Piano Pandemico Globale dell’OMS. L’Italia si astiene

L’Assemblea Mondiale della Sanità adotta uno storico accordo pandemico per rendere il mondo più equo e sicuro da future pandemie. L’Italia si astiene. Un decisione vergognosa del governo, ostaggio di gruppi No-Vax e Pro-Trump, aspramente criticata dalle autorità scientifiche nazionali e  dalla Federazione nazionale degli Ordini dei Medici. Ma la notizia dell’astensione dell’Italia nasconde una realtà ancora peggiore.

“Quasi nessuno avrebbe pensato che ciò fosse possibile dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’OMS“, ha dichiarato il ministro della Salute tedesco Nina Warken al momento del voto che avrebbe approvato il Piano Pandemico Globale. E invece ciò è avvenuto lo scorso 22 maggio a Ginevra nel corso dell’Assemblea Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Dopo tre anni di trattative, i leader mondiali hanno adottato un accordo sulla pandemia che disciplina il modo in cui il mondo dovrebbe collaborare per affrontare future epidemie.

Il mondo è più sicuro oggi grazie alla leadership, alla collaborazione e all’impegno dei nostri Stati membri nell’adottare lo storico accordo pandemico dell’Oms – ha dichiarato Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore Generale dell’Oms -. L’accordo è una vittoria per la salute pubblica, la scienza e l’azione multilaterale. Garantirà che, collettivamente, possiamo proteggere meglio il mondo dalle future minacce pandemiche. È anche un riconoscimento da parte della comunità internazionale che i nostri cittadini, le nostre società e le nostre economie non devono essere lasciati vulnerabili a subire nuovamente perdite come quelle subite durante la Covid.

L’intesa, composta da 35 articoli, stabilisce un quadro giuridico vincolante per prevenire, prepararsi e rispondere a future pandemie con maggiore equità, cooperazione e trasparenza. (vedi testo completo Accordo OMS su Piano Pandemico Globale).

Alcuni punti sono rimasti in sospeso e saranno oggetto di ulteriore trattativa come la questione dell’accesso ai patogeni e della condivisione dei benefici (Patogen Access and Benefit Sharing, Pabs) – ovvero ciò che i paesi possono aspettarsi, in termini di accesso a vaccini e trattamenti, in cambio della condivisione dei dati su eventuali nuovi batteri che emergono sul loro territorio – che sarà disciplinata da un allegato al trattato, che sarà negoziato nei prossimi 12 mesi. L’accordo infine entrerà in vigore quando sarà ratificato da almeno 60 stati.

L’accordo pandemico dell’OMS è stato approvato tra gli applausi dei delegati dell’Assemblea Mondiale della Sanità con 124 voti favorevoli e 11 astensioni.  Ad astenersi sono stati, oltre all’ Italia, anche Russia, Iran, Bulgaria, Polonia, Giamaica, Israele, Romania, Paraguay, Guatemala e Slovacchia.

Nel giorno in cui il mondo compie un passo importante verso una gestione più equa e coordinata delle future pandemie, l’Italia si defila” – scrive Paolo Russo su La Stampa. “Il governo Meloni ha preferito non esporsiaccampando – per bocca del ministro alla Salute Orazio Schillaci – un generico rispetto delle indicazioni arrivate da Palazzo Chigi. Ma il messaggio politico è chiaro: la maggioranza di destra non si fida dell’Oms. Una parte di essa, la Lega in primis, ne contesta apertamente ruolo e legittimità, al punto da auspicare un’uscita dell’Italia dall’Organizzazione. Il sospetto, alimentato a lungo da settori No Vax e ambienti sovranisti, è che l’accordo potesse rappresentare un cavallo di Troia per svendere la sovranità nazionale in nome di un “governo sanitario mondiale”. In realtà, proprio quel nodo – la sovranità – è stato sciolto in modo netto nel testo finale dell’accordo. «Nessuna disposizione dell’Accordo – si legge – deve essere interpretata come un’autorizzazione per l’Oms a imporre leggi o misure sanitarie agli Stati, come lockdown, obblighi vaccinali o restrizioni ai viaggi». Un chiarimento inserito nero su bianco, frutto di tre anni di negoziati post-Covid, che ha spogliato il documento di ogni accento coercitivo. Eppure, per l’esecutivo italiano non è bastato”.

Immediata e netta la presa di posizione della Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI) che “esprime stupore e perplessità in merito alla decisione dell’Italia di astenersi dal voto sul Patto pandemico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, approvato a Ginevra. In più occasioni, la SItI ha pubblicamente manifestato apprezzamento per il ruolo fondamentale dell’OMS nella promozione della Salute globale e nella gestione delle emergenze sanitarie, nonché per l’approccio proposto nel Patto pandemico, che introduce strumenti innovativi per rafforzare la preparazione, la sorveglianza e la risposta alle crisi epidemiche e pandemiche. L’astensione italiana, in un momento in cui la comunità internazionale richiama alla cooperazione e alla responsabilità condivisa, appare ancor più sorprendente alla luce delle fragilità emerse durante la recente pandemia da COVID-19. A tale perplessità si aggiunge la preoccupazione per il ritardo nell’aggiornamento del Piano Pandemico Nazionale, il cui percorso è attualmente bloccato dalla recente bocciatura da parte della Conferenza delle Regioni. In una fase storica in cui la pianificazione e la preparazione sono fondamentali per la sicurezza sanitaria del Paese, il mancato aggiornamento di questo strumento rappresenta un serio elemento di vulnerabilità. Tale ritardo appare ancora più allarmante alla luce della crescente minaccia di rischi infettivi emergenti e riemergenti, come l’influenza aviaria, le arbovirosi e l’antibiotico resistenza”.

Incomprensibile e non condivisibile”: così il Comitato Centrale della Fnomceo, la Federazione nazionale degli Ordini dei Medici, in una mozione approvata oggi all’unanimità, definisce la decisione dell’Italia di astenersi dalla votazione sull’accordo pandemico globale approvato dall’Organizzazione mondiale della sanità. “Il piano pandemico – si legge nella mozione – è uno strumento essenziale per il contenimento e la gestione delle pandemie. Un patto tra gli Stati ne rafforza l’efficacia, attivando una rete di sinergie che, in un mondo globalizzato, consente di porre in essere azioni coerenti e mirate, finalizzate al miglior contenimento delle malattie trasmissibili a carattere pandemico”. “Nessuno si salva da solo – ribadisce il Comitato Centrale, citando le parole di Papa Francesco – e il Piano-Patto pandemico coinvolge in un’azione coordinata tutti gli Stati nell’affrontare una eventuale pandemia”. “In un mondo che ha la necessità di azioni coordinate in tema di salute – ricorda ancora l’organo di governo della Fnomceo– l’Oms rappresenta un’istituzione che realizza la cooperazione tra gli Stati e che, in tutti questi anni, ha consentito ai Paesi più fragili di fronteggiare situazioni di emergenza sanitaria, attraverso il sostegno e il contributo della comunità internazionale”. Per tutti questi motivi, il Comitato Centrale della Fnomceo chiede al Governo italiano “una ulteriore riflessione, anche al fine di una rivalutazione delle posizioni assunte, nonché di avviare un confronto con i rappresentanti istituzionali della Professione su queste tematiche, che incidono prepotentemente sulle modalità di esercizio professionale”.

Non abbiamo imparato la lezione

L’Italia è tra i paesi che ha registrato i più elevati livelli di mortalità da COVID 19, sia in termini assoluti – 200 mila morti -, sia in termini relativi – oltre 3mila morti per milione di abitanti, al pari di Regno Unito, USA e Brasile.

Altissimi livelli di mortalità si verificarono nel corso della prima ondata – tra marzo e giugno 2020 – e ciò fu attribuito all’ “effetto sorpresa”, al fatto che l’Italia, primo paese occidentale  ad essere investito dalla pandemia, si trovò del tutto impreparato ad affrontare la situazione: mancava tutto, dalle mascherine ai tamponi, dall’ossigeno alle terapie intensive, ma soprattutto mancava un’organizzazione di primo livello in grado si diagnosticare tempestivamente i casi, tracciare i contatti e provvedere – come si fa normalmente nelle epidemie respiratorie – a isolare i pazienti e  mettere in quarantena i contatti. Ciò non avvenne e i casi si riversarono nei pronto-soccorso ospedalieri generando una moltiplicazione di contagi all’interno dei reparti ospedalieri.

Ma ancora più letali si rivelarono le successive ondate: se infatti nella prima ondata – marzo-giugno 2020 – si contarono 34.767 decessi, nella seconda – ottobre 2020-febbraio 2021 – i morti furono 61.781.  Non si poteva più parlare di “effetto sorpresa”, né di mancanza di mascherine e tamponi. Continuava invece a mancare quasi ovunque una prima linea – un livello di cure primarie in grado di intercettare i casi, di poterli trattare a domicilio quando possibile. La medicina generale, così come era generalmente organizzata, non era in grado di svolgere questo compito, come fu chiaro quando – all’inizio della seconda ondata – si pose la questione dell’esecuzione dei tamponi da parte dei MMG. In un nostro post del novembre 2020  Medicina generale, Questione nazionale  si poteva leggere:

Tamponi dai medici di famiglia, siglato l’accordo. Saranno fatti negli studi o in altri spazi: 50mila tamponi rapidi antigenici al giorno tra medici e pediatri”. Così titolava Repubblica lo scorso 28 ottobre, riportando i termini di una intesa che prevede lo stanziamento di 30 milioni di euro, con 18 euro al professionista per ogni tampone fatto nel suo studio e 12 euro se il test viene somministrato in una struttura della Asl. A distanza di quasi un mese quell’accordo è rimasto di fatto lettera morta, applicato da un’esigua minoranza di medici, nonostante l’accordo prevedesse l’obbligatorietà della prestazione.. (…) Questa storia dei tamponi è infatti la dimostrazione che la medicina di famiglia italiana è una risorsa indisponibile nei momenti di massima difficoltà del SSN, come nel caso dell’attuale pandemia (e non dimentichiamoci che ci troviamo nella morsa di una doppia pandemia: da Covid e da malattie croniche). Tutto ciò – conseguenza di una storica arretratezza organizzativa e formativa – non è accettabile, non solo per il danno che provoca alla salute della popolazione, ma anche per il rispetto che si deve ai tanti giovani medici di famiglia che si affacciano alla professione e che si trovano a lavorare loro malgrado in condizioni proibitive”.

Quello che è successo dopo, nei mesi e negli anni a venire, è ben noto, almeno fino a un certo punto.

Solenni promesse che si sarebbe imparato la lezione, che i servizi territoriali sarebbero stati rafforzati,  poi l’arrivo dei fondi europei  del PNRR per finanziare i servizi territoriali, in particolare le Case della Comunità (già Case della Salute), infine l’approvazione, nel maggio 2022, del Decreto Ministro della salute 77 (Regolamento recante la definizione di modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel Servizio sanitario nazionale) che doveva rappresen­tare nelle intenzioni del governo di allora (primo ministro Mario Draghi, ministro della salute Rober­to Speranza) una nuova cornice strategica dell’assi­stenza territoriale, fondamentalmente basata sul Distretto (“luogo privilegiato di gestione e di coordinamento funzionale e organizzativo della rete dei servizi sociosanitari a valenza sanitaria e sanitari territoriali”) e sulle Case della Comunità, la sede naturale per l’attività multi-disciplinare e  multi-professionale degli operatori delle cure primarie: medici di famiglia, infermieri, specialisti, operatori sociale, “in modo da assicurare una risposta coordinata e continua ai bisogni della popolazione, l’uniformità dei livelli di assistenza e la pluralità dell’offerta”.

Sull’importanza delle Case della Salute nel corso della pandemia si erano espressi nel maggio 2022 decine di medici di famiglia toscani in una Lettera-aperta-al-Presidente-Giani:  “la pandemia ha dimostrato – ove ce ne fosse stato bisogno – la necessità e l’indubbia utilità delle Case della salute nel rafforzamento della Medicina generale e dei servizi territoriali. Grazie alla disponibilità di ampi spazi destinati ai servizi ambulatoriali e all’organizzazione multiprofessionale e multidisciplinare delle attività è stato possibile – anche nei momenti più critici – preservare la qualità delle cure, garantire la sicurezza dei pazienti ed effettuare con tempestività ed efficienza operazioni complesse come la vaccinazione Covid per i soggetti over 80“.

L’attuale governo Meloni non ha mai preso in se­ria considerazione il D.M. 77, anzi, per voce del sotto­segretario alla salute, Marcello Gemmato, l’ha aper­tamente e ripetutamente osteggiato particolarmente nella parte delle case della comunità, a cui – a detta del sottosegretario, farmacista di professione – sa­rebbe da preferire una rete di “farmacie dei servizi”. Ma, a parte le dichiarazioni di un sottosegretario (in pieno conflitto di interessi), il governo non ha alcuna strategia sulla sanità, se non quella di favorire la progressiva privatizzazione della sanità italiana e il ricorso a varie forme di assicurazione privata a fronte di un progressivo indebolimento dei servizi pubblici.

E non ha alcuna strategia nel rafforzamento delle cure primarie e e sullo sviluppo organico e nazionale delle Case della Comunità, assecondando la linea ultraconservatrice del principale sindacato dei medici di famiglia, la FIMMG, da sempre ostile alle Case della Salute prima e della Comunità poi, propagandate come una sorta di anticamera al rapporto di dipendenza dei MMG e quindi viste come il peggiore dei mali.

In conclusione, la lezione non è stata imparata. Anzi la situazione attuale è addirittura peggiorata rispetto all’inizio della pandemia, nel fatidico febbraio 2020.  La notizia dell’astensione dell’Italia nasconde una realtà ancora peggiore. 

Gavino Maciocco

25/5/2025 https://www.saluteinternazionale.info/

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