La Francia in fiamme: anatomia di una nuova rabbia

Le fiamme che hanno avvolto la facciata di un palazzo parigino il 10 settembre non erano solo il risultato di uno scontro di piazza, ma il simbolo ardente di una Francia febbricitante, attraversata da una rabbia sociale che ha cambiato pelle. La giornata “Blocchiamo Tutto”, pur non arrivando a paralizzare la nazione come minacciava il suo slogan, ha messo a nudo l’anima di una nuova contestazione: più giovane, più istruita e inequivocabilmente politica. Liquidarla come una semplice riedizione dei “Gilet Gialli” sarebbe un errore di analisi profondo e pericoloso per un governo che naviga a vista in una crisi perenne.

Il primo, fondamentale, carattere distintivo del movimento “Blocchiamo Tutto” è la sua chiara e quasi monolitica connotazione politica. Se i Gilet Gialli del 2018 traevano la loro forza dirompente da una base politicamente trasversale e spesso “apolitica”, radicata nella Francia delle periferie e delle campagne, la mobilitazione del 10 settembre parla un’altra lingua. Uno studio della Fondation Jean-Jaurès ha tracciato un identikit inequivocabile: il 69% dei suoi sostenitori ha votato per Jean-Luc Mélenchon alle presidenziali del 2022. Questo non è un dettaglio, ma il DNA del movimento. È una rivolta che non nasce da una generica insofferenza fiscale, ma da una precisa visione del mondo, ancorata alla sinistra radicale, che si oppone frontalmente al modello economico e sociale incarnato da Emmanuel Macron. I valori dei manifestanti sono quelli della redistribuzione della ricchezza, della lotta alle disuguaglianze e dell’accoglienza. Questa coerenza ideologica è al contempo la sua forza e la sua debolezza: da un lato mobilita una base convinta e combattiva, dall’altro la rende facilmente etichettabile e isolabile dal governo come un’azione di “ultra-sinistra”, limitandone l’appeal verso altri segmenti della popolazione scontenta.   

Qui emerge la seconda, cruciale differenza con i Gilet Gialli: il profilo sociologico. Le piazze del 10 settembre erano popolate da un’ondata di giovani, studenti liceali e universitari, che hanno costituito la fanteria della protesta. I blocchi di decine di licei in tutto il paese non sono stati un contorno, ma uno degli epicentri della mobilitazione. Si tratta di una generazione istruita, cresciuta nell’era della precarietà e della crisi climatica, la cui rabbia non è solo economica, ma esistenziale. La loro richiesta non è un aggiustamento di rotta, ma una rottura sistemica. L’obiettivo dichiarato, urlato nelle strade di Parigi, Lione e Marsiglia, non era negoziare con il governo, ma abbatterlo. Lo slogan “Macron démission” non era una semplice provocazione, ma il cuore della loro piattaforma politica, la condizione necessaria per qualsiasi cambiamento.   

Questa natura radicale spiega anche il complesso e fratturato rapporto con le forze politiche e sindacali tradizionali. Il movimento ha trovato un potente sponsor politico in La France Insoumise di Mélenchon, che ha visto nella piazza l’opportunità di capitalizzare la crisi di governo e dare uno sbocco politico alla rabbia sociale. Anche altri partiti di sinistra hanno offerto il loro appoggio, seppur con meno enfasi. Ma è nel mondo sindacale che si è consumata la divisione più significativa. Mentre alcune federazioni combattive della CGT e di Force Ouvrière hanno aderito con convinzione, chiamando allo sciopero , il primo sindacato di Francia, la CFDT, ha scelto di sfilarsi. La motivazione è strategica: la CFDT ha rifiutato le tattiche più radicali come i blocchi e ha voluto marcare la propria indipendenza da un movimento percepito come eccessivamente politicizzato e strumentalizzato da LFI. Questa spaccatura è stata un regalo per l’esecutivo, che ha potuto affrontare un fronte di opposizione diviso.   

Nonostante la mancata paralisi, la mobilitazione nelle grandi città è stata imponente e a tratti violenta, a testimonianza dell’intensità del malcontento. Parigi è stata teatro di una guerriglia urbana a bassa intensità, con il tentato assalto alla Gare du Nord, scontri a Châtelet e l’incendio che ha segnato la giornata. A Lione, Marsiglia, Nantes e Rennes si sono viste scene simili, con barricate, lanci di oggetti e la dura risposta delle forze dell’ordine. Queste immagini, diffuse viralmente, hanno raggiunto l’obiettivo di mostrare un paese sull’orlo di una crisi di nervi.   

Ora, lo sguardo è rivolto al futuro immediato. La giornata del 10 settembre è stata definita dalla CGT “una prima tappa riuscita”. La vera partita si giocherà tra pochi giorni, con lo sciopero generale intersindacale convocato per il 18 settembre. Qui si pone la domanda cruciale: avverrà la “saldatura” tra la rabbia spontanea, giovane e ideologica del 10 settembre e la forza organizzata e più tradizionale del sindacalismo confederale? Se queste due anime della protesta riusciranno a convergere, il governo di Macron si troverà ad affrontare l’autunno più caldo del suo mandato. Se invece la divisione strategica e culturale tra la piazza “insoumise” e le centrali sindacali più moderate prevarrà, il Presidente potrebbe riuscire ancora una volta a dividere per governare. La giornata del 10 settembre ha acceso una miccia. Il 18 settembre ci dirà se questa miccia è collegata a un barile di polvere da sparo.   Noi stiamo con i rivoltosi. 

Marco Nesci

12/9/2025 https://www.apcinkiesta.it/

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