Spotify, la macchina degli umori

Le piattaforme musicali ingegnerizzano le nostre emozioni per il profitto. Non ti vendono musica. Ti vendono uno stato d’animo ottimizzato per renderti più produttivo, più docile, più consumabile

Quando apri Spotify e cerchi qualcosa da ascoltare mentre lavori, non stai semplicemente scegliendo della musica. Stai entrando in quella che la giornalista Liz Pelly ha definito la «Mood Machine»: un apparato biopolitico progettato per trasformare la musica da potenziale veicolo di critica e alterità a lubrificante sonoro per l’ottimizzazione della vita produttiva. Sembra un’esagerazione invece è il business model.

Il cartello invisibile degli artisti fantasma

La storia inizia con un nome: Enno Aare. Un nome, ma non una persona specifica. Nel 2017, una serie di inchieste giornalistiche (Music Business Worldwide, The Vulture e più tardi il Guardian) ha scoperto che le playlist più ascoltate di Spotify – come Deep Sleep, Concentrazione profonda e Peaceful Piano – erano dominate da artisti che semplicemente non esistevano.

Enno Aare aveva 17 milioni di stream. Zero presenza online. Zero interviste. Zero foto. Solo musica funzionale, perfettamente calibrata per riempire lo spazio sonoro delle nostre giornate lavorative senza disturbarci troppo. Non era la scelta di un anonimato radicale, come spesso succede, e quella che è emersa è una massa: decine di pseudonimi simili popolavano le playlist editoriali più redditizie della piattaforma. Tutti collegabili a una manciata di produttori svedesi, spesso legati a società che intrattenevano rapporti commerciali con Spotify stessa.

La logica è semplice quanto brutale. Invece di pagare royalties a veri artisti, Spotify commissiona tracce a basso costo attraverso contratti buy-out: il produttore riceve un compenso forfettario una tantum – diciamo mille euro per dieci brani, praticamente gratis – e Spotify ottiene musica che può inserire nelle proprie playlist più trafficate. Se quei brani genereranno cento milioni di stream, per Spotify il costo rimarrà fisso, al contrario se avesse dovuto pagare le royalties per cento milioni di stream di artisti reali, la spesa sarebbe stata di centinaia di migliaia di euro.

C’è un secondo effetto, ancora più insidioso. Il sistema pro-rata di Spotify: tutto il denaro generato dai ricavi viene messo in un’unica cassa comune, che poi viene divisa in base alla percentuale di stream totali. Se la mia band genera un milione di stream in un mese con 100 milioni di stream totali sulla piattaforma, prendo l’1% dei «ricavi». Ma se Spotify inonda il sistema con 400 milioni di stream aggiuntivi di musica fantasma, il totale sale a 500 milioni e il mio milione di stream ora vale solo lo 0,2%. Spotify non solo risparmia sui costi di licenza, ma diluisce artificialmente il valore di ogni singolo stream reale. Bello, no?

Il general intellect come proprietà privata

Qui entra in gioco un concetto che Marx aveva intuito e che Christian Fuchs ha portato nell’era digitale: il General Intellect, la conoscenza sociale collettiva accumulata da generazioni.

La creatività musicale – le tecniche compositive, il know-how, le convenzioni armoniche che fanno funzionare una canzone – è un patrimonio comune costruito nel tempo da milioni di musicisti. Quando Spotify (o le sue società affiliate) usa questo sapere collettivo per produrre musica industriale a basso costo, sta compiendo un’operazione di enclosure: sta privatizzando un bene comune e trasformandolo in capitale fisso proprietario. Gli algoritmi di Spotify imparano cosa funziona analizzando milioni di brani. Imparano quale Bpm tiene alta l’attenzione, quale tonalità è più rilassante, quale struttura armonica massimizza il tempo di ascolto senza causare skip. Tutto questo sapere – estratto gratuitamente dal lavoro di artisti veri – viene poi usato per generare musica che compete con quegli stessi artisti, abbattendone il valore.

È il capitalismo delle piattaforme nella sua forma più pura: appropriazione del lavoro cognitivo collettivo, datificazione della creatività, e restituzione di quella conoscenza sotto forma di prodotto proprietario che espropria chi l’ha generata.

Dalla cultura al controllo: la biopolitica della playlist

Ma la Mood Machine non è solo una questione economica. È una tecnica biopolitica.

Quando Spotify organizza la sua offerta attorno a stati d’animo – «Chill», «Focus», «Workout», «Sleep» – non sta semplicemente categorizzando la musica. Sta ingegnerizzando l’affettività su scala planetaria. L’obiettivo non è farti ascoltare buona musica, ma regolare i tuoi stati emotivi per renderti più funzionale. Devi lavorare? Ecco «Deep Focus», con musica progettata per non distrarti ma tenerti abbastanza stimolato da non crollare. Devi fare esercizio? Ecco playlist calibrate sui Bpm ideali per mantenere il ritmo cardiaco ottimale. Devi rilassarti dopo una giornata stressante? Ecco «Chill Vibes», che non è un invito alla contemplazione, ma una strategia per riportarti rapidamente a uno stato di equilibrio emotivo che ti permetta di ricominciare domani.

La musica cessa di essere arte per diventare carta da parati emotiva. Il suo valore non sta più nella capacità di rompere gli schemi, di farti pensare o di costruire comunità. Sta nella sua abilità di funzionare silenziosamente come sottofondo per le nostre vite datificate.

Foucault l’avrebbe riconosciuto immediatamente: è governamentalità algoritmica. Non il potere che reprime, ma il potere che gestisce, ottimizza, rende docili le popolazioni attraverso la modulazione del loro mondo interiore.

Il capitale non è più economico, è simbolico

Tutto questo ci porta a un’altra trasformazione fondamentale: nell’era delle piattaforme, il capitale che conta non è più (solo) quello economico, ma quello simbolico.
Pierre Bourdieu aveva capito che nella società contemporanea, il potere non si misura solo in denaro, ma in prestigio, riconoscimento, capacità di definire cosa ha valore e cosa no. Spotify non è più solo un’azienda che vende accesso alla musica, è diventata un sovrano culturale che decide cosa è «buona musica», chi merita visibilità, quali emozioni sono appropriate per quali momenti della giornata.

Il suo potere non sta tanto nei miliardi di dollari di fatturato, quanto nella capacità di definire l’ordine simbolico del consumo musicale contemporaneo. Quando decide che una canzone va bene per «Chill Vibes» ma non per «Top Hits», non sta compiendo una scelta tecnica. Sta esercitando un giudizio di valore che ha conseguenze materiali enormi. Smette di essere una semplice piattaforma e diventa l’infrastruttura dell’ascolto. Come Amazon è l’infrastruttura di internet tramite Aws. Come Meta è l’infrastruttura della messaggistica.

Tornando all’azienda dal logo verde. Per gli artisti, questo significa una nuova forma di sudditanza, perché non basta più fare buona musica. Bisogna fare musica che l’algoritmo riconosca come tale. Bisogna ottimizzare i metadati, targettizzare i giusti generi, produrre brani con le caratteristiche sonore che Spotify privilegia. L’artista diventa un fornitore precario che deve continuamente adattarsi ai desideri opachi di un padrone algoritmico.

E per chi ascolta? La trasformazione è altrettanto radicale. Non scegli più cosa ascoltare in base a un percorso personale di scoperta, ma consumi quello che l’algoritmo ha deciso essere appropriato per il tuo stato d’animo del momento. Il desiderio non nasce più da te, ma viene indotto, modulato, soddisfatto (mai completamente) dalla piattaforma.

Che fare?

Di fronte a questa macchina perfettamente oliata, la tentazione è il cinismo. «Tanto non cambierà mai nulla». Tuttavia questa rassegnazione è esattamente ciò che il sistema vuole produrre.

Alcune alternative esistono e alcune sono già operative, come l’idea dei markteplace cooperativi. In passato Bandcamp ha dimostrato che un modello diverso è possibile e ora progetti come Subvert.fm stanno tentando di portare questa logica su scala cooperativa: piattaforme possedute collettivamente dagli artisti dove le decisioni sono democratiche e i ricavi vanno direttamente a chi crea. Non si tratta di costruire una «versione buona» di Spotify, ma di cambiare radicalmente il modello: dalla logica dell’utility (la musica come flusso ininterrotto) alla logica del marketplace (la musica come artefatto, oggetto di scambio e supporto diretto).

Mi preme infine sottolineare come le piattaforme non siano inevitabili prodotti della natura, ma sono il frutto di decenni di deregolamentazione. Possono essere regolate dagli apparati statali attraverso trasparenza obbligatoria sugli algoritmi e sui flussi di royalties, portabilità dei dati, interoperabilità tra piattaforme, e divieti su pratiche predatorie.

La Mood Machine esiste perché le è stato consegnato il campo da gioco e noi, collettivamente, la alimentiamo. Ogni stream è una micro-validazione del sistema. Non voglio peccare di moralismo, cerco di fermarmi a un realismo materiale, ma la soluzione individuale a un problema strutturale non è percorribile, mentre la via d’uscita è collettiva, organizzata, conflittuale.
La musica come bene comune e non come asset finanziario. L’artista come lavoratore e non come fornitore precario. La tecnologia al servizio della creatività e non dell’estrazione.

Questi non sono sogni impossibili. Sono futuri che sono stati attivamente repressi, ma che possono essere riattivati. Serve organizzazione, determinazione, e la capacità di immaginare che le cose possono essere diverse.

Alberto «Bebo» Guidetti è uno dei componenti de Lo Stato Sociale. Ha insegnato alla TheSIGN Academy di Firenze ed è stato autore di Da Marco a Marco, lo spettacolo teatrale di Marco Cappato. È autore di Con rabbia e con amore (Feltrinelli, 2025).

8/11/2025 https://jacobinitalia.it

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