La tregua come farsa. Il nuovo mercato della pace a Gaza.
Da Freedom Flotilla Coalition – Italia Guardate in fondo all’articolo il video con la testimonianza di Vincenzo Fullon
A parte il relativo e momentaneo sollievo della popolazione palestinese, quella che oggi viene chiamata “tregua” non è che una messinscena ben calibrata, utile a ripulire le coscienze e a predisporre il terreno per nuovi affari.
Un’operazione di facciata, orchestrata dai medesimi poteri che hanno reso possibile il genocidio e che ora si preparano a lucrare sulla ricostruzione.
Gli accordi non prevedono il ritiro dell’esercito israeliano, ma un semplice spostamento delle truppe: Gaza resta sotto occupazione, con i valichi controllati da Israele e gli aiuti umanitari filtrati dai suoi stessi canali.
Non esiste alcun corridoio umanitario libero e permanente. L’illusione del “cessate il fuoco” serve solo a ripristinare l’immagine di un Occidente pacificatore, dopo due anni di sterminio e devastazione.
È la vecchia strategia del dominio travestito da benevolenza. Si concede una tregua non per fermare la violenza, ma per renderla più efficiente, più digeribile, più redditizia. Mentre i fondi per la “ricostruzione” vengono già spartiti tra le stesse imprese che forniscono armi, cemento e tecnologia militare, a Gaza si continua a morire: sette palestinesi uccisi oggi, nove ieri, in violazione di una pace mai nata.
Nessuno lo dice nei titoli dei giornali. Non lo vediamo nei notiziari, nei commenti dei “moderati”, negli editoriali che applaudono l’ennesima “svolta storica”. Perché questa tregua serve anche a chi deve tacere, a chi deve coprire l’abisso morale che si spalanca tra le parole e i fatti. I media occidentali celebrano la “liberazione degli ostaggi” e tacciono le esecuzioni, la fame, l’occupazione che continua sotto altre forme.
Il cosiddetto “piano di pace”, firmato sotto l’egida di Donald Trump e gestito da potenti lobby politico-economiche, non è che la prosecuzione del progetto coloniale israeliano con altri mezzi. Un accordo che garantisce la totale impunità ai responsabili del genocidio — Netanyahu, i generali, e i governi occidentali che lo hanno sostenuto, compreso quello italiano, unico in Europa a non riconoscere lo Stato di Palestina. Giorgia Meloni, Tajani e Crosetto non solo hanno fornito armi e intelligence a Israele, ma ne difendono tuttora l’operato davanti al mondo, nel silenzio complice delle istituzioni europee.
Di fronte a questa farsa, parlare di pace senza parlare di liberazione è un inganno. La pace non esiste finché un popolo vive in catene, senza diritto all’autodeterminazione.
Ci vorranno decenni per restituire a Gaza dignità, lavoro, vita. Ma il tempo della ricostruzione non deve diventare il tempo del profitto per le stesse mani che hanno distrutto.
Chi oggi celebra la “normalizzazione” ignora che la tregua è lo strumento perfetto per un genocidio a fuoco lento: per completare la pulizia etnica in Cisgiordania, per consolidare l’occupazione, per cancellare la memoria viva della resistenza.
È la “pace dei vincitori”, quella che impone silenzio e riconoscenza a chi è stato spogliato di tutto.
Per questo non possiamo fermarci.
Le piazze, le scuole, le università, i porti e le fabbriche devono continuare a parlare, a opporsi, a boicottare.
Non ci sarà pace senza giustizia, né giustizia senza che i responsabili — politici, militari ed economici — siano processati per i crimini commessi contro l’umanità.
E soprattutto, non ci sarà futuro se non continueremo a gridare che la pace non si costruisce sopra le macerie di un popolo, ma insieme a chi da quelle macerie ha il diritto di risorgere.
17/10/2025 https://www.anbamed.it/










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