Gaza, la pulizia etnica non è una novità
Vecchi documenti Onu, declassificati su richiesta dell’autore, e vari articoli della stampa israeliana, ricordano i progetti di espulsione dalla Striscia dopo la guerra dei Sei giorni. In cui già si parlava di trasformarla in «riviera di villeggiatura»
«Netanyahu discuterà il piano per l’‘emigrazione volontaria’ dei gazawi a partire dal mese prossimo» (Times of Israel, 12 settembre 2025)
«Un piano del Ministero della Difesa discusso durante una riunione consentirebbe ai gazawi che lo scelgono di lasciare la Striscia via mare o via aerea […] Israele stava conducendo colloqui con il Sud Sudan, la Libia, l’Uganda e il Somaliland […] ’Fatelo […] è la missione del momento’, ha detto il ministro della Sicurezza nazionale Ben Gvir». Il piano del Ministero della Difesa rifletteva il documento programmatico del Ministero dell’Intelligence del 13 ottobre 2023: «L’evacuazione della popolazione civile da Gaza», che contava sugli Stati uniti per «aiutare a promuovere l’iniziativa in molti paesi, anche esercitando pressioni». La linea suggerita da adottare con la popolazione sarebbe stata: «Allah vi ha fatto perdere la vostra terra a causa della leadership di Hamas. Non c’è altra scelta che trasferirsi in un altro luogo». (30 ottobre 2023 +972 Magazine)
«L’adesione pubblica di Netanyahu al progetto è arrivata dopo che il presidente degli Stati uniti Trump ha annunciato a febbraio un piano per conquistare Gaza, espellere definitivamente i suoi abitanti e ricostruirla come una Riviera del Medio Oriente. A seguito dell’annuncio di Trump, il ministro della Difesa Katz aveva annunciato a febbraio la creazione di una direzione della Difesa incaricata di consentire ai palestinesi di ‘emigrare volontariamente da Gaza’». (Times of Israel, 12 settembre 2025)
Il piano del governo israeliano del 2025 per la pulizia etnica a Gaza non è certo una novità, ma viene considerato dai palestinesi come l’ultimo capitolo della loro Nakba (Catastrofe). La Nakba si riferisce agli effetti della guerra del 1948, quando 750.000 persone furono espulse dal nuovo Stato di Israele. Molti fuggirono nella Striscia di Gaza sotto il controllo egiziano. Nel 1967, dopo la guerra dei Sei giorni, quando Israele occupò Gaza, il gabinetto rifletté su come effettuare la pulizia etnica della Striscia. Oggi si tratta di tornare indietro di sessant’anni, come spiegava nel 2024 il quotidiano Haaretz: «Il 25 giugno 1967 il ministro della Difesa Moshe Dayan disse al gabinetto israeliano: ‘Se espelliamo 300.000 rifugiati da Gaza verso altri luoghi, potremo annettere Gaza’. Il ministro Yosef Sapir concordò: ‘Dovremmo portarli nella Cisgiordania per il collo e gettarli lì’. Nel dicembre 1967 il primo ministro Levi Eshkol chiarì: ‘Il nostro obiettivo è svuotare Gaza. Pertanto, lasceremo prima partire gli arabi di Gaza’. Il 31 dicembre 1967 il primo ministro Eshkol rivelò: ‘Sono impegnato nella creazione di un’unità o di una squadra che si occupi di incoraggiare l’emigrazione degli arabi da lì [Gaza] […] chissà, forse possiamo aspettarci un’altra guerra e allora il problema potrà essere risolto» (Haaretz, 5 dicembre 2024)
Nel 1968 alcuni israeliani con esperienza nel campo della sicurezza e che conoscevano bene la società araba furono inviati direttamente nei centri abitati di Gaza per convincere i loro leader a incoraggiare la partenza volontaria. Tutti i mukhtar di Jabalia furono convocati in piccoli gruppi nell’ufficio passaporti, dove furono accolti da un israeliano che si faceva chiamare Abu Yusef. Egli disse loro che le autorità israeliane «stavano progettando di facilitare il trasferimento dei rifugiati nella Cisgiordania [Giordania], dove c’era più spazio disponibile e dove le condizioni di vita a Jabalia erano molto precarie. Vogliamo consigliare ai mukhtar di trasferirsi». (Archivi delle Nazioni Unite: Dag 1 / 2.5 scatola 9 fascicolo «Jabalia», 13 luglio 1968 Dichiarazione di due muktar).
I mukhtar informarono l’israeliano che i rifugiati del 1948 non avevano alcun desiderio di partire per la Giordania, ma Abu Yusef rispose che l’area di Jabalia sarebbe diventata una zona militare e che alla fine sarebbero stati costretti a trasferirsi. Disse loro che avrebbero dovuto dire alla loro gente di andare in Giordania o in Egitto perché se fossero rimasti a Jabalia se ne sarebbero pentiti.
Come si legge ancora negli archivi Onu, il 10 luglio 1968 i funzionari israeliani convocarono nuovamente i mukhtar del campo di Jabalia e chiesero loro di collaborare per «indurre i rifugiati del campo di Jabalia a emigrare». Richiesero in particolare i nomi delle famiglie in cui il marito era all’estero allo scoppio della guerra dei Sei Giorni, lasciando il resto della famiglia nel campo. Queste donne, bambini e anziani sarebbero stati i primi a essere deportati, con il trasporto pagato dagli israeliani. I mukhtar inizialmente opposero resistenza, ma furono minacciati di perdere la loro posizione o addirittura di finire in prigione se si fossero rifiutati di collaborare, quindi la maggior parte di loro consegnò con riluttanza le liste delle famiglie in cui mancavano i mariti. Gli israeliani indicarono che erano «disposti a pagare di più per il trasferimento di famiglie complete con il capofamiglia». Sottolinearono che alla fine tutti i rifugiati avrebbero dovuto lasciare Gaza; la deportazione di donne e bambini era solo l’inizio.
Quando alle donne fu detto di prepararsi alla partenza, manifestarono, si strapparono i capelli e i vestiti, gridarono e maledissero i mukhtar, che definirono traditori e accusarono di averle vendute agli israeliani. Alcune donne presentarono proteste all’Unrwa, chiedendo loro di intercedere presso le autorità israeliane. Alcune hanno persino assunto un avvocato, che ha presentato alle autorità israeliane una memoria legale in cui si affermava, si legge ancora negli archivi, che «la deportazione dal territorio occupato verso territori di altri Stati è vietata da tutti gli accordi internazionali e da tutte le leggi ed è contraria alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e alla Carta dei Diritti Umani». La memoria legale citava l’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra, firmata da Israele, che vieta la deportazione dal territorio occupato.
Le autorità dell’Unrwa erano molto preoccupate per i tentativi israeliani di deportare gran parte dei rifugiati di Gaza, ovvero 330.000 dei 434.000 palestinesi presenti nella Striscia. Il 23 luglio 1968 il Commissario generale dell’Unrwa, Lawrence Michelmore, riferì al Segretariato delle Nazioni Unite che il trasferimento dei residenti di Gaza verso la Cisgiordania, che era diminuito notevolmente nei mesi di maggio e giugno, era risalito a un centinaio di persone al giorno in quel mese. Questa emigrazione non era volontaria. Il 27 un gruppo di cinquantasette abitanti della Striscia di Gaza cercò rifugio in Giordania, dopo aver attraversato la Cisgiordania. Nelle loro testimonianze, riportate nei documenti delle Nazioni unite S) 1117), denunciarono il trattamento disumano a cui erano stati sottoposti dalle autorità israeliane.
Lo stesso giorno Michelmore fornì al Segretariato delle Nazioni Unite la sua analisi della politica israeliana: «la nostra sensazione generale è che il governo [israeliano] sia disposto a incoraggiare questo movimento con pagamenti in denaro e coercizioni indirette, come la minaccia di detenzione per violazione della sicurezza, a meno che le persone non scelgano di lasciare la Striscia, ma che raramente ricorrerà alla semplice espulsione. Riteniamo probabile che a tal fine vengano utilizzati fondi ingenti». (Dag1 / 2.5 scatola 9 fascicolo «Jabalia» Michelmore a Bunche, 29 luglio 1968)
Purtroppo la versione israeliana dell’esodo da Gaza dopo la Guerra dei Sei Giorni è stata generalmente accettata in Occidente. Le affermazioni arabe secondo cui il movimento non era volontario sono solitamente liquidate come propaganda, ma i documenti dell’Unrwa (declassificati su mia richiesta) suggeriscono che gli israeliani abbiano esercitato una notevole pressione per convincere i rifugiati a lasciare Gaza. Dopo il luglio 1968 il tasso di emigrazione diminuì, pur rimanendo consistente. In totale, circa 45.000 persone lasciarono la zona tra il luglio 1967 e il dicembre 1968. Alla vigilia della prima Intifada, nel 1987, il primo ministro Shamir rivelò ciò che era accaduto nel 1968 come una minaccia ai palestinesi.
Il piano di trasferire gran parte della popolazione di Gaza in Giordania deve essere visto nel contesto dell’atteggiamento israeliano nei confronti della destinazione finale di Gaza. Una prima versione del Piano Allon prevedeva l’annessione da parte di Israele della maggior parte, se non della totalità, della Striscia. Nell’estate del 1967 sia il ministro della Difesa Moshe Dayan che il primo ministro Levi Eshkol chiarirono che Israele intendeva mantenere il controllo su Gaza, che entrambi lasciarono intendere sarebbe stata alla fine annessa. Furono proposti vari piani su cosa fare della popolazione araba. Dal punto di vista israeliano, la deportazione di massa era la soluzione ideale, come lo è ancora oggi.
Cosa ne sarebbe stato di Gaza dopo l’espulsione dei palestinesi? Nel 1971 un funzionario israeliano disse al deputato britannico Bob Edwards: «Trasformeremo le coste di Gaza in un grande complesso turistico». Ciò sarebbe presumibilmente avvenuto dopo la pulizia etnica della Striscia. L’autore del piano che porta il suo nome, Yigal Allon, chiarì: «Sono d’accordo con le espulsioni […] Lo abbiamo fatto in passato [Nakba del 1948] e dobbiamo continuare a farlo in futuro».
Indubbiamente, sin dalla sua fondazione, Israele ha perseguito una politica di pulizia etnica. Quello che è avvenuto nel 1968 è stato un caso di pulizia etnica, poiché nell’articolo di Haaretz, basato su documenti israeliani, emerge chiaramente l’intenzione del governo di espellere la massa dei rifugiati del 1948 a Gaza. Nei documenti delle Nazioni Unite del 1968 si trova un’indicazione di come le espulsioni siano state effettuate attraverso l’intimidazione. Nel 1968 furono espulsi 45.000 profughi, ai quali se ne aggiunsero in seguito altri 15.000, costretti a trasferirsi nel Sinai. Il fatto che il totale non fosse più elevato era dovuto alla previsione che l’operazione potesse essere completata in una guerra futura.
Esistono alcune evidenti analogie tra il 2025 e la situazione dopo la guerra del 1967 per quanto riguarda la pulizia etnica. Il primo ministro Eshkol parlò di istituire «un’unità o una squadra per incoraggiare l’emigrazione», mentre il ministro della Difesa Katz istituì una direzione incaricata di «consentire ai palestinesi di emigrare volontariamente da Gaza». Molto probabilmente l’unità del 2025 ha adottato misure simili alle intimidazioni descritte nei documenti delle Nazioni Unite del 1968. È anche interessante notare che nel 1971 Gaza doveva diventare «una grande località di villeggiatura», mentre nel 2025 si parla di trasformare la Striscia nella «Riviera del Medio Oriente». È anche chiaro che nel 1968 Israele aveva una grande influenza sui principali organi di informazione, proprio come avviene ancora oggi. I principali mezzi d’informazione non hanno riportato le notizie apparse su Haaretz e sul Times of Israel sulla pulizia etnica a Gaza, nonostante il cambiamento dell’opinione pubblica mondiale su Israele.
Spiegare cosa accadde nel 1968 è molto più che un interesse storico. Attualmente, il mondo si sta chiedendo quale sarà la prossima fase a Gaza. È vero, un recente sondaggio mostra che il 47% della popolazione ebraica in Israele ritiene che «non ci siano innocenti a Gaza» dicendosi favorevole alle politiche genocidiarie (una percentuale forse superiore a quella della Germania nazista durante l’Olocausto), ma si spera che l’opposizione di molti governi a livello internazionale impedirà il genocidio dei due milioni di residenti di Gaza. Più probabile è uno sforzo israeliano per espellere i palestinesi dalla Striscia, che ricorderebbe il 1968. Quindi, studiare ciò che accadde dopo la Guerra dei Sei Giorni potrebbe dare un’idea di come la popolazione di Gaza verrà allontanata nel prossimo futuro. Alla luce della situazione attuale, i gruppi filopalestinesi di tutto il mondo dovrebbero concentrare i loro sforzi nell’influenzare i paesi affinché non accettino i palestinesi espulsi.
Michael Palumbo è uno storico italoamericano nato a New York nel 1944. Si è occupato dei crimini di guerra fascisti, riportate in Le atrocità di Mussolini (Alegre, 2024) e nel documentario Fascist Legacy, si è occupato del conflitto israelo-palestinese pubblicando i volumi The Palestinan Catastrophe (Faber and Faber, 1987, da cui è stato anche tratto un documentario) e Imperial Israel (Bloomsbury, 1990).
30/10/2025 https://jacobinitalia.it/










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