che cos’è la tratta di esseri umani?

Il trafficking in human beings si configura, oltre che come crimine, come una grave violazione dei diritti umani e indica il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l’alloggio o l’accoglienza di persone, tramite la minaccia o l’impiego stesso della forza o di altre forme di coercizione, per fini di sfruttamento in diversi ambiti (quali sessuale, lavorativo, riduzione in schiavitù ed espianto di organi).

In Europa prevalgono lo sfruttamento sessuale e quello lavorativo, mentre nei Paesi del Sud del mondo il maggior numero di persone diviene oggetto di tratta per sfruttamento a scopo lavorativo.

Nonostante molto spesso la tratta sia rintracciabile all’interno del fenomeno dell’immigrazione illegale, è importante evidenziare come le vittime non necessariamente coincidano con i migranti illegali, per questo – e per evitare una narrazione distorta della realtà – la letteratura distingue come fattispecie il trafficking dallo smuggling, quest’ultimo letteralmente “contrabbando di migranti”.

Lo smuggling si determina con un accordo fra il migrante e il trasportatore, dove il primo decide volontariamente di investire parte del proprio capitale per intraprendere il viaggio migratorio, pagando il servizio di trasporto illegale. Il rapporto tra i due cessa quando il soggetto raggiunge la meta, mentre nel caso della tratta è proprio l’arrivo della persona nel luogo di destinazione che, il più delle volte, coincide con l’avvio sfruttamento. In tal senso, determinanti non sono soltanto il consenso e la relazione con il trafficante, ma anche il motivo in virtù del quale egli decide di spostare individui da un luogo all’altro. Se nello smuggling l’obiettivo coincide con il voler ricavare un vantaggio dal viaggio stesso, agevolando il migrante nell’ingresso in un altro Paese, nella tratta – che non necessariamente implica l’attraversamento dei confini – l’intento consiste nel trarre profitto dallo sfruttamento.

Secondo numerose testimonianze, tale distinzione non esclude che un migrante diventi vittima di tratta qualora venga indotto in inganno dai trafficanti o si indebiti durante il viaggio.

Generalmente le tratte sono gestite da organizzazioni criminali transnazionali, che si occupano dell’intera filiera, dal reclutamento, al trasferimento e, infine, allo sfruttamento vero e proprio. Come precisa la Direzione Centrale della Polizia Criminale, i vertici e i referenti sono stanziati nei Paesi d’origine o all’estero, da dove operano in rete grazie a cellule dislocate nei vari continenti. Inoltre, queste organizzazioni possono formare sodalizi multietnici, denotando flessibilità operativa, capacità collaborativa e adattiva, ad esempio diversificando rotte, tappe e mezzi.

Solitamente le vittime condividono la stessa nazionalità dei trafficanti. La vicinanza etnico-culturale può in alcuni casi facilitare l’adescamento delle vittime, come accade alle donne nigeriane, che, attratte dall’inganno di promesse lavorative remunerative, prima del viaggio vengono sottoposte a riti juju che le costringono a ripagare il loro debito.

La tratta di esseri umani è un fenomeno che richiede risposte globali. Tuttavia, non solo è importante combattere i traffici tramite azioni nazionali ed internazionali, garantendo protezione e tutela alle vittime, ma è indispensabile anche introdurre azioni volte a prevenirne la ricaduta nelle reti dei trafficanti. Attuare progetti duraturi, che abbiano come obiettivo l’inclusione sociale e lavorativa, ma che allo stesso tempo siano attenti alle fragilità (economiche, di età e non solo) che all’origine hanno incentivato le persone a divenire vittime, può senz’altro aiutare nella prevenzione.

Silvia Contin

26/7/2023 https://www.lenius.it/

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