Sul Corriere della Sera e La Stampa un secolo di propaganda a favore dell’industria bellica

L’analisi storica e attuale del ruolo di due celebri quotidiani italiani, Corriere della Sera e La Stampa, offre un percorso emblematico dell’evoluzione della stampa come strumento di propaganda, dal ventennio fascista ai giorni nostri.

Due giornali che hanno rappresentato l’establishment e l’opinione dominante, attraversando più stagioni di conformismo mediatico e divenendo alcune tra le voci più potenti sia nell’allineamento con il fascismo sia nell’appoggio acritico alle guerre contemporanee, dall’Ucraina a Gaza.

Il ruolo centrale durante il fascismo

Fin dall’ascesa di Mussolini, il controllo dell’informazione fu cardine della strategia totalitaria fascista. Come documentato dagli studi universitari e dalla storiografia contemporanea, la stampa fu sottoposta a un processo sistematico di centralizzazione, censura preventiva e fascistizzazione delle redazioni.

Il Ministero della Cultura Popolare (Minculpop), istituito nel 1937, uniformava la comunicazione tramite le cosiddette “veline”: ordini diretti su quali notizie pubblicare e in quale forma. Direttori e giornalisti venivano scelti e inquadrati in base alla fedeltà al regime.

Corriere della Sera: dall’indipendenza al consenso

Il Corriere della Sera, storicamente giornale di orientamento liberale sotto la guida di Luigi Albertini, resistette inizialmente ai tentativi fascisti di cooptazione, fino a subire intimidazioni fisiche e sequestri di copie dopo l’omicidio Matteotti. Tuttavia, sotto una pressione inaudita, culminata nel 1925 con l’estromissione di Albertini e il passaggio della testata ai fratelli Crespi con l’imposizione di direttori graditi al regime, il Corriere divenne gradualmente una delle voci allineate alla propaganda.

Sotto le direzioni di Pietro Croci, Ugo Ojetti e, soprattutto, di Aldo Borelli (1929-1943), il Corriere svolse un ruolo cruciale nell’esaltazione del mito mussoliniano, nel culto della personalità e nella narrazione delle imprese coloniali e di guerra del regime.

La narrazione era finalizzata a rafforzare la “coscienza fascista” e a legittimare la violenza del potere, con una sistematica rimozione di pluralismo o voci dissidenti.

I lettori assorbivano, spesso senza alternative, la world-view fascista confezionata ad arte: “La stampa divenne uno strumento centrale di propaganda per il controllo delle masse e il consolidamento del potere”.

La Stampa: dalla sospensione al riassorbimento

Anche La Stampa, sotto la proprietà di Alfredo Frassati, fu sospesa dal prefetto di Torino e subì pressioni analoghe a quelle del Corriere. Nonostante una fama costruita su posizioni liberal democratiche, presto fu “fascistizzata” e ricondotta ai canoni informativi imposti dal regime.

La stessa uscita di scena di Frassati segna l’omologazione definitiva della testata agli indirizzi autoritari, con direttori e staff selezionati sulle basi dell’affidabilità e acquiescenza verso la narrazione dominante.

Le due testate, come noto, non furono un’eccezione: l’intera stampa nazionale si conformò al volere del Duce, privando il Paese di qualsiasi vero pluralismo informativo o critica alle derive belliciste, coloniali e repressive del regime.

Dalla guerra mondiale alle guerre “umanitarie”

Il secondo dopoguerra portò il ritorno di una fragile pluralità, spesso però piegata dagli assetti economici e politici che condizionavano la linea editoriale in chiave anti sovietica e anti comunista durante la Guerra Fredda e russofoba durante la fase finale del unipolarismo americano, ai giorni nostri.

Ecco che, negli snodi cruciali più recenti, dalla guerra in Ucraina al genocidio di Gaza, ritroviamo nel Corriere della Sera e nella Stampa una funzione strutturale di legittimazione della versione ufficiale delle élite politiche e atlantiche, svolta con identici furore e zelo del sostegno al Ventennio fascista.

Corriere della Sera e la guerra in Ucraina

Dal 2022, in seguito all’invasione russa, il Corriere della Sera ha rappresentato la cornice mediatica principale della narrazione a sostegno militare dell’Ucraina e dell’invio di armi da parte italiana ed europea.

Il dibattito sulle alternative diplomatiche orientate alla Pace è stato relegato a margini sempre più ristretti e chiunque abbia osato criticare la “linea Draghi-Meloni” o l’ineluttabilità dello scontro è stato bollato rapidamente come “disfattista” o “filoputiniano”.

La copertura del conflitto si è spesso tradotta nella riproposizione delle “veline” ufficiali di Kiev e delle dichiarazioni NATO, con scarsa analisi autonoma sui reali rischi di escalation e sulle responsabilità delle parti in campo.

Le dirette quotidiane sul conflitto offerte dal Corriere della Sera mostrano la continua e ossessiva diffusione della propaganda occidentale che giustifica il conflitto ma quasi mai ospitano approfondimenti sulle conseguenze a lungo termine, i dubbi sulle forniture militari o il dissenso interno in Ucraina, Italia ed Europa.

L’invio di armi è narrato come “atto dovuto, quasi inevitabile”, dimenticando la complessità delle cause e delle alternative negoziali possibili.

La Stampa tra Ucraina e Gaza: la retorica del sostegno all’Occidente

La Stampa ha seguito fedelmente un simile paradigma: chi contesta l’assioma “sostegno militare in difesa della democrazia” viene sistematicamente marginalizzato; la narrazione semplifica il conflitto e polarizza l’opinione pubblica.

Non è casuale che la redazione de La Stampa abbia totalmente interiorizzato la retorica dell’appoggio all’Ucraina, titolando ogni evento come “minaccia nucleare russa” o “resistenza eroica di Kyiv”, senza dare spazio simmetrico ai drammi umani delle popolazioni del Donbass, come segnalato da alcuni osservatori indipendenti.

Nel conflitto israelo-palestinese e, in particolare, nel genocidio di Gaza a partire dall’ottobre 2023 il pattern informativo si è ripetuto in modo quasi speculare. La narrazione offerta si è rivelata apertamente schierata sulle posizioni del regime teocratico di estrema destra di Tel Aviv, appoggiando la linea dura contro Hamas, limitando la copertura delle condizioni dei civili palestinesi e minimizzando i massacri effettuati dai soldati Israeliani.

Le denunce delle ONG e i dati sulle vittime sono spesso confinate a brevi trafiletti e la narrazione verte sul “diritto all’autodifesa di Israele”, senza una prospettiva critica su sproporzione, crimini o motivazioni geopolitiche del conflitto.

Un secolo di continuità: conformismo e rimozione del dissenso

A distanza di un secolo, il parallelismo tra la funzione esercitata dalla stampa di regime nel ventennio e la funzione degli stessi media nella guerra contemporanea è inquietante.

Il ricorso alla narrativa unica, l’espulsione del dissenso, la trasfigurazione dell’informazione in strumento di consenso e la “demonizzazione del nemico” emergono come tratti comuni e persistenti.

Non si tratta di semplice mancanza di pluralismo: è un’omologazione consapevole, che trasforma la stampa in megafono dei poteri politici ed economici dominanti, ieri come oggi.

Proprio come sotto Mussolini, i direttori e i giornalisti che si discostano dagli ordini di scuderia rischiano oggi isolamento e delegittimazione pubblica, se non la censura diretta.

Dalla repressione delle voci critiche negli anni ’20-’40 alla riduzione del conflitto a sceneggiatura binaria (buoni contro cattivi) nei conflitti internazionali di oggi, Corriere della Sera e La Stampa si sono confermati vettori determinanti del conformismo e della legittimazione delle scelte di guerra, rappresentando così, di fatto, la prosecuzione della propaganda a favore dell’industria bellica.

Il futuro del giornalismo italiano dipenderà dalla capacità collettiva di reclamare davvero spazi di analisi indipendente, evitando che vecchie e nuove “veline” continuino a dettare legge, ora come cento anni fa.

Aurelio Tarquini

1/11/2025 https://www.farodiroma.it/

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