Gaza sotto ricatto: il piano di pace che non è pace
Contrariamente a quanto affermato con sdegno da Giorgia Meloni – sia in modalità “urlatrice”, memore dei tempi dell’opposizione, che nella versione a lei più consona, fatta di arroganza e minacce neanche troppo velate – io resto convinto che le piazze, in Italia e nel mondo, abbiano comunque contribuito, con tutti i loro limiti, a quello che è stato pomposamente definito il “Piano di pace” di Trump. Altrettanto poco convincenti il coro pappagallesco dei fedeli alleati di governo di Meloni, i compiacenti editoriali di ben noti “pennivendoli” (della prima come dell’ultima ora), le più strampalate elucubrazioni di tanti “commentatori allineati” e l’inconsapevole contributo di quanti – da sinistra – hanno finito con lo svolgere funzioni da “utili idioti”.
Ne sono certo perché, in assoluta discordanza con le dichiarazioni della Premier (ancora una volta, e non sarà l’ultima), tra coloro che finalmente riempivano le piazze – persino oltre Atlantico – non c’erano solo i soliti “provocatori” da esibire in TV e sui media compiacenti. Troppo spesso, infatti, si è preferito immortalare le gesta infami di pochi “spaccavetrine”, pur di oscurare la partecipazione di centinaia di migliaia di giovani – e non solo – che volevano riaffermare la propria capacità di farsi sentire, tentando di infrangere quella cappa di silenzio e assuefazione tanto cara ai loro governanti. In questo senso, le piazze, da sempre, rappresentano molto più di uno sfogo collettivo: sono il termometro della coscienza civile, il luogo dove l’indignazione si trasforma in presenza, dove il dissenso prende forma visibile. E nel contesto israelo-palestinese, questa presenza ha assunto un valore ancora più profondo. Quando centinaia di migliaia di persone si radunano per denunciare l’occupazione, la violenza, l’ingiustizia, non stanno semplicemente “protestando”: stanno opponendosi a una narrazione dominante che tenta di ridurre il conflitto a una questione di sicurezza, ignorando decenni di soprusi, espropri, discriminazioni.
In Italia, in particolare, la narrazione mediatica delle manifestazioni pro-Palestina è stata parziale e orientata. I grandi quotidiani (e le reti televisive) si sono concentrati su episodi marginali di tensione, ignorando la dimensione pacifica e partecipata delle proteste. Questo meccanismo non è nuovo: già durante le mobilitazioni contro la guerra in Iraq nel 2003, i media italiani privilegiarono le immagini di scontri e disordini, oscurando le ragioni politiche e morali della protesta. Cosicché le piazze vengono descritte come raduni di estremisti, mentre le voci moderate e i contenuti delle rivendicazioni vengono ignorati. Il risultato è la criminalizzazione del dissenso che, nel nostro caso, trasforma ogni critica alla politica israeliana in un’accusa di antisemitismo e impedisce un dibattito serio e informato.
Intanto, a livello internazionale, le manifestazioni pro-Palestina avevano già assunto una portata imponente. Secondo dati recenti, dall’inizio dell’intervento a Gaza si sono svolti oltre 42.000 eventi e proteste in più di 700 città europee. In Paesi come Spagna, Irlanda e Norvegia, si è arrivati a riconoscere formalmente lo Stato di Palestina o a sospendere accordi con Israele. Negli Stati Uniti, le proteste universitarie – ampiamente documentate da testate quali The Guardian, Al Jazeera e New York Times – hanno avuto un impatto significativo: studenti di Harvard, Columbia e UCLA hanno occupato campus e chiesto il disinvestimento da aziende legate all’industria bellica israeliana. Persino in Israele, una parte della società civile ha iniziato a manifestare contro la guerra e contro il governo Netanyahu, temendo l’isolamento internazionale e la perdita di legittimità morale.
Evidente, quindi, come le piazze non siano un fenomeno isolato, ma parte di una mobilitazione globale che mette in discussione l’impunità e la narrazione dominante. Non a caso, hanno finito con il rappresentare uno degli ultimi spazi di dissenso reale in un contesto politico sempre più polarizzato. Nel conflitto israelo-palestinese, esse hanno svolto, a mio parere, una funzione fondamentale: rompere la narrazione binaria di “buoni contro cattivi” e riportare al centro i diritti umani, il diritto internazionale e la memoria storica.
Concludo queste prime considerazioni riportando ciò che ha scritto Edward Said:” La questione palestinese è una lotta per la narrazione, prima ancora che per il territorio”. E le piazze, oggi, finiscono con il rappresentare il luogo dove quella narrazione viene difesa, ricostruita e gridata.
A partire dal fatto che, contrariamente alla narrazione dominante, la questione palestinese non nasce il 7 ottobre 2023, ma affonda le radici nel mandato britannico, nella spartizione ONU del 1947, nella Nakba del 1948 e nell’occupazione dei territori palestinesi dopo il 1967. Ignorare questo significa legittimare una visione parziale e ideologica della storia, che giustifica ogni azione in nome della sicurezza.
Ciò detto, reputo opportuno chiarire meglio le mie numerose perplessità relativamente all’iniziativa trumpiana.
Se davvero si volesse parlare di “pace”, bisognerebbe partire dal linguaggio. E il linguaggio scelto da Donald Trump nel suo cosiddetto “Piano di pace” per Gaza, presentato come una soluzione definitiva al conflitto israelo-palestinese, si rivela – a uno sguardo critico – un documento sbilanciato, coercitivo e profondamente iniquo. Più che una proposta negoziale, si tratta di un ultimatum: “Rilasciate gli ostaggi, altrimenti Gaza sarà rasa al suolo.” Un messaggio che riecheggia le logiche intimidatorie del crimine organizzato, in stile Don Vito Corleone: “Ti farò un’offerta che non potrai rifiutare”.
Questa retorica non è nuova. Già nel 2020, Trump aveva presentato il piano “Peace to Prosperity”, redatto con l’allora consigliere Jared Kushner. Il documento prevedeva:
- L’annessione da parte di Israele di circa il 30% della Cisgiordania.
- La creazione di uno Stato palestinese frammentato, senza continuità territoriale.
- Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale “indivisibile” di Israele.
- La rinuncia al diritto al ritorno per i profughi palestinesi.
Il piano fu immediatamente respinto dalla leadership palestinese, che lo definì “una trappola diplomatica” e “un insulto alla dignità nazionale”. Anche l’Unione Europea espresse forti riserve, sottolineando che qualsiasi soluzione deve basarsi sulle risoluzioni ONU e sul principio dei due Stati.
Oggi Trump ha rilanciato un nuovo piano, sostenuto da Benjamin Netanyahu e da Tony Blair. Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano e Fanpage, il piano prevede:
- La consegna degli ostaggi da parte di Hamas come condizione preliminare.
- La gestione di Gaza da parte di un’amministrazione internazionale, senza coinvolgimento palestinese.
- La promessa di “pace eterna” solo in caso di disarmo totale e accettazione delle condizioni israeliane.
In definitiva,” il Piano contiene molte cose che non quadrano” e “sorvola sul futuro del popolo palestinese”, secondo il giudizio del Fatto Quotidiano. Mentre Fanpage lo definisce:” un calice avvelenato”.
In effetti, questo approccio ignora completamente il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese e ripropone una logica coloniale: decidere il destino di Gaza senza consultare chi la abita. Quindi: parlare di “pace” è fuorviante.
Come ha scritto lo storico Rashid Khalidi: “Ogni piano che ignora la realtà dell’occupazione e della resistenza è destinato al fallimento”. La pace non può essere imposta con minacce, né può prescindere dal riconoscimento dei diritti fondamentali. Il diritto internazionale – dalla Quarta Convenzione di Ginevra alla Risoluzione ONU 242 – stabilisce chiaramente che l’occupazione dei territori palestinesi è illegittima e che ogni soluzione deve prevedere il ritiro israeliano e il riconoscimento reciproco.
Ecco che il cosiddetto “Piano di pace” di Trump non è che l’ennesima dimostrazione di come la diplomazia, quando piegata agli interessi di potenza, smetta di essere strumento di dialogo e diventi arma di pressione. Parlare di pace senza giustizia, senza memoria, senza riconoscimento reciproco, significa perpetuare il conflitto sotto nuove forme.
Le piazze, in questo scenario, non sono solo luoghi di protesta: diventano spazi di verità. Sono il tentativo collettivo di rompere il silenzio, di opporsi alla narrazione dominante, di riaffermare che la storia non può essere riscritta a colpi di ultimatum. E che nessuna “offerta” sarà mai accettabile se non contempla la dignità di tutti i popoli coinvolti.
Come ha scritto Mahmoud Darwish, poeta palestinese: “Siamo ciò che facciamo per cambiare ciò che siamo.” E oggi, più che mai, il cambiamento passa anche dalla voce delle piazze, dalla forza del dissenso, dalla volontà di non accettare l’ingiustizia come normalità.
A completare il quadro già drammatico vi è la situazione umanitaria a Gaza, che nel 2025 ha raggiunto livelli definiti “catastrofici” da numerose agenzie internazionali. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, dall’inizio dell’intervento israeliano del 7 ottobre 2023, oltre 61.000 palestinesi sono stati uccisi e più di 151.000 feriti, con una percentuale altissima di vittime civili, tra cui donne e bambini. La distruzione delle infrastrutture è pressoché totale: la Valutazione Rapida Intermedia dei Danni e dei Bisogni (IRDNA), condotta da ONU, UE e Banca Mondiale, ha stimato che il 90% delle strutture civili di Gaza è stato distrutto. Ospedali, scuole, impianti idrici ed elettrici sono stati colpiti, rendendo impossibile la vita quotidiana per milioni di persone. Dal marzo 2025, nessun convoglio dell’UNRWA ha potuto consegnare cibo, medicine o beni essenziali. Gaza è rimasta oltre 150 giorni senza aiuti umanitari, con malnutrizione infantile in aumento e decine di morti al giorno per fame. Secondo il World Food Programme e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, migliaia di persone – soprattutto bambini – sono a rischio di morte per fame e malattie facilmente curabili. A tutto questo si aggiunge il blocco totale imposto da Israele, che dal 2007 limita la circolazione di beni e persone. L’escalation del conflitto ha aggravato ulteriormente la situazione, con intere città rase al suolo e famiglie costrette a vivere tra le macerie, senza acqua potabile, elettricità né assistenza medica. In questo contesto, parlare di “pace” senza affrontare la crisi umanitaria significa ignorare deliberatamente la realtà.
Per concludere, nonostante il clima di sfiducia e la retorica muscolare che domina il dibattito internazionale ed il nostro confronto interno, resta una certezza: la storia non è mai scritta una volta per tutte. Anche quando tutto sembra perduto, anche quando il potere si mostra arrogante ed invincibile, esistono crepe nel muro. Hitler sembrava inarrestabile, eppure è caduto. I regimi più feroci hanno sempre avuto un punto di rottura. In questo senso, la speranza – per quanto fragile – è ciò che ci impedisce di arrenderci all’inevitabile. È il filo che collega la memoria alla possibilità di cambiamento. E finché ci sarà chi rifiuta di accettare l’ingiustizia come normalità, chi continua a interrogarsi, a resistere, a immaginare un futuro diverso, allora non tutto è perduto!
Renato Fioretti
Collaboratore redazione di Lavoro e Salute
18/10/2025










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