Nel deserto, contro la frontiera: Bob e i “Samaritans”. Un reportage dal confine tra Messico e Stati Uniti

Segnale incontrato al momento di entrare nell’area del deserto più vicina alla frontiera

Il deserto dell’Arizona, al confine con il Messico, è uno spazio sospeso, surreale, spezzato da una frontiera che non risparmia le vite di chi la sfida.
In questo reportage lo raccontiamo grazie a chi ogni giorno resiste e cammina accanto a chi la attraversa. Abbiamo raccolto la testimonianza di Bob Kee, membro dell’organizzazione The Samaritans, con sede a Tucson, in Arizona. Lo abbiamo accompagnato nel deserto.

Bob Kee presso un punto di deposito di cibo e acqua. Le fotografie del reportage sono di Andrea Miti

Il deserto

Il deserto di Sonora è uno dei luoghi più caldi e aridi del mondo. La natura resta in attesa delle rare piogge che cadono durante l’anno per poter sbocciare impetuosa, senza perdere neanche una goccia d’acqua. Nei giorni fortunati, si possono vedere fiori meravigliosi sbocciare tra agavi e cactus verdastri: una bellezza fragile, che si nasconde di nuovo nei periodi più secchi. In attesa.

Mappa che mostra l’area tra l’Arizona e lo stato messicano di Sonora, dove si trova Nogales e il deserto che abbiamo visitato con Bob Kee

Ma in questo deserto non ci sono solo piante e animali selvatici che devono risparmiare acqua e sopravvivere in un ambiente tanto estremo.

Da decenni, infatti, il deserto di Sonora è anche una via di passaggio per le persone migranti che cercano di attraversare il confine tra gli Stati Uniti e il Messico, nel tentativo di raggiungere i propri cari, trovare lavoro e migliori opportunità per sostenere le loro famiglie, o cercare protezione e sicurezza. Trafficanti di esseri umani, droga e merci controllano questo tratto di confine, tra lo stato messicano di Sonora e l’Arizona.

Nogales è la principale città di confine tra Sonora e Arizona, con una popolazione di circa 200.000 abitanti. Si tratta di un’area post-industriale bloccata lungo la frontiera, simile ad altre città di confine come Tijuana e Ciudad Juárez. Fabbriche, centri commerciali, quartieri impoveriti e zone residenziali circondano un piccolo centro urbano, plasmato dal traffico dei porti di frontiera e dalla vita di confine: bar, uffici di cambio, negozi per turisti, farmacie, ambulatori dentistici e medici.

Arizona-Sonora, stickers sul muro

Nogales è anche la città delle chimichangas, dei tacos de perro e dei burros percherones. La zona di confine con l’Arizona è, inoltre, una delle principali aree attraverso cui vengono contrabbandate armi dal territorio statunitense verso il Messico 1.

Il rafforzamento della “sicurezza” alle frontiere, la militarizzazione e il cambiamento delle politiche migratorie hanno storicamente ridotto, come in altre zone di confine, le possibilità di attraversare legalmente o in aree più sicure. In assenza di percorsi legali, il deserto finisce per sembrare una scommessa ragionevole.

Le piccole città di frontiera dei dintorni, spesso completamente in mano alla criminalità organizzata, vendono tutto ciò di cui le persone i movimento potrebbero aver bisogno per affrontare il viaggio: vestiti mimetici, taniche d’acqua nere (per renderle meno visibili) e speciali copri-scarpe in tessuto morbido, utili per non lasciare impronte. Chi decide di attraversare deve percorrere un’enorme area desertica senza attirare l’attenzione della Border Patrol (BP).

Queste taniche sono prodotte e fornite alle persone migranti direttamente dai cartelli nelle città di frontiera. Sono nere per evitare che siano viste dalla Border Patrol

Quando si chiudono le vie legali, le persone finiscono per pagare di più pur di attraversare il confine, e i profitti per i contrabbandieri e la criminalità organizzata aumentano. Il crimine organizzato, sotto forma di una complessa rete di complicità tra trafficanti e autorità di entrambi i lati della frontiera, controlla l’intera area. I contrabbandieri accompagnano le persone prive di documenti verso il loro destino negli Stati Uniti e, prima dei recenti cambiamenti, erano soliti condurle in zone dove la BP potesse trovarle, così che potessero dichiarare formalmente la richiesta d’asilo.

Dalle colline sul lato messicano, controllano i movimenti della BP e cambiano i percorsi per evitarli e ingannarli, in una sorta di gioco da tavolo, dove talvolta sembrano giocare nella stessa squadra. I ranchers sul lato statunitense affermano che i trafficanti di droga attraversano i loro campi. A volte, i migranti sono costretti a trasportare droga per poter pagare il viaggio, ma non esistono dati certi su quanto realmente questo accada.

Nel deserto si incontrano persone di ogni tipo, disposte a rischiare la vita: famiglie con bambini, donne sole, uomini soli e altri ancora. È abbastanza sicuro che non tutti trasportassero droga. Eppure, mentre i sostenitori del movimento MAGA (Make America Great Again) 2 attaccano centroamericani e sudamericani accusandoli di introdurre fentanyl 3 nel Paese, è risaputo che alcuni agenti corrotti della BP sono spesso coinvolti in queste attività illecite 4.

Molti ritengono che, se il governo statunitense volesse davvero fermare il traffico di esseri umani e di droga al confine, lo avrebbe già fatto. Questo fa pensare a un sistema contorto, in cui enormi profitti su entrambi i lati e la propaganda politica determinano le regole del gioco.

Il deserto è implacabile. È facile perdersi, ed il difficile è sopravvivere se non si è ben preparati a camminare per ore, su e giù tra rocce e colline polverose, con la speranza di raggiungere presto la fine del percorso.

Le persone in movimento spesso non hanno nemmeno le scarpe adatte, un dettaglio che può fare una differenza enorme. Ma il pericolo più grande resta la disidratazione: serve una quantità d’acqua enorme, impossibile da trasportare se si vuole avanzare in fretta e senza farsi notare.

Punto di deposito d’acqua. Spesso Vigilantes o Border Patrol distruggono i galloni d’acqua squarciandoli con un coltello, rendendoli inservibili

Come se non bastasse, i contrabbandieri possono tradire, abbandonando le persone nel deserto. Se sei lento, malato o ferito, il gruppo può semplicemente decidere di lasciarti indietro. Qua e là si trovano santuari, costruiti per ricordare coloro che non ce l’hanno fatta e i cui resti sono stati ritrovati.

Negli anni, sono stati raccolti oggetti di ogni tipo: fotografie di familiari e di dimore lasciate indietro, biberon con ancora latte all’interno, bottiglie di salsa piccante, persino tequila. Oggetti personali, regali destinati a chi avrebbe dovuto accogliere quei viaggiatori.

In questi ambienti aridi e ostili, ci sono persone, organizzazioni e collettivi che resistono, assumendosi la missione di restare sul campo per salvare vite umane, semplice come può sembrare.

Distribuiscono acqua e cibo in punti strategici, nel tentativo di offrire un aiuto concreto a chi si trova in difficoltà.

Abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Bob Kee, membro dell’organizzazione The Samaritans, con sede a Tucson, in Arizona, a un’ora di distanza da Nogales.
Lo abbiamo accompagnato nel deserto. Quella che segue è la sua testimonianza.

❝Ogni oggetto racconta una storia: di chi erano, cosa avevano lasciato e cosa speravano di trovare.
Storie di vite travolte da una morsa politica complessa, che non vede e non sente❞.

«Vivo a Tucson dal 1967. Per molto tempo non avevo idea di cosa stesse accadendo in tema di migrazione e della situazione al confine» – ci spiega Bob – «Ero completamente ignaro. Mi sono laureato, poi la vita è andata avanti: mi sono sposato, ho cresciuto la mia famiglia, e mi sono concentrato su questo.

Ho iniziato a fare volontariato con i “Samaritans” di Tucson nel dicembre del 2005, quando mi sono reso conto che qualcosa stava succedendo letteralmente nel nostro giardino di casa. “The Samaritans” sono un’organizzazione interamente composta da volontari.

Non abbiamo personale retribuito e ci affidiamo a una solida rete di donatori e membri della comunità per continuare il nostro lavoro. Esistiamo da molto più tempo di quanto avessimo previsto. Credevamo che la questione migratoria si sarebbe risolta nel giro di pochi anni, e che non sarebbe più stato necessario preoccuparsi delle persone nel deserto. Naturalmente, non è andata così.

Ricordo la prima volta che sono stata nel deserto. Ero con un amico geologo in pensione. Mi ha insegnato molto mentre mappava l’area di confine per i Samaritani usando il GPS. Così possiamo tornare sempre negli stessi punti per lasciare acqua, cibo e vestiti. Poco a poco ho iniziato a conoscere meglio la migrazione, la storia e l’enorme numero di persone che stavano morendo. È stato profondamente sconvolgente.

Credo che nel 2012 abbiamo iniziato a vedere un numero maggiore di donne. Poi, nel 2015-16, hanno cominciato ad arrivare intere famiglie, ed è diventata una presenza costante. Un numero crescente di migranti ha iniziato ad arrivare al confine, mettendosi in fila nei rifugi e nei centri di accoglienza, come la Kino Border Initiative a Nogales, in Messico. Inoltre, sempre più persone comparivano al muro per attraversare il deserto.

Abbiamo cominciato a vedere 400-500 persone al giorno che si presentavano al muro. Noi eravamo sempre là fuori. Abbiamo allestito un campo nel deserto, con diverse tende, acqua, casse di cibo e attrezzature per cucinare. La gente attraversa giusto dove finisce il muro o attraverso altri varchi: ce n’erano molti. I gruppi dei cartelli tagliano letteralmente pezzi di muro per far passare le persone.

Il muro

Il nostro obiettivo è essere presenti ogni giorno dell’anno. Le nostre attività includono la distribuzione di cibo, acqua e vestiti in luoghi designati, e l’assistenza diretta alle persone che incontriamo lungo il cammino. Ci coordiniamo con altri gruppi che svolgono attività simili, per coprire un’area più ampia possibile. Se incontriamo persone in pericolo, dobbiamo chiamare la Border Patrol per richiedere assistenza medica.

Il loro tentativo di entrare negli Stati Uniti potrebbe finire, ma è un intervento che può salvare loro la vita. Distribuiamo anche le cosiddette life straw cannucce di salvataggio: sono filtri che permettono di bere acqua contaminata, ad esempio dal fango o dalle pozze usate dal bestiame. Alcune persone si arrangiano costruendo filtri rudimentali con una maglietta, o usando una mezza tanica riempita di sabbia.

Ho trovato resti umani nel deserto, e non lo auguro a nessuno. Di fronte a qualcosa di tanto orribile, l’unica cosa che si può fare è cercare un lato positivo: almeno quei resti sono stati trovati, e si può sperare di avvisare la famiglia e restituirli.

Non riesco nemmeno a immaginare cosa significhi non sapere mai cosa sia successo a una persona cara. Questi sono solo quelli che riusciamo a trovare. Sappiamo che là fuori ce ne sono molti altri che non verranno mai ritrovati. È impressionante.

La figlia di un amico attraversò il confine molti anni fa, quando aveva 19 anni. Era in un gruppo di 43 persone, e 13 di loro morirono. Tre erano membri della sua stessa famiglia. Fu trasportata in elicottero in ospedale per salvarle la vita. È sopravvissuta. Oggi è molto attiva nel lavoro con le comunità di migranti.

Bandiere di preghiera lasciate nel campo dei Samaritans da migranti Nepalesi alcune settimane fa

Incontri

Il primo migrante che ho incontrato nel deserto è stato Oscar. Stava camminando lungo la strada. Gli abbiamo dato del cibo e dell’acqua e ci siamo seduti a parlare.

“Come stai?”
“Bene, ok”.
“Dove sei diretto?”
“California”
“Stai andando nella direzione sbagliata, stai tornando in Messico. Hai ancora una lunga strada da percorrere”

Oscar era in viaggio da tre giorni e si era perso. Stava vagando senza meta. Era esausto. Ci chiese se potevamo chiamare la BP. 

C’erano delle persone camminando lungo il fianco la collina. Uno dei ragazzi si era ferito gravemente al ginocchio. Sono rimasti fuori per quattro notti. Avevano acceso un fuoco vicino alla strada, sperando che qualcuno li trovasse, ma nessuno è arrivato fino a quel momento. Facevano parte di un gruppo più numeroso, ma quando il ragazzo si è ferito, gli altri proseguirono lasciandolo indietro. Solo il suo amico è rimasto con lui. Sapeva che, restando lì, probabilmente sarebbe stato arrestato o deportato, ma ha deciso comunque di non abbandonarlo.

Una volta ho incontrato due uomini provenienti dall’Honduras. Erano arrivati alla frontiera viaggiando su la Bestia, il treno merci. Erano coperti di polvere, sporchi per il lungo tragitto sui vagoni. Uno di loro mi disse: “Ho una famiglia, ho dei figli, e non riesco a farcela in Honduras. Dovrò trasportare con me droga perché non ho i soldi per pagarmi il viaggio. È l’unico modo in cui posso permettermelo“.

Faceva ciò che era costretto a fare, per sopravvivere e aiutare la sua famiglia. A quel punto, non aveva più alternative. Trasportare droga era probabilmente l’unica via che gli restava.

Abbiamo incontrato un ragazzo solo nel deserto e lo abbiamo aiutato. Circa un mese dopo, ho ricevuto questo messaggio:

Oh, ciao Roberto, sono nel New Jersey. Sto lavorando e, sai, volevo solo contattarti e ringraziarti per il tuo aiuto nel deserto.”

Ricordo che, durante una calda estate, incontrammo quattro persone sul ciglio della strada, lungo il muro. C’era una donna che non si sentiva bene. Li invitammo a salire in macchina per rinfrescarsi con l’aria condizionata: faceva un caldo tremendo.

Quell’estate la Border Patrol trovò molte persone in grande difficoltà a causa del caldo. Nel gruppo c’erano due fratelli di Puebla, Messico, che viaggiavano con un amico. Lungo il sentiero avevano incontrato la donna: era stata abbandonata dal suo gruppo perché troppo lenta. Probabilmente, quei tre uomini le hanno salvato la vita.

L’accampamento dei samaritans presso il muro. Inizialmente si trovava più vicino al limite estremo del muro, ma si è dovuto spostare per i piani di estensione del muro

Cosa sta succedendo ora nel deserto?

Quando Trump ha vinto le elezioni e sono arrivati tutti i recenti cambiamenti con i decreti, abbiamo dovuto fare un passo indietro per un momento. Dovevamo capire cosa stesse succedendo. Poi abbiamo deciso: saremmo rimasti là fuori. Le persone avrebbero continuato ad attraversare il deserto.

Attualmente, non esiste un modo legale per attraversare il confine ed entrare negli Stati Uniti per richiedere asilo. E tra queste persone potrebbero esserci donne, bambini, anziani. Nelle ultime settimane abbiamo incontrato persone provenienti dal Medio Oriente, dal Pakistan, dall’India, dal Nepal, direttamente al muro, e continuiamo a incontrare persone da Guatemala, Honduras, El Salvador e Messico.

C’è sempre questa retorica, anche prima dell’amministrazione Trump:  “Perché non lo fanno nel modo giusto, nel modo legale?”. Anche Biden ha reso le cose più difficili, con l’ordine esecutivo “final rule” dell’estate scorsa. Ma c’era ancora CBP 5, l’app per prenotare un appuntamento con Customs and Border Protection degli Stati Uniti. Le persone resistevano e aspettavano per vincere a quella crudele lotteria.

Molti dicevano: “Voglio farlo nel modo giusto, voglio farlo legalmente.

Ora non ci sono più vie legali. Restano ben poche opzioni. Temo che quest’estate ci saranno molte morti. È spaventoso.

Vigilantes

I sostenitori di Trump, a volte, sono i peggiori. Nel deserto incontriamo vigilantes. Di fatto, questi individui danno la caccia alle persone. Spesso sono mascherati, indossano giubbotti antiproiettile e portano armi. Ma se pensano davvero di fare qualcosa di giusto, perché non si fanno vedere in faccia? Forse si vergognano. Giocano a fare i soldati, ma con famiglie, persone disarmate e bambini.

A volte penso che mi piacerebbe portarli oltre il confine e presentarli ai cartelli messicani. Se la farebbero addosso. I vigilantes agiscono mossi da odio, ignoranza e razzismo. Spesso non sono neppure della zona: arrivano da fuori, si fermano una settimana, giocano, filmano video e scattano foto, e poi se ne vanno. Per loro è tutto un gioco.

Una volta abbiamo incontrato tre ragazzi lungo la strada. Non riuscivano ad andare oltre. Avevano i piedi pieni di vesciche, così li abbiamo medicati e abbiamo chiamato la BP. Abbiamo aspettato con loro, seduti, parlando nel buio. A un certo punto, abbiamo visto un furgone arrivare da una collina. Il mio compagno si è avvicinato per parlare con gli occupanti. Sono scesi: avevano pistole e fucili.

“Ehi, come va? Cosa state facendo?”
“Oh, siamo a caccia, sai, siamo solo a caccia”.

Avevano bevuto. Poi ci siamo accorti che nel retro del camion c’era una persona, un migrante. Abbiamo contattato di nuovo la Border Patrol per segnalare la situazione. Volevamo anche far capire ai “vigilantes” che stava arrivando qualcun altro.

“Perché non ci lasciate questo ragazzo, così la Border Patrol può prendere lui e gli altri tutti insieme?”

Siamo riusciti a convincerli a farlo scendere. Il ragazzo era traumatizzato, pieno di aculei di cactus. Sembrava lo avessero inseguito nel deserto. Ha cominciato a piangere. Lo abbiamo aiutato a togliere gli aculei, uno per uno.

Poliziotto buono, poliziotto cattivo, Border Patrol buono, Border Patrol cattivo

Ora il rischio di essere fermati dalla Border Patrol o da altre autorità è molto più alto. Prima dell’ultima chiusura sull’asilo, la BP era davvero a corto di risorse: molti agenti erano impegnati a intervistare i richiedenti asilo. Adesso invece passano molto più tempo nel deserto. Hanno più risorse: elicotteri, droni, telecamere, sensori nel terreno. Alcuni agenti possono essere gentili e ragionevoli, ma resta comunque difficile. Se vogliono fermarti, ti fermeranno.

Nel corso degli anni è aumentato il numero di agenti. All’inizio ci minacciavano, volevano arrestarci. Ma noi abbiamo continuato, non ci siamo fatti scoraggiare. Ricordo un’agente in particolare, che mi odiava. “Ti prenderò”, diceva. Non l’ha mai fatto.

Ci sono agenti che capiscono quello che stiamo facendo. A Sasabe, a ovest di Nogales, abbiamo creato un centro di aiuto per i migranti, dove offriamo cibo e servizi essenziali. Siamo stati lì per quasi due anni. La città era praticamente in mano al crimine organizzato. Erano sempre presenti. Ci lasciavano fare, ma solo entro certi limiti. Circa tre anni fa, le cose sono cambiate 6.

Ricordo molte auto della Border Patrol intorno a un negozio, sul lato statunitense della città, e tantissime persone che venivano da Sasabe, in Messico. Una suora che conoscevo mi disse: “Stiamo facendo attraversare le persone, non possono più restare a Sasabe”. Avevano tagliato il muro per far passare la gente. C’erano scontri tra gruppi dei cartelli, e le persone venivano ferite nel fuoco incrociato.

Ricordo bene che mentre aiutavamo la gente a passare, la BP non ci ha mai fermato. Al contrario, ci ha aiutati. Un agente, prima di andare via per il cambio turno, ci avvisò: “Ora me ne vado. Non so chi arriverà dopo di me. Quindi non so come verrete trattati”. Non lo dimenticherò mai.

Abbiamo sempre cercato di essere amichevoli con la Border Patrol. Devo dire che spesso abbiamo incontrato brave persone, che ci hanno permesso di continuare il nostro lavoro. Ne siamo grati. Credo che in qualche modo si possa lavorare insieme per salvare vite. Ma abbiamo incontrato anche agenti violenti, che aggredivano verbalmente o ingannavano i migranti per deportarli. E sono sicuro che alcuni agenti corrotti collaborano con i cartelli.

Cappello lasciato indietro appena all’altro lato della frontiera

Contrattacco

Penso che sempre più gruppi e organizzazioni inizieranno a farsi sentire, perché la situazione è diventata davvero insostenibile. Molte organizzazioni si oppongono ai nuovi ordini sull’immigrazione. Vogliono impedire all’ICE di portarsi via le persone. Ci uniremo, parteciperemo a marce, a proteste. Non credo che queste azioni siano inutili. Dobbiamo far sentire la nostra voce. Se restiamo in silenzio, allora la colpa è anche nostra.

Ricordo bene l’applicazione della legge SB 1070 in Arizona 7 . Fu un momento durissimo. Quella legge criminalizzava ancora di più le persone migranti e permetteva alla polizia di fare profiling razziale per le strade. Abbiamo cercato di combatterla.

Una volta, a Tucson, la polizia ha fermato due persone e ha chiamato la Border Patrol 8. Le stavano fermando solo per il colore della pelle. Siamo arrivati sul posto e abbiamo fatto cerchio intorno a loro, per proteggerli. Ma non è bastato. La BP è riuscita a portarli via comunque.

Nel frattempo, la polizia ha spruzzato spray al peperoncino ovunque. È stato brutale. Ora, con i nuovi ordini esecutivi e le nuove politiche, la situazione è ancora più pericolosa. Le persone possono più facilmente segnalare i migranti alla BP. Vogliono che tutti chiamino, che facciano rapporto.

Un senatore dell’Arizona ha persino proposto una legge per pagare una taglia agli agenti di polizia per ogni migrante arrestato. Fortunatamente, il governatore l’ha bloccata. Mettere una taglia sugli esseri umani è folle. Semplicemente folle 9.

Solo una settimana fa, a Tucson, una donna venezuelana era per strada con i suoi due figli. Qualcuno l’ha vista e ha chiamato la Border Patrol. Sono arrivati, l’hanno arrestata insieme ai bambini. L’hanno maltrattata verbalmente, non le hanno permesso di telefonare.

Lei spiegava che aveva altri due figli a casa, ma non c’è stato niente da fare. L’hanno fatta sparire per tre giorni, poi deportata in Messico. Là, le autorità l’hanno portata a Villa Hermosa, in Tabasco, a sud del paese 10.

Storie così accadono ogni giorno, e continueranno ad accadere. Non c’è protezione. Le famiglie continueranno a essere separate. Alle organizzazioni locali viene impedito di dare informazioni ai detenuti, e ai minori non accompagnati viene negata la rappresentanza legale. È una violazione dei diritti umani, dei diritti dei minori 11. È semplicemente terribile.

Ma continueremo a resistere. Come abbiamo sempre fatto. Le organizzazioni torneranno a unirsi, a organizzare marce e manifestazioni. C’è stata una marcia a Phoenix: 30.000 persone. È stato un evento enorme. La gente deve vedere che c’è resistenza. Perché sembra quasi che lo stesso governo stia facendo una rivoluzione contro l’umanità e contro i diritti.

Cannucce di salvataggio, life straw, per poter bere acqua dalle poche pozze che si trovano nel deserto. Una compagnia statunitense le produce e ne regala a organizzazioni come The Samaritans

Nessuna politica sulle vite umane

Credo sia davvero importante capire la verità. Oggi più che mai, abbiamo la responsabilità di verificare, di mettere in discussione, di non accettare le cose per abitudine o per comodità. Troppe persone credono solo a ciò che vogliono credere. Oppure evitano la verità perché è scomoda, perché è pesante da sopportare. Ma la verità resta lì, anche se si volta lo sguardo.

Credo che là fuori ci siano tante persone che non sono estremiste, né razziste o suprematiste, ma che devono comunque svegliarsi. Parte di questo risveglio passa dalla consapevolezza storica. Dobbiamo capire quale ruolo hanno avuto gli Stati Uniti in Paesi come El Salvador, il Guatemala e altri ancora.

Sono nazioni che hanno lottato, che stanno ancora cercando di riprendersi. E noi, come cittadini statunitensi, abbiamo la responsabilità morale di conoscere questa storia.  Perché è collegata, direttamente, alla crisi migratoria che vediamo oggi.

Mi chiedo spesso: Come possiamo far sì che le persone vedano i migranti come esseri umani, e non solo come numeri o problemi da risolvere? Una volta che riconosci la loro umanità, non puoi, in coscienza, votare per qualcuno che vuole dividerli, deportarli, inseguirli come fossero prede. Ma è esattamente questo che fanno molte delle politiche di estrema destra: disumanizzano, rendono più facile dimenticare che si tratta di vite reali, con volti, famiglie, paure e speranze.

Credo anche che, al di là dei partiti e delle ideologie, dobbiamo continuare a parlare. C’è un tizio che affitta un terreno al confine per il suo ranch. È un sostenitore convinto di Trump. Parlare con lui non è facile. Ma lo faccio comunque. Perché dobbiamo parlare.

Alla fine della giornata, quello che facciamo, lasciare acqua e cibo nel deserto, non dovrebbe essere “politico”. Stiamo solo cercando di salvare delle vite. Dovrebbe essere semplice. Così semplice. E c’è una cosa che abbiamo in comune, io e quel ranchero: nessuno dei due vuole che la gente muoia nel deserto.

Su questo siamo d’accordo. E da lì, da quella base umana, forse si può costruire altro. Forse si può trovare altro terreno comune. Salvare vite non dovrebbe mai essere una questione politica. Quello che facciamo, lasciare acqua, cibo, dare aiuto, non dovrebbe essere una dichiarazione politica. Dovrebbe essere semplicemente umano».

Il muro che separa gli Stati Uniti dal Messico. In basso si osserva il punto in cui finisce, lasciando solo filo spinato e ostacoli metallici a separare i due paesi. Questo è un punto di attraversamento comune
  1. Si veda il progetto Stop US Arms to Mexico. Un recente rapporto di questa organizzazione fornisce nuovi indizi sul fiorente traffico illegale di armi. ↩︎
  2. L’illuminismo oscuro e il tecnofascismo americano: le radici ideologiche del movimento MAGA, Valigia Blu (maggio 2025) ↩︎
  3. Il fentanyl, noto anche come fentanil o fentanile, è un farmaco approvato ad alto potere analgesico. Appartiene alla classe delle 4-anilidopiperidine, oppioide prodotto da sintesi chimica. Fonte: Wikipedia ↩︎
  4. 2 US border inspectors are charged with taking bribes to wave in people without documents, AP (aprile 2025) ↩︎
  5. One Biden’s new executive order denies asylum claims to most migrants crossing the border unlawfully – NPR (giugno 2024) ↩︎
  6. War between drug cartels forcing residents of Mexican border town to flee into Arizona – Arizona’s Family (2023) ↩︎
  7. SB 1070: A legacy of fear, divisiveness and fulfillment – AZcentral ↩︎
  8. Qui per approfondire ↩︎
  9. AZ lawmakers want to give law enforcement a ‘bounty’ for catching undocumented migrants – KJZZ (febbraio 2025) ↩︎
  10. Venezuelan migrant mother and two children deported to México just hours after Tucson traffic stop – Arizona Luminaria (febbraio 2025) ↩︎
  11. Florence Project Denounces Trump Administration’s Near Total Shutdown of Legal Services for Immigrant Children – Florence Project (gennaio 2025) ↩︎

Andrea Miti

23/5/2025 https://www.meltingpot.org/

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