XII Conferenza IAS sull’HIV (IAS 2023)

PRIMO BOLLETTINO

Primo caso di apparente remissione dall’HIV dopo trapianto con staminali prive di mutazione in CCR5

Un uomo soprannominato il ‘paziente di Ginevra’ sarebbe l’ultima persona a risultare “curata” dall’HIV a seguito di un trapianto di cellule staminali a cui è stato sottoposto per il trattamento del cancro. A differenza degli altri casi finora riportati, però, il donatore non presentava la mutazione del gene CCR5.

L’uomo, che ha da poco passato i cinquant’anni, aveva ricevuto la diagnosi di HIV nel 1990 e assumeva la terapia antiretrovirale (ART) dal 2005. Dopo aver sviluppato una rara e aggressiva forma di cancro, si è sottoposto a chemioterapia e radioterapia total body, per poi ricevere il trapianto di cellule staminali nel 2018.

Nei precedenti casi in cui un paziente era stato dichiarato “curato” dall’HIV, le cellule staminali impiegate per il trapianto provenivano da donatori con una rara mutazione genetica (nota come CCR5-delta-32), che comporta l’assenza dei co-recettori CCR5 sui linfociti T: tale assenza, di fatto, impedisce all’HIV di penetrare nelle cellule. Stavolta, però, non erano disponibili donatori compatibili che presentassero questa mutazione.

L’intervento di trapianto di staminali è riuscito, ma successivamente l’uomo ha manifestato una complicanza nota come malattia del trapianto contro l’ospite (graft-versus-host disease, o GvHD) in forma sia acuta che cronica, ed è stato trattato con farmaci immunosoppressivi tra cui il ruxolitinib. Tre anni dopo il trapianto, nel novembre 2021, ha sospeso sotto stretto controllo medico l’assunzione della ART.

Oggi, a 20 mesi dall’interruzione delle terapie antiretrovirali, il paziente continua a presentare livelli di HIV non rilevabili con i test standard, e adesso risulta negativo anche a quelli ultrasensibili.

Va rammentato che i trapianti di cellule staminali sono troppo rischiosi per chi non ne ha bisogno per curare un cancro potenzialmente letale, senza contare che si tratta di interventi complessi e costosi. Ciò nondimeno, ogni nuovo caso di remissione spontanea fornisce ulteriori indizi ai ricercatori impegnati nella ricerca di una cura per l’HIV.

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La pitavastatina riduce il rischio di eventi cardiovascolari nelle persone con HIV

Secondo uno studio presentato in settimana, una statina di uso molto comune sarebbe in grado di ridurre il rischio di infarto, ictus e altri eventi cardiovascolari quando viene somministrata a persone con HIV a cui normalmente non verrebbe prescritta. Questo sembra indicare che l’impiego di statine potrebbe prevenire un evento cardiovascolare importante, o il relativo decesso del paziente, su cinque.

REPRIEVE è un ampio studio di fase III che ad aprile era stato interrotto prima del previsto dopo che dai risultati ad interim era già emerso che la pitavastatina riduceva del 35% il rischio di eventi cardiovascolari importanti. Il prof. Steven Grinspoon della Harvard Medical School e del Massachusetts General Hospital ne ha presentato a IAS 2023 i risultati dettagliati, contemporaneamente pubblicati sul New England Journal of Medicine.

Una mole crescente di studi dimostra che le persone con infezione da HIV sono maggiormente soggette a malattie cardiovascolari, il che può essere imputato agli effetti avversi di taluni antiretrovirali, ai tassi più elevati di fattori di rischio tradizionali come il fumo, o ancora al fatto che in taluni casi l’infiammazione cronica persiste nonostante una terapia antiretrovirale efficace.

Le malattie cardiovascolari sono associate ad alti livelli di colesterolo e trigliceridi nel sangue. Le statine riducono le lipoproteine a bassa densità (LDL) – il “colesterolo cattivo” – e sono note anche per la loro capacità di ridurre le infiammazioni. Che siano in grado di ridurre il rischio di eventi cardiovascolari e di morte nella popolazione generale è già dimostrato, ma i loro benefici per le persone con HIV non erano ancora stati chiariti.

Lo studio REPRIEVE ha iniziato l’arruolamento nel 2015. Si tratta del più grande studio randomizzato sull’HIV condotto finora, con più di 100 siti in 12 paesi di America settentrionale e meridionale, Europa, Africa e Asia. Complessivamente ha coinvolto 7769 persone con HIV di età compresa tra 40 e 75 anni, con età mediana di 50 anni, e per quasi un terzo di sesso femminile; il 41% dei pazienti arruolati erano neri, il 35% bianchi e il 15% asiatici.

I partecipanti assumevano tutti una terapia antiretrovirale e la maggior parte di loro (88%) aveva carica virale non rilevabile; sempre la maggior parte assumeva un regime contenente un inibitore non nucleotidico della trascrittasi inversa (47%) o un inibitore dell’integrasi (26%). Nessuno aveva malattie cardiovascolari pregresse, né aveva mai precedentemente assunto statine; tutti sono stati valutati a rischio cardiovascolare da basso a moderato.

I partecipanti sono stati randomizzati per ricevere pitavastatina per via orale (4 mg) oppure un placebo, una volta al giorno. L’aderenza terapeutica nel corso di cinque anni di follow-up è risultata molto buona.

I livelli di colesterolo LDL, che al basale erano simili, sono diminuiti del 30% nel braccio della pitavastatina, mentre sono rimasti invariati nel braccio del placebo.

I tassi di eventi cardiovascolari importanti (come infarto o ictus) sono stati rispettivamente di 4,8 e 7,3 per 1000 anni-persona nel braccio di intervento (quello con la pitavastatina) e di controllo (con il placebo). Nel braccio della pitavastatina il tasso di tali eventi è risultato inferiore del 35%, il che rappresenta una riduzione anche maggiore rispetto a quella osservata negli studi sulla popolazione generale.

La pitavastatina è risultata generalmente sicura e ben tollerata. Gli effetti collaterali riscontrati sono simili a quelli osservati negli studi sulla popolazione generale e non sono emersi imprevisti problemi di sicurezza.

“Lo studio sembra indicare che le statine possono rappresentare un intervento facile da attuare e conveniente per migliorare la salute cardiovascolare e la qualità della vita delle persone con infezione da HIV”, ha commentato il dott. Gary Gibbons, direttore del National Heart, Lung and Blood Institute degli Stati Uniti. “Conducendo altre ricerche si potrebbero migliorare ulteriormente questi risultati, e al contempo fornire indicazioni utili a tradurre rapidamente i risultati della ricerca nella pratica clinica”.

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Studio integrale sul New England Journal of Medicine 

Semaforo giallo: la posizione dell’OMS riguardo ai casi di carica virale “soppressa ma rilevabile”

Quando una persona ha carica virale HIV soppressa ma ancora rilevabile, il rischio di trasmissione è “quasi nullo o trascurabile”: è quanto si legge in un documento pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e presentato a IAS 2023

La dott.ssa Lara Vojnov, consulente per la diagnostica del Programma globale dell’OMS per l’HIV, l’epatite e le infezioni sessualmente trasmissibili, ha presentato un nuovo documento programmatico dell’Organizzazione dal titolo The role of HIV viral suppression in improving individual health and reducing transmission (‘Il ruolo della soppressione virale dell’HIV per migliorare la salute individuale e ridurre la trasmissione’).

Nel documento viene fatta la distinzione tra tre categorie di risultati del test della carica virale: “non soppressa” (oltre 1000); “non rilevabile”, che dipende dalla sensibilità del singolo test e può indicare un qualsiasi valore da 0 a 200; e una categoria intermedia, “soppressa”, in cui il test rileva la presenza di HIV ma a livelli così bassi che non riesce a quantificarli (sotto 1000).

In passato, i test della carica virale erano considerati troppo complessi e costosi per i contesti a basso reddito: eventuali modifiche al regime terapeutico venivano dunque decise in base alla comparsa di sintomi, un sistema considerato più conveniente in termini di costi. Aspettando di apportare modifiche al regime terapeutico finché le persone non lamentano sintomi, tuttavia, si aprono le porte allo sviluppo di farmacoresistenze, il che limita fortemente le opzioni per il trattamento di seconda linea con alti costi in termini di vite umane.

C’è dunque urgente bisogno di rendere il test della carica virale parte integrante del percorso di trattamento e cura dell’HIV in tutti i contesti. L’uso di campioni di sangue secco al posto del plasma, per esempio, consente di superare molte delle difficoltà logistiche che hanno ostacolato la diffusione dei test della carica virale nei Paesi a basso e medio reddito.

Tuttavia, con questi test, la soglia clinica a cui una carica virale è sicuramente “non soppressa” si attesta intorno alle 1000 copie/ml. Questo perché i campioni utilizzati sono più piccoli e ciò conduce a un esito positivo, con livelli inferiori a 1000 ma non esattamente quantificabili: in altre parole, il test non restituisce un valore numerico preciso.

Non capita spesso che un paziente abbia una carica virale che si collochi in questo intervallo. Una carica virale nell’ordine delle centinaia, infatti, è spesso transitoria, ossia in “discesa” (nel caso di pazienti che hanno iniziato per la prima volta il trattamento e la loro carica virale sta diminuendo) o in “salita” (nel caso di fallimento terapeutico o di problemi di aderenza che potrebbero portare al fallimento).

La nuova categoria “soppressa” può dunque essere l’avvisaglia di un problema futuro, proprio come un semaforo giallo. Per chi ha un esito di carica virale “soppressa ma rilevabile”, l’OMS raccomanda un counseling intensificato sull’aderenza terapeutica e la ripetizione del test della carica virale dopo tre mesi. Se il risultato è ancora “soppressa ma rilevabile”, sarà opportuno valutare di apportare modifiche al regime terapeutico, in quanto il dato potrebbe indicare lo sviluppo di una resistenza di basso livello oppure un imminente fallimento del trattamento.

In termini di trasmissione, Vojnov ha sottolineato che rimane invariato il messaggio sull’equazione “irrilevabile = intrasmissibile” (‘undetectable equals untransmittable’, U=U), vale a dire che “le persone HIV positive con carica virale non rilevabile hanno rischio zero di trasmettere l’infezione ai partner sessuali”.

Per quantificare il rischio di trasmissione per la categoria “soppressa” (inferiore a 1000, ma è possibile che sia superiore a 200), Vojnov e colleghi hanno condotto una revisione degli studi che misuravano la carica virale e la correlavano agli eventi di trasmissione. La revisione, pubblicata la scorsa settimana su Lancet, ha individuato due soli eventi di trasmissione in cui all’ultima registrazione la carica virale era inferiore a 1000 (617 in un caso e 872 nell’altro), concludendo pertanto che “le persone HIV-positive con carica virale soppressa hanno un rischio quasi nullo o trascurabile di trasmissione ai partner sessuali”.

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Il documento programmatico dell’OMS citato 
La relativa revisione sistematica su Lancet 

Esposizione alla ART nel grembo materno e controllo spontaneo dell’HIV post-trattamento in cinque neonati maschi sudafricani

In uno studio condotto in Sudafrica e presentato a IAS 2023 sono stati descritti i casi di cinque bambini maschi nati con infezione da HIV a cui è stata sospesa la somministrazione della terapia antiretrovirale (ART) e che in seguito continuavano persistentemente ad avere carica virale non rilevabile anche senza l’ausilio dei farmaci. Questi dati sembrano indicare che gli antiretrovirali possono essere efficaci per il trattamento dell’HIV già nel grembo materno e al contempo evidenziano una potenziale differenza legata al sesso nella capacità di controllare spontaneamente la riattivazione della replicazione virale dopo aver interrotto la terapia.

Nell’ultimo decennio sono stati segnalati diversi casi di bambini in grado di mantenere una carica virale non rilevabile per mesi o addirittura anni, spesso dopo solo un breve ciclo di terapia antiretrovirale: sono i cosiddetti post-treatment controllers.

La dott.ssa Gabriela Cromhout dell’Università di KwaZulu-Natal ha ipotizzato che nei bambini la capacità di tenere spontaneamente a bada il virus dopo aver ricevuto un primo trattamento potrebbe essere più comune di quanto si pensasse fino a quel momento. Nel 2015, quindi, ha avviato insieme ai suoi colleghi uno studio di coorte longitudinale, che attualmente coinvolge 281 madri con figli nati con infezione da HIV. I bambini sono monitorati fin dalla nascita.

Molte delle madri hanno ricevuto la diagnosi di HIV e hanno iniziato la ART solo a gravidanza già avanzata, mentre altre hanno incontrato difficoltà ad aderire correttamente alla terapia. Ciò nonostante, il 92% dei neonati prima della nascita ha ricevuto una qualche quantità di antiretrovirali dalla madre attraverso il trasferimento placentare.

Nei bambini nati con HIV in Sud Africa, la carica virale è oggi significativamente inferiore rispetto all’era pre-ART, ancora di più dopo il passaggio a regimi basati su dolutegravir, un farmaco particolarmente potente. In questa coorte, la carica virale alla nascita, in media, era di 6950 nei neonati le cui madri avevano assunto lopinavir potenziato, e solo di 1700 se era stato impiegato il dolutegravir; se il neonato era di sesso maschile, poi, si scendeva sotto quota 1000.

Tutti i bambini hanno iniziato ad assumere l’ART, ma per molti l’aderenza al trattamento è stata irregolare. Tre anni dopo la nascita, il 37% delle madri e dei bambini aveva abbandonato lo studio, e il 23% presentava una carica virale persistentemente rilevabile. Di contro, il 40% aveva soppresso la replicazione virale, con un 19% che presentava una carica virale persistentemente non rilevabile (inferiore a 20) senza improvvisi picchi viremici (blips).

Lo studio ha evidenziato una differenza legata al sesso del neonato nella capacità di tenere spontaneamente a bada il virus post-trattamento. Cinque bambini hanno mantenuto la carica virale sotto le 20 copie nonostante non assumessero antiretrovirali, o molto pochi, da massimo due mesi dopo la nascita. E tutti e cinque erano maschi, anche se il 60% dei neonati coinvolti nello studio erano di sesso femminile.

Il bambino che è riuscito a mantenere la carica virale non rilevabile per più tempo ha interrotto l’assunzione della ART all’età di 40 mesi (3 anni e 4 mesi), e ha ora compiuto cinque anni. Gli altri quattro hanno ricominciato a prendere i farmaci, ma tre di loro sono adesso arruolati in uno studio analitico sull’interruzione del trattamento in cui sospenderanno l’assunzione dell’ART sotto attento controllo medico per un periodo predefinito.

Sono emerse differenze in base al sesso anche nei ceppi virali acquisiti. Nelle femmine, l’HIV tendeva ad essere resistente o comunque meno sensibile agli interferoni di tipo 1, il che significa che l’efficacia contro il virus di queste barriere immunitarie innate non sarebbe stata ottimale. Nei maschi, invece, l’HIV tendeva ad essere sensibile agli interferoni di tipo 1, quindi le loro difese immunitarie avrebbero funzionato meglio.

Se la risposta all’interferone di tipo 1 influenza il ceppo virale acquisito dai maschi, allora le terapie che rafforzano ulteriormente questa risposta potrebbero restringere la gamma di virus che potrebbero essere trasmessi e avere un effetto preventivo, almeno nei bambini.

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SECONDO BOLLETTINO

Sudafrica: interrompere le cure per l’HIV può essere mortale

Da uno studio condotto in Sudafrica è emerso che chi non accedeva alle cure per l’HIV per più di sei mesi aveva una probabilità due o tre volte maggiore di morire nell’arco di tempo coperto dallo studio rispetto a chi rimaneva in cura in modo continuativo.

Il dott. Haroon Moolla dell’Università di Città del Capo e i suoi colleghi hanno raccolto dati provenienti da svariate ampie coorti di pazienti in Sudafrica, concentrandosi su persone che hanno interrotto la terapia antiretrovirale (ART) e l’hanno successivamente ripresa. La raccolta dati è iniziata nel 2004 ed è terminata alla fine del 2019. Lo studio non ha preso in considerazione la totalità dei pazienti che abbandonavano le cure e interrompevano le terapie definitivamente, ma solo quelli che in un secondo momento le riprendevano.

Gli autori hanno più precisamente definito ‘interruzione delle cure’ come un intervallo di oltre 180 giorni (quasi sei mesi) tra l’ultima volta che un paziente aveva assunto la ART e quando riprendeva il percorso di cura. I partecipanti sono stati ulteriormente divisi in due gruppi: quelli che avevano abbandonato le cure già nei primi sei mesi successivi alla diagnosi e quelli che l’avevano fatto più avanti.

Lo studio ha considerato in totale 63.421 adulti con infezione da HIV, che hanno contribuito con 188.358 anni-persona di dati. L’età media era di 33 anni e più di due terzi (68%) erano di sesso femminile. La maggior parte dei partecipanti (64%) non ha mai interrotto le terapie. Delle 22.593 persone che invece l’hanno fatto, il 39% ha iniziato l’interruzione già nei primi sei mesi dalla diagnosi. La durata media dell’interruzione è stata di 22,8 mesi (quasi due anni), con il 25% che ha ripreso le cure entro un anno ma un altro 25% che ha interrotto per più di tre anni.

Durante il periodo di studio si sono verificati 3585 decessi. Tra coloro che interrompevano e poi riprendevano la ART si è innanzitutto registrato un aumento della mortalità rispetto a chi non aveva mai interrotto le cure. Se l’interruzione aveva inizio entro sei mesi dalla diagnosi, il rischio di successiva morte durante il periodo di studio era di 3,08 volte superiore; il dato scendeva invece a 2,47 volte se l’interruzione iniziava dopo i sei mesi.

Il tasso di mortalità è risultato dello 0,78% nelle persone che non hanno mai interrotto la terapia (un decesso su 128 persone all’anno), ma saliva all’1,6% per chi interrompeva più di sei mesi dopo l’inizio della ART (un decesso su 62,6 persone all’anno) e ben all’1,9% (uno su 52,6) per coloro che abbandonavano la terapia entro i primi sei mesi.

Il dottor Moolla ha commentato: “Il cospicuo aumento della mortalità tra le persone che riprendono la ART dopo un’interruzione è segno che occorre dare priorità alla questione del mantenimento in cura e impegnarsi per favorirlo, in particolare nei primi sei mesi di ART”.

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Nuove opzioni per il trattamento di seconda linea dell’HIV in età pediatrica

Da uno studio che ha valutato gli outcome terapeutici di un gruppo di bambini passati da un regime di trattamento dell’HIV di prima linea a base di NNRTI a un trattamento di seconda linea è emersa una serie di possibili opzioni terapeutiche che aumenterebbero l’accesso a una terapia antiretrovirale (ART) di seconda linea sicura ed efficace.

Sono i risultati dello studio Children with HIV in Africa – Pharmacokinetics and Acceptability of Simple second-line ART (CHAPAS-4), presentati a IAS 2023 dal dott. Victor Musiime della Makerere University, in Uganda.

Attualmente, le opzioni per il trattamento di seconda linea dell’HIV pediatrico sono molto limitate. C’è il regime con lopinavir potenziato con ritonavir da assumere due volte al giorno, e pochissimi sono i dati sull’impiego del tenofovir alafenamide (TAF) nei bambini.

Lo studio CHAPAS-4 si è svolto in sei siti di sperimentazione tra Uganda, Zambia e Zimbabwe. I partecipanti erano 919 (497 maschi e 422 femmine), di età compresa tra i 3 e i 15 anni, con età mediana di 10 anni, e con tassi di malnutrizione moderati.

In media, la conta dei CD4 era di 669 e la carica virale di 17.573. La maggior parte dei giovani partecipanti aveva assunto un trattamento di prima linea con NNRTI per circa sei anni.

I pazienti sono stati randomizzati per ricevere una di due coformulazioni di backbone (i farmaci di base, “ossatura” della terapia antiretrovirale) della classe degli NRTI:

  • TAF/emtricitabina, da assumere una volta al giorno;
  • oppure l’attuale standard di cura, ossia lamivudina in combinazione con abacavir o zidovudina – a seconda di quale dei due non era stato assunto come trattamento di prima linea.

Quasi tutti (910) sono inoltre stati randomizzati per ricevere uno dei seguenti quattro farmaci anchor (ossia un ulteriore farmaco da aggiungere ai due NRTI):

  • dolutegravir
  • darunavir/ritonavir
  • atazanavir/ritonavir
  • lopinavir/ritonavir, che rappresentava lo standard di cura.

La soppressione della carica virale, definita dagli autori come viremia inferiore a 400, è rimasta elevata in tutti i bracci dello studio, con percentuali dell’80% o anche di più. Cinque sono le principali risultanze emerse dallo studio:

  • la combinazione TAF/emtricitabina ha dimostrato una migliore soppressione virale rispetto allo standard di cura (abacavir/lamivudina o zidovudina/lamivudina) (89% contro 83%);
  • il dolutegravir ha dato risultati migliori come farmaco anchor rispetto a lopinavir/ritonavir e atazanavir/ritonavir (92% contro 83%);
  • i risultati di atazanavir/ritonavir e lopinavir/ritonavir sono risultati sostanzialmente equivalenti (84% contro 81%);
  • la combinazione darunavir/ritonavir ha tendenzialmente dato risultati migliori rispetto a atazanavir/ritonavir e lopinavir/ritonavir (88% a 83%);
  • né il dolutegravir né il TAF sono risultati associati a problemi di aumento ponderale, ma i giovani partecipanti trattati con lopinavir/ritonavir sono stati quelli con minor aumento di peso e i profili lipidici meno favorevoli.

Lo studio CHAPAS-4 va dunque a corroborare le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che raccomandano il dolutegravir come trattamento di seconda linea dell’HIV pediatrico.

I risultati evidenziano la necessità di mettere a punto una combinazione a dose fissa adatta a pazienti in età pediatrica di TAF ed emtricitabina più dolutegravir come farmaco anchor. In alternativa, può essere contemplata anche la possibilità di impiegare darunavir/ritonavir o atazanavir/ritonavir come anchor.

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Elevata incidenza HIV tra i consumatori di stupefacenti per via iniettiva in Sudafrica

In un campione di utenti di servizi di riduzione del danno in Sudafrica, quasi il 14% dei consumatori di sostanze stupefacenti per via iniettiva ha finito per acquisire l’HIV: è quanto emerge da uno studio presentato a IAS 2023 dalla dott.ssa Adeline Artenie dell’Università di Bristol.

Nonostante il paese abbia la più grande epidemia di HIV a livello globale, in Sudafrica non sono mai stati quantificati i nuovi casi di HIV (incidenza) in questo specifico gruppo di popolazione. Una recente revisione ha rilevato che nei paesi ad alto reddito era dello 0,9%, mentre in quelli a basso e medio reddito saliva al 3,2%.

In Sudafrica, secondo le stime, la percentuale di consumatori di stupefacenti per via iniettiva con un’infezione da HIV (prevalenza) sarebbe del 18%. Dal 2015 sono attivi servizi di riduzione del danno sotto forma di programmi per distribuire aghi e siringhe sterili; la terapia sostitutiva degli oppioidi è invece disponibile dal 2017, ma si stima che attualmente vi acceda meno del 5% di coloro che ne avrebbero bisogno.

Per questo studio sono stati utilizzati i dati programmatici dei servizi di riduzione del danno in quattro province sudafricane (Gauteng, KwaZulu-Natal, Capo Orientale e Occidentale) raccolti tra il 2019 e il 2022 per stimare i nuovi casi di HIV tra i consumatori per via iniettiva.

Gran parte delle 31.873 persone della coorte sono state escluse dall’analisi perché era già noto agli autori che avevano un’infezione da HIV, oppure perché non avevano eseguito il test dell’HIV o lo avevano fatto solo una volta. L’incidenza dell’HIV è stata calcolata su un campione di 2457 persone inizialmente negative all’HIV. Di questo campione, la maggior parte proveniva dal Gauteng (57%), era di sesso maschile (90%) e di etnia nera (72%); l’età media era di 30 anni (il 77% aveva dai 35 anni in giù); in moltissimi casi si trattava di persone senza fissa dimora o con alloggio non stabile (63%) e che facevano uso di eroina (97%).

Pochissimi erano coloro che avevano avuto accesso a una terapia sostitutiva degli oppioidi: nessuno nel Capo Orientale, 0,5% a Johannesburg e un 6,4% nel Capo Occidentale.

In totale, hanno acquisito un’infezione da HIV 300 persone in un periodo di 2190 anni-persona, il che equivale a un tasso di incidenza del 13,7%. Il rischio di acquisizione dell’HIV variava a seconda della provincia: l’incidenza più alta è stata nel Gauteng (19%), seguito dal KwaZulu-Natal (17%), mentre i dati più bassi si sono avuti nel Capo Orientale (6,3%) e nel Capo Occidentale (3,4%). I più giovani tendevano ad avere tassi di incidenza più elevati rispetto a chi aveva superato i 35 anni.

Tra le persone che avevano ricevuto una terapia sostitutiva degli oppioidi e un maggior numero di pacchetti di riduzione del danno, il rischio d’infezione si abbassava. Tra quelle che avevano assunto la terapia sostitutiva dopo essersi sottoposte al test dell’HIV si è osservata una riduzione di ben il 62% delle probabilità di contrarre il virus rispetto a coloro che non avevano mai ricevuto la terapia sostitutiva.

Servizi come i programmi di distribuzione di siringhe e aghi sterili e la terapia di sostituzione degli oppioidi, ha sottolineato la dott.ssa Artenie, hanno dunque il potenziale per ridurre questo tasso di incidenza. Lo studio evidenzia quanto sia urgente aumentare i finanziamenti per questi servizi.

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Doravirina/islatravir efficace quanto il Biktarvy in pazienti mai trattati prima

Una combinazione dell’NNRTI doravirina e dell’antiretrovirale sperimentale islatravir si è dimostrata non inferiore in termini di efficacia nel sopprimere l’HIV dopo 48 settimane rispetto alla coformulazione di bictegravir, emtricitabina e tenofovir alafenamide (Biktarvy), ha riferito lunedì a IAS 2023 il professor Jürgen Rockstroh dell’Università di Bonn

L’islatravir è il primo farmaco appartenente a una nuova classe di antiretrovirali detti inibitori nucleosidici della traslocazione della trascrittasi inversa (NRTTI). È in grado di permanere nelle cellule molto più a lungo di altri antiretrovirali, e nelle prime fasi di sviluppo si era sperimentata la somministrazione di dosi elevate una volta a settimana. Questi primi tentativi sono stati messi in pausa nel 2021 dopo la scoperta che chi assumeva dosi elevate negli studi clinici riportava un calo di globuli bianchi. Si trattava di un effetto dose-dipendente, e le sperimentazioni sono riprese utilizzando dosi più basse.

In uno studio di fase 2b che metteva a confronto dosi giornaliere di 0,25 mg, 0,75 mg e 2,25 mg si è trovato che con dosi di 0,75 mg e 0,25 mg si ottenevano tassi equivalenti di soppressione virale in combinazione con la doravirina. Inizialmente si era pensato di sperimentare la dose di 0,75 mg in studi più ampi di fase 3; dopo il temporaneo stop alle prime sperimentazioni, la casa farmaceutica che sta lavorando sull’islatravir, la Merck, ha però deciso di concentrarsi solo sulla dose di 0,25 mg.

Questa settimana, il prof. Rockstroh ha presentato alla Conferenza i risultati di uno studio di fase 3 che ha testato una dose di 0,75 mg di islatravir in combinazione con la doravirina. Quando lo sviluppo dell’islatravir è stato messo in pausa, l’arruolamento per questo studio era già quasi del tutto completato.

Lo studio ha reclutato adulti con infezione da HIV mai precedentemente sottoposti al trattamento e con carica virale superiore a 500, escludendo persone con epatite B o con importanti mutazioni associate a farmacoresistenza. Sono state così reclutate 597 persone provenienti da 13 paesi diversi (32% in Europa, 22% in Nord America, 23% in America Latina e 18% in Sudafrica).

La maggior parte dei partecipanti era di sesso maschile (circa il 75% di ciascun braccio di studio) e poco più della metà (57%) era di etnia bianca. Il 20% aveva una conta dei CD4 inferiore a 200; il 18% nel braccio della doravirina/islatravir e il 20% nel braccio del bictegravir avevano una carica virale al basale superiore a 100.000.

I partecipanti sono stati randomizzati per ricevere 100 mg di doravirina e 0,75 mg di islatravir una volta al giorno oppure bictegravir, emtricitabina e tenofovir alafenamide (Biktarvy), sempre una volta al giorno.

Alla 48° settimana non si è rilevata alcuna differenza significativa tra i due gruppi in termini di soppressione virale: l’88% dei partecipanti in ciascun braccio di studio aveva una carica virale inferiore a 50. Non si sono osservate differenze significative neanche in termini di tossicità di grado 3 o 4 (10% contro 11%), e solo due partecipanti si sono ritirati dallo studio a causa di eventi avversi legati al farmaco (entrambi nel braccio del bictegravir).

È attualmente in corso uno studio di fase 3 che confronta con il Biktarvy un regime a base di doravirina e islatravir nella dose inferiore di 0,25 mg.

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TERZO BOLLETTINO

Statine e HIV: come tradurre in pratica i risultati di REPRIEVE nel mondo reale?

A inizio settimana sono stati presentati alla 12° Conferenza dell’International AIDS Society sull’HIV (IAS 2023) in corso a Brisbane, in Australia, i risultati dell’importante studio REPRIEVE, che ha testato l’impiego della somministrazione giornaliera di una statina nelle persone con HIV. Dallo studio è emerso che nei soggetti con rischio cardiovascolare da basso a moderato – a cui normalmente non verrebbero prescritte le statine – con l’assunzione di pitavastatina si osservava una riduzione del 35% del rischio di eventi cardiovascolari importanti come infarto o ictus.

Dopo la presentazione dei dati, un panel di esperti a IAS 2023 ha discusso di cosa questi risultati comportino per le persone con HIV che vivono in paesi ad alto, medio e basso reddito, e se sia o meno adeguato pensare a un’unica strategia preventiva da attuare a livello mondiale.

Sebbene l’HIV sia un noto fattore di rischio per le malattie cardiovascolari, i medici esitano a prescrivere le statine a persone con rischio cardiovascolare da basso a moderato per via della mancanza di dati sulla loro efficacia. Il ricercatore a capo di REPRIEVE, il prof. Steven Grinspoon, ha proposto di modificare le linee guida includendo la raccomandazione della terapia con statine per le persone con infezione da HIV.

REPRIEVE ha mostrato che questa terapia ha evidenti benefici: occorre però soppesarli in rapporto ai potenziali danni. La statina impiegata è infatti associata a un aumento del tasso di diabete: certo, è di entità lieve, ma prescrivendo le statine a tutti coloro che presentano un rischio basso o moderato questo aumento si potrebbe comunque tradurre in un considerevole numero di casi di diabete in più.
Il dott. Andrew Hill dell’Università di Liverpool ha riferito a NAM aidsmap che alcuni medici africani non sono sicuri che la pitavastatina garantirà benefici significativi se si tiene conto del rischio aggiuntivo di diabete, che in Africa è una delle principali cause di morte.
La pitavastatina è attualmente disponibile in molti paesi, e questa disponibilità aumenterà ulteriormente quando scadrà dal brevetto, probabilmente agli inizi del 2024. Questa statina è stata selezionata per REPRIEVE perché è generalmente ben tollerata e non interagisce con gli antiretrovirali. Laddove la pitavastatina non fosse disponibile, secondo i membri del panel può essere ragionevolmente sostituita con un’altra statina con profilo favorevole di sicurezza.
Le statine “non sono farmaci di lusso”, ha detto Grinspoon, anzi: quando non sono coperte da brevetto sono “veramente economiche”, il che potrebbe renderle disponibili a tutti.
I risultati di REPRIEVE evidenziano anche la necessità di mettere a punto migliori strumenti di previsione del rischio specifici per le persone con HIV. Il panel ha perciò sollevato un’altra questione: a chi sarà affidata la gestione della prevenzione delle malattie cardiovascolari e la prescrizione di statine, agli infettivologi/specialisti in HIV o ai medici di base? Perché nel primo caso, l’accesso alla terapia potrebbe essere più limitato.

L’impiego delle statine, hanno concordato gli esperti del panel, dovrebbe inserirsi un più ampio piano di prevenzione delle malattie cardiovascolari che enfatizzi uno stile di vita corretto per la salute cardiaca.

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Videointervista di NAM al prof. Steven Grinspoon sui risultati di REPRIEVE 

Bictegravir sicuro ed efficace in gravidanza

Nelle donne in gravidanza, il bictegravir si mantiene a livelli adeguati e non è necessario un aggiustamento dei dosaggi, si apprende da uno studio presentato a IAS 2023. Dallo studio emerge anche che la coformulazione di bictegravir, tenofovir alafenamide ed emtricitabina (Biktarvy) è in grado di mantenere soppresso l’HIV durante la gestazione e il periodo successivo al parto.

Il Biktarvy è un farmaco già raccomandato per il trattamento antiretrovirale degli adulti, ma finora mancavano dati sulla sua sicurezza ed efficacia in gravidanza. Il bictegravir viene metabolizzato da enzimi che intensificano la loro attività durante la gravidanza e il legame alle proteine è ridotto, il che può risultare in concentrazioni più basse di farmaco.

Questo studio ha valutato la sicurezza, l’efficacia e la farmacocinetica del Biktarvy in donne con HIV che avevano ottenuto la soppressione virale con il regime antiretrovirale che avevano seguito fino a quel momento, tutte al secondo o terzo trimestre di gravidanza.

Le partecipanti sono passate al Biktarvy al momento dell’ingresso nello studio, e tutte e 32 hanno mantenuto la soppressione virale al momento del parto e fino al termine del successivo periodo di osservazione 18 settimane. È stato segnalato un solo evento avverso correlato all’assunzione del farmaco (falso travaglio), ma nessuna delle partecipanti ha interrotto l’assunzione del Biktarvy.

Sono stati eseguiti prelievi di sangue nelle 24 ore successive all’assunzione del farmaco a intervalli regolari nel secondo e terzo trimestre e alla 12° e 16° settimana dopo il parto. È risultato che le concentrazioni di bictegravir durante la gravidanza erano più basse rispetto a dopo il parto, ma anche le concentrazioni più basse registrate restavano sufficienti.

Nessuno dei bambini nati dalle partecipanti presentava HIV rilevabile. Nei neonati, l’emivita del bictegravir (ossia il tempo impiegato dai livelli ematici del farmaco per dimezzarsi) è stata di 43 ore, più del doppio di quella osservata negli adulti (18 ore).

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Vaccino COVID-19, efficacia più bassa nelle persone HIV+ che consumano stupefacenti per via iniettiva

Nelle persone con HIV che fanno uso di sostanze stupefacenti per via iniettiva l’efficacia del vaccino anti-COVID-19 sembrerebbe più limitata: è la conclusione raggiunta da uno studio condotto nella provincia canadese della Columbia Britannica presentato a IAS 2023.

Dallo studio è emerso che le persone HIV-positive con precedenti di uso di stupefacenti per via iniettiva avevano maggior rischio di risultare positive al test per SARS-CoV-2 dopo la vaccinazione, e in tempi più ristretti rispetto ad altre persone vaccinate con o senza infezione da HIV.

Gli autori hanno utilizzato i dati raccolti sui test per SARS-CoV-2 nella provincia per individuare le persone HIV-positive dai 19 anni in su che si erano sottoposte al test per SARS-CoV-2 tra dicembre 2020 e dicembre 2021. Per lo studio, 2700 persone con HIV sono state abbinate a 375.043 persone HIV-negative. Il 40% delle persone con HIV aveva precedenti di uso di stupefacenti per via iniettiva, contro il 4% di quelle HIV-negative. Durante il periodo di studio sono risultate positive al test per SARS-CoV-2 un totale di 351 persone con HIV e di 103.049 persone HIV-negative.

I ricercatori hanno valutato l’efficacia del vaccino in base al numero di dosi ricevute e all’intervallo tra la ricezione della seconda dose e l’esito positivo di un test per SARS-CoV-2. Nelle persone con HIV, l’efficacia del vaccino (riduzione del rischio di esito positivo del test) nelle persone con precedenti di uso di stupefacenti per via iniettiva è stata del 65%, contro l’80% per chi invece non ne aveva mai fatto uso.

Nelle persone con HIV senza precedenti di uso, l’efficacia del vaccino si è mantenuta superiore all’80% fino a 119 giorni dopo aver ricevuto la seconda dose. Per chi invece aveva precedenti di uso, l’efficacia del vaccino fino a 119 giorni dopo la seconda dose è rimasta intorno al 65%. In entrambi i gruppi, l’efficacia è calata dopo i 120 giorni, scendendo al 64% nelle persone senza precedenti di uso e al 42% in quelle con.

Secondo gli autori dello studio, questi risultati indicano che per questo gruppo di popolazione la vaccinazione è meno efficace, e che chi fa uso di sostanze stupefacenti per via iniettiva potrebbe dunque aver bisogno di un richiamo in tempi più ristretti rispetto ad altre persone con HIV; la dimensione del campione di studio, hanno però fatto presente, era relativamente piccola. Gli studiosi comunque ipotizzano che questa ridotta efficacia possa essere imputabile alle co-morbilità che gravano su chi assume stupefacenti per via iniettiva.

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Nei programmi di trattamento dell’HIV occorre finanziare anche le cure per l’ipertensione

In Africa sub-sahariana è frequente osservare l’insorgenza di ipertensione (elevata pressione sanguigna) dopo l’inizio di una terapia antiretrovirale (ART), ma con un adeguato monitoraggio e l’ausilio di farmaci generici a basso costo è possibile tenerla sotto controllo: è quanto riferito a IAS 2023 dal prof. Francois Venter dell’Università del Witwatersrand.

“Occorre però che nei programmi di trattamento di massa dell’HIV si preveda di sostenere e finanziare anche diagnosi e trattamento dell’ipertensione”, ha aggiunto il professore alla Conferenza.

Due ampi studi hanno riscontrato che una quantità di partecipanti compresa tra un terzo e la metà del totale sviluppava ipertensione o pre-ipertensione dopo quattro anni di trattamento.
Lo studio NAMSAL, condotto in Camerun, ha randomizzato 613 persone con HIV per ricevere dolutegravir oppure efavirenz a basso dosaggio (400 mg) in combinazione con tenofovir disoproxil fumarato (TDF) e lamivudina.
L’aumento di peso aggrava il rischio di sviluppare ipertensione, che a sua volta aggrava quello di problemi cardiovascolari e di altri problemi di salute. I partecipanti di entrambi i bracci dello studio sono stati interessati da un aumento di peso, che però è risultato maggiore in quelli trattati con dolutegravir (9 kg nelle donne e 7 kg negli uomini dopo 192 settimane).
Man mano che il peso aumentava, la pressione sanguigna iniziava a salire. Alla fine dello studio, la pressione arteriosa sistolica (massima) nelle persone che assumevano dolutegravir era aumentata di 10 mmHg, un valore significativamente superiore a quello di chi assumeva efavirenz. All’inizio dello studio, nei due bracci di studio le percentuali di ipertesi erano simili (12% e 10%); alla fine, invece, nel braccio del dolutegravir la percentuale era salita al 31%, mentre in quello dell’efavirenz era addirittura scesa al 9%.

Lo studio ADVANCE ha coinvolto 1053 persone in Sudafrica mettendo a confronto il trattamento con efavirenz (600 mg), TDF ed emtricitabina; con dolutegravir, TDF ed emtricitabina; o con dolutegravir, tenofovir alafenamide (TAF) ed emtricitabina. Dopo 192 settimane, i partecipanti maggiormente aumentati di peso erano quelli del braccio del dolutegravir con TAF (10 kg le donne, 7 kg gli uomini).

Al basale, circa il 10% dei partecipanti di ciascun braccio dello studio era in trattamento per ipertensione arteriosa. Il 13% del gruppo trattato con dolutegravir più TAF ha sviluppato ipertensione nel corso dello studio, rispetto all’11% del braccio del dolutegravir più TDF e all’8% del braccio dell’efavirenz.

I valori della pressione sono aumentati nel corso del tempo, anche se l’aumento medio della pressione sistolica dopo quattro anni è stato inferiore in ADVANCE (+2 mmHg) rispetto a NAMSAL: questo perché al momento della diagnosi l’ipertensione veniva trattata di routine. Il prof. Venter ha detto che in Sudafrica l’ipertensione è facilmente trattabile con farmaci generici a basso costo.

All’inizio dello studio, una consistente percentuale di partecipanti aveva già la pressione alta (39% nel braccio del dolutegravir e 38% nel braccio dell’efavirenz). Alla 192° settimana, queste percentuali erano aumentate al 54% nel gruppo dolutegravir e al 47% nel gruppo efavirenz.

Secondo il prof. Venter, l’analisi preliminare porta a pensare che questa differenza sia da associare all’aumento di peso piuttosto che al trattamento.

Un altro studio presentato alla Conferenza ha però mostrato che, in una serie di coorti di persone HIV+ in Europa e Australia, il tasso di ipertensione era più alto in coloro che assumevano sia il TAF che un inibitore dell’integrasi, anche dopo l’aggiustamento per l’aumento di peso durante il trattamento.

Nell’analisi sono state considerate 9704 persone. Il 30% ha sviluppato ipertensione durante 39.993 anni-persona di follow-up. In confronto a chi non assumeva né un inibitore dell’integrasi né il TAF, chi li assumeva entrambi aveva un tasso di ipertensione maggiore del 48%, dopo l’aggiustamento per l’indice di massa corporea (IMC) aggiornato nel tempo e altri fattori confondenti. Detto altrimenti, il tipo di trattamento antiretrovirale assunto risultava associato al rischio di sviluppare ipertensione anche dopo l’aggiustamento per le variazioni dell’IMC durante lo studio.

Anche il trattamento con un inibitore dell’integrasi senza TAF o con TAF senza inibitore dell’integrasi è stato associato a un tasso più elevato di ipertensione dopo l’aggiustamento per le variazioni dell’IMC, ma con un minor aumento dell’incidenza rispetto al trattamento senza un inibitore dell’integrasi o senza TAF (33% in più con il TAF e 25% in più con un inibitore dell’integrasi).

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Videointervista di NAM aidsmap con il prof. Francois Venter a tema ipertensione su YouTube 

Coercizione riproduttiva riferita da molte donne con HIV

Secondo uno studio presentato a IAS 2023, le donne con infezione da HIV in Africa sub-sahariana, in Europa orientale e Asia centrale sono esposte a maggior rischio di essere fatte oggetto di coercizione riproduttiva da parte degli operatori sanitari.

Per coercizione riproduttiva si intendono dei comportamenti atti a fare pressione su una persona interferendo con la sua autonomia decisionale rispetto alla salute riproduttiva, costringendola a fare interventi in questo senso senza il suo consenso libero e informato.

L’equipe di ricerca ha utilizzato i dati raccolti dal People Living with HIV Stigma Index 2.0, uno strumento standardizzato che consente alle persone con HIV di denunciare comportamenti stigmatizzanti o discriminanti da loro subiti.

La raccolta dati ha avuto luogo tra il 2021 e il 2022 in 11 paesi dell’Africa e in cinque dell’Europa orientale e dell’Asia centrale (EOCAC). Gli autori dello studio hanno cercato segnalazioni di pratiche coercitive in ambito di pianificazione familiare o gravidanza, o di esperienze di sterilizzazione forzata o coatta.

Alle partecipanti è stato chiesto di segnalare esperienze subite nell’anno precedente. La sterilizzazione forzata è stata riferita dall’1% delle donne dell’Africa subsahariana e dal 3% delle donne dell’area EOCAC. Atti di coercizione riguardanti la pianificazione familiare coercitiva sono stati riferiti dal 2% delle donne dell’Africa subsahariana e dal 4% delle donne dei paesi EOCAC; per il 5% e il 10% delle donne, rispettivamente, la coercizione subita riguardava la gravidanza.

Ancora più a rischio sono risultate le donne con infezione da HIV che rientravano in particolari sottogruppi: per le sex worker, per le donne che fanno uso di stupefacenti e per le migranti che sono anche HIV-positive le probabilità di aver subito atti di coercizione riproduttiva erano maggiori.

L’equipe di ricerca ha analizzato i dati facendo rientrare ogni donna in uno solo di questi sottogruppi. Secondo la dott.ssa Carrie Lyons della Johns Hopkins School of Public Health, però, conducendo un’analisi intersezionale, l’appartenenza simultanea a più sottogruppi si sarebbe probabilmente dimostrata un’ulteriore aggravante della vulnerabilità di queste donne.

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QUARTO BOLLETTINO

Tempesta perfetta per lo stigma: esperienze di maschi omosessuali con l’mpox

In una ricerca qualitativa, un gruppo di maschi omosessuali a cui era stato diagnosticato l’mpox (nuova denominazione che ha sostituito quella di ‘vaiolo delle scimmie’) in Australia hanno riferito esperienze molto angosciose, a causa di sintomi gravi, lunghi periodi di isolamento e della stigmatizzazione subita da parte degli operatori sanitari.

L’epidemia globale di mpox del 2022 ha colpito principalmente maschi omo- e bisessuali. I media l’hanno paragonata agli albori dell’epidemia di HIV: anche in quei tempi, infatti, il comportamento sessuale degli uomini gay veniva associato a una malattia stigmatizzata.

In Australia si sono registrati 145 casi, soprattutto tra persone di ritorno da viaggi in Europa. Il dott. Anthony Smith del Centre for Social Research in Health dell’Università del Nuovo Galles del Sud e colleghi hanno intervistato 13 uomini che avevano avuto l’mpox.

I partecipanti hanno reso descrizioni della gravità dei sintomi molto diverse tra loro, alcuni dicendosi sollevati del fatto di aver accusato solo sintomi lievi e altri descrivendo invece dolori acutissimi.

“Direi il dolore peggiore che abbia mai provato in vita mia. Davvero insostenibile. Ero in lacrime. Sanguinavo. Sarò schietto, sembrava che il retto mi stesse marcendo o stesse cadendo a pezzi dalle ulcere”.

Tre dei partecipanti hanno necessitato di ricovero ospedaliero, mentre un altro ha deciso di non farsi ricoverare per paura dello stigma. Non mancano partecipanti che hanno riferito esperienze positive sull’assistenza sanitaria ricevuta, ma la maggior parte ha parlato di una gestione inadeguata del dolore, di atteggiamento percepito come giudicante circa il proprio comportamento sessuale e di esperienze piuttosto traumatiche.

Sette uomini hanno riportato problemi a lungo termine, tra cui due che hanno avuto bisogno di un intervento chirurgico correttivo nella regione anale. Tra gli altri problemi riferiti si annoverano stanchezza cronica, proctite (infiammazione a carico del rivestimento interno del retto e dell’ano), preoccupazioni per eventuali cicatrici e disagio psicologico dovuto al forte dolore o a cure cliniche stigmatizzanti.

“Sono stato quasi un anno intero privo di una normale funzione gastrointestinale. Solo negli ultimi 10 giorni ho smesso di provare dolore e paura e sono tornato ad avere il controllo dell’intestino. È stato un percorso molto lungo”.

Sebbene i casi di vaiolo siano ormai diminuiti, da questa ricerca si evince che le persone colpite potrebbero necessitare di sostegno continuativo e un’assistenza specifica per gestire gli effetti del trauma.

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Videointervista di NAM aidsmap al dott. Anthony Smith circa le esperienze di questi uomini con l’mpox su YouTube 

Un intervento basato sui legami sociali aumenta del 50% l’adesione all’auto-test per l’HIV in una popolazione di pescatori africani

Sfruttare la rete di legami sociali tra uomini può essere un approccio promettente per coinvolgere popolazioni altrimenti difficili da raggiungere con servizi di test, prevenzione e trattamento dell’HIV. In uno studio presentato a IAS 2023 si è ottenuto un aumento del 50% nell’adesione al test in un gruppo di pescatori in Kenya

In Africa, gli uomini hanno maggiori probabilità di non essere consapevoli di un’eventuale infezione da HIV rispetto alle donne. Questa tendenza è particolarmente evidente tra gli uomini ad elevata mobilità come i pescatori, che generalmente hanno bassi tassi di adesione al test HIV e ingresso nei percorsi di cura.

La dott.ssa Carol Camlin dell’Università della California – San Francisco e colleghi hanno condotto uno studio nella contea kenyana di Siaya, un’area con 38.000 pescatori e una prevalenza HIV compresa tra il 9,5 e il 19%.

Lo studio si è svolto su gruppi di pescatori che lavorano in tre spiagge del lago Vittoria tra i quali intercorrono stretti legami sociali, che sono stati definiti “cluster”. In ogni cluster è stato identificato un uomo con un’elevata quantità di legami, che ha assunto il ruolo di “promotore”. I 156 cluster sono stati assegnati in modo randomizzato al braccio di controllo o a quello di intervento.

Nel braccio di intervento, i promotori hanno partecipato a un training specifico e hanno ricevuto dei kit per l’autotest HIV da distribuire nel proprio cluster. Sono inoltre stati dati loro dei buoni di trasporto del valore di 4 dollari per incoraggiare i membri del cluster ad andare a sottoporsi al trattamento dell’HIV o alla PrEP (farmaci assunti regolarmente per prevenire l’infezione). Nei cluster di controllo, ai promotori sono state fornite informazioni sull’HIV e distribuiti buoni per ritirare gratuitamente l’autotest presso delle strutture sanitarie nelle vicinanze, da offrire ai membri del proprio cluster.

Dopo tre mesi, 666 uomini hanno partecipato a un’indagine di follow-up. Dai risultati è emerso che l’adesione all’autotest per l’HIV dichiarata dai partecipanti era molto più alta nei cluster di intervento (60%) rispetto ai cluster di non intervento (10%). Analogamente, anche l’adesione ad altri tipi di test HIV non fai-da-te è risultata più elevata nei cluster di intervento (47% contro 27%). La percentuale di persone che accedevano alla terapia antiretrovirale o valutavano di aderire alla PrEP dopo il test, infine, è stata considerevolmente più alta nei cluster di intervento (70% contro 17%).

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Passare a regimi senza inibitori dell’integrasi non inverte l’aumento di peso, dicono gli studi

Lo switch terapeutico a un regime non contenente un inibitore dell’integrasi non sembra invertire l’aumento di peso, si è appreso a IAS 2023.

Dopo l’inizio della terapia antiretrovirale (ART) è frequente osservare nei pazienti un aumento di peso, e una maggiore massa corporea è associata a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari e disturbi metabolici. Studi condotti in passato hanno evidenziato che chi assume inibitori dell’integrasi tende a mettere su più peso, ma non è chiaro se è perché questi farmaci vengono confrontati con efavirenz e tenofovir disoproxil, due farmaci che sembrano invece frenare l’aumento di peso.

Lo studio DEFINE ha testato l’impatto dello switch terapeutico a un regime con un inibitore della proteasi potenziato in persone con HIV in cui si era osservato un aumento di peso di almeno il 10% con un regime basato su un inibitore dell’integrasi.

Il 30% dei partecipanti era di sesso femminile e il 61% di etnia nera, età mediana 45 anni. La maggior parte dei partecipanti (81%) assumevano bictegravir / tenofovir alafenamide / emtricitabina (Biktarvy). Il peso mediano era di 100 kg, e con il regime seguito fino a quel momento i partecipanti avevano avuto un aumento mediano del 14% del loro peso corporeo.

I partecipanti sono stati randomizzati per passare a una combinazione a dose fissa di darunavir / cobicistat / tenofovir alafenamide / emtricitabina (Symtuza) da assumere una volta al giorno (53 partecipanti) o continuare ad assumere il regime precedente (50 partecipanti).

Alla 24° settimana non si sono registrate differenze significative tra i due bracci dello studio. Anzi, si è osservato un aumento dello 0,63% nel braccio con lo switch e una diminuzione dello 0,24% in quello dell’inibitore dell’integrasi.

Altri due studi randomizzati hanno testato lo switch a una combinazione di doravirina e islatravir.

In PO17, i partecipanti assumevano una gamma di regimi diversi. L’aumento ponderale è stato superiore, ma modesto, nel braccio di doravirina/islatravir quando il regime veniva confrontato con uno contenente efavirenz e/o tenofovir disoproxil. Con gli altri regimi di confronto non c’è stata invece alcuna differenza in termini di aumento di peso tra chi ha effettuato lo switch e chi no.

In PO18, i partecipanti sono passati dal Biktarvy a doravirina/islatravir senza che si registrassero differenze nell’aumento di peso tra i due regimi.

La recente approvazione negli Stati Uniti e nell’Unione Europea di un farmaco agonista del recettore GLP-1 per la terapia dell’obesità, la semaglutide (Wegovy), ha creato interesse per l’uso di questo tipo di farmaci anche da parte di persone che sono aumentate di peso con la ART. Il prof. Francois Venter dell’Università del Witwatersrand ha detto però che occorrerà fare attivismo affinché vengano condotti studi per testare i farmaci per la perdita di peso nelle persone con HIV.

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Uganda, supporto a domicilio dopo la diagnosi di HIV per aiutare a iniziare e continuare la ART

In uno studio randomizzato a grappolo condotto in Uganda si è testata l’offerta combinata di test HIV a domicilio con sessioni di counseling sempre a domicilio e un servizio di orientamento tra pari in una struttura medica, ottenendo un consistente aumento della percentuale di persone che hanno iniziato la terapia antiretrovirale (ART) e hanno continuato ad assumerla anche nel tempo.

Ekkubo è uno studio disegnato per aiutare le persone risultate positive a un test per l’HIV eseguito durante una visita a domicilio a intraprendere un percorso di trattamento e cura.

Si è svolto tra il novembre 2015 e il marzo 2020 in 56 villaggi ubicati in quattro distretti prevalentemente rurali, dove gli autori, con l’aiuto di operatori sanitari di prossimità, sono andati ad offrire il test dell’HIV porta a porta.

In metà dei villaggi veniva offerto un servizio di counseling e sostegno al momento della diagnosi, dopo due settimane (quando i partecipanti ricevevano i risultati del test dei CD4) e di nuovo dopo sei settimane, oltre a una sessione di orientamento in occasione della prima visita presso una struttura medica. Chi comunque non si presentava alle cure veniva contattato telefonicamente a distanza di sei e dodici settimane dalla diagnosi. Nel gruppo di controllo, invece, al momento della diagnosi era previsto solo un invio in forma scritta alla struttura medica più vicina e, due settimane dopo, una visita a domicilio per i risultati del test dei CD4.

Hanno iniziato la terapia antiretrovirale l’86% delle persone nel braccio di intervento e il 72% di quelle del braccio di controllo. Alla fine del primo anno il 55% dei componenti del braccio di intervento aveva carica virale inferiore a 20, contro il 44% del braccio di controllo.

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Il lenacapavir orale è una valida alternativa temporanea se non è possibile fare le iniezioni

In uno studio presentato in settimana a IAS 2023, un gruppo di pazienti che hanno assunto la formulazione orale del lenacapavir (Sunlenca) per un periodo di tempo in cui non era possibile ricevere le iniezioni sono riusciti a mantenere la soppressione virale senza problemi di sicurezza.

Il lenacapavir ha una lunga emivita nell’organismo, il che ne consente la somministrazione solo una volta ogni sei mesi tramite iniezione sottocutanea. È disponibile anche in una formulazione orale di norma assunta preliminarmente all’inizio della terapia iniettabile, che però può essere usata anche come alternativa temporanea se per qualche motivo si devono sospendere le iniezioni.

Nel dicembre 2021, la Food and Drug Administration (l’ente statunitense per il controllo dei prodotti alimentari e farmaceutici) ha momentaneamente sospeso gli studi sul lenacapavir a causa di problemi di sicurezza legati alle fiale di vetro utilizzate per la formulazione iniettabile. La sospensione è stata revocata nel maggio 2022.

Alcuni dei partecipanti agli studi clinici CAPELLA e CALIBRATE sul lenacapavir che avrebbero dovuto ricevere le iniezioni in quei cinque mesi hanno invece assunto il lenacapavir in formulazione orale (compresse) una volta alla settimana. Si tratta più precisamente di 57 dei 72 partecipanti di CAPELLA e di 82 dei 105 partecipanti di CALIBRATE.

Tutti i partecipanti di CALIBRATE hanno mantenuto la soppressione virale, così come la maggior parte dei partecipanti di CAPELLA che avevano carica virale non rilevabile quando sono passati alle compresse. Delle 11 persone con carica virale rilevabile al momento del passaggio, tre hanno ottenuto la soppressione virale con le compresse, e nessuno ha avuto aumenti significativi della carica virale.

C’è stato un partecipante di CAPELLA che, dopo aver saltato due dosi di lenacapavir orale, ha avuto un rebound virale (superiore a 50), ma ha riacquistato la soppressione virale dopo aver ripreso le iniezioni.

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28/7/2023 https://www.lila.it

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