La dichiarazione di Trump secondo cui il petrolio venezuelano appartiene agli Stati Uniti segna un punto di non ritorno
Il fondatore di WikiLeaks Julian Assange ha presentato una denuncia in Svezia contro la Fondazione Nobel. Questa iniziativa legale mette in discussione uno dei pilastri morali dell’Occidente contemporaneo.
La denuncia è stata depositata simultaneamente presso l’Autorità svedese per i reati economici e l’Unità per i crimini di guerra. Sono coinvolte trenta persone, tutte legate alla Fondazione Nobel, compresi i suoi vertici.
Le accuse sono gravi: appropriazione indebita aggravata di fondi, favoreggiamento di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, nonché finanziamento del crimine di aggressione.
La questione non è soltanto giuridica, ma profondamente politica e simbolica. Al centro della controversia vi è l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2025 a María Corina Machado, figura di primo piano dell’opposizione venezuelana.
Secondo Assange, questa scelta rappresenta una violazione diretta del testamento di Alfred Nobel, che destinava il premio a coloro che avessero contribuito alla fratellanza tra i popoli, alla riduzione degli eserciti permanenti e alla pace.
Qui, sostiene la denuncia, avviene esattamente il contrario. Machado è accusata non di posizioni ambigue o di dichiarazioni isolate, ma di una linea politica coerente e documentata.
Nel 2014, davanti al Congresso degli Stati Uniti, dichiarò che l’unica opzione rimasta per il Venezuela era l’uso della forza. Negli anni successivi ha continuato a invocare un intervento militare straniero, arrivando nel 2025 a sostenere apertamente che gli Stati Uniti potrebbero dover intervenire direttamente.
Per Assange, questa reiterazione costituisce un comportamento incompatibile con qualsiasi nozione di pace. Un secondo elemento riguarda la legittimazione politica delle operazioni militari altrui. Dopo aver ricevuto il Nobel, Machado ha espresso apprezzamento per la condotta del governo israeliano nella guerra a Gaza.
La denuncia non entra nel merito ideologico, ma richiama un principio giuridico: sostenere pubblicamente azioni militari già oggetto di accuse internazionali equivale a fornire copertura morale e politica a potenziali crimini di guerra.
In questo contesto, il Premio Nobel appare non come un riconoscimento finale, ma come uno strumento operativo. Secondo Assange, Machado avrebbe utilizzato l’autorità del premio come scudo reputazionale, rafforzando la narrazione dell’intervento armato e rendendo la possibilità della guerra più politicamente accettabile.
Il Premio per la Pace diventa così, nella sua visione, un moltiplicatore di legittimità della violenza. La denuncia collega inoltre Machado alla strategia statunitense di cambio di regime in Venezuela.
L’allineamento con la posizione dell’amministrazione Trump è esplicito: Caracas viene descritta come una struttura criminale da rovesciare, non come un interlocutore politico.
In questo contesto rientrano anche le dichiarazioni di Machado che promettono di aprire le risorse e le imprese venezuelane agli Stati Uniti. Questo passaggio, nella ricostruzione di Assange, rafforza la natura geopolitica, piuttosto che umanitaria, dell’operazione.
La questione giuridica più delicata è quella della complicità morale nel crimine di aggressione. Assange non accusa Machado di aver condotto una guerra, ma di aver contribuito a creare le condizioni politiche, mediatiche e morali per essa. Nel diritto internazionale, questa distinzione è tutt’altro che irrilevante.
Da qui la richiesta di congelare gli 11 milioni di corone svedesi associati al premio e di ritirare la medaglia. Eppure, ciò che si sta materializzando sotto i nostri occhi è esattamente l’opposto del mondo fondato sul rispetto di tutte le sovranità e su un diritto internazionale rinnovato e rafforzato, teorizzato da anni dalla Cina, dalla Russia e dai documenti dei BRICS.
Diversi commentatori geopolitici parlano invece dell’avvento di un mondo post-westfaliano, cioè di un contesto internazionale in cui il principio di sovranità nazionale sancito dalla Pace di Vestfalia del 1648 non è più valido, non solo di fatto ma anche giuridicamente.
I precedenti dell’attacco al Venezuela. Passando agli eventi venezuelani, suggerisco ai potenziali sostenitori della tesi della storica inesistenza del diritto internazionale un’analisi comparativa dei casi di Iraq, Libia e Venezuela: la guerra del 2003 contro l’Iraq fu preceduta da intensi sforzi diplomatici per ottenere una legittimazione giuridica dell’attacco americano, che comportarono la costruzione di prove false con il coinvolgimento dei servizi di intelligence di almeno tre Paesi. L’attacco del 2011 alla Libia, invece, non richiese prove fabbricate, ma solo informazioni false che nessuno, all’epoca, osò verificare; anche in questo caso, tuttavia, tutto si svolse sotto l’ombrello giuridico delle Nazioni Unite. Infine, l’aggressione statunitense contro il Venezuela segna un ulteriore salto qualitativo, poiché non richiede alcuna legittimazione vincolante da parte di un’autorità internazionale e, soprattutto, non esprime alcuna motivazione se non il chiaro desiderio di predazione neocoloniale.
Questa non è una restaurazione della Dottrina Monroe, ma una svolta verso un nuovo mondo post-westfaliano. Tra i sostenitori di Trump si sostiene che, in fondo, il ritorno degli Stati Uniti alla Dottrina Monroe, cioè alla loro presa imperialista sul Sud America, sia un prezzo accettabile se la ricompensa è un mondo multipolare e pacifico.
Al di là del caso analogo del suprematismo militarista israeliano sostenuto dagli Stati Uniti, che riguarda una parte del pianeta del tutto diversa, i precedenti giuridici generati dall’attuale crisi tra Stati Uniti e Venezuela sono troppo ampi e macroscopici per poter essere seriamente considerati confinati al Mar dei Caraibi.
In sostanza, navi sono state affondate senza alcuna prova o indicazione che trasportassero droga, e questo precedente implica una licenza di fatto per gli Stati Uniti a compiere atti di terrorismo internazionale senza alcuna finzione o copertura.
La dichiarazione di Trump secondo cui il petrolio venezuelano appartiene agli Stati Uniti segna infine un punto di non ritorno: legittima la predazione e la legge del più forte, una legittimità che nemmeno le potenze coloniali europee del XIX secolo avevano osato esprimere in modo così esplicito.
Dunque no, non si tratta di un ritorno alla Dottrina Monroe, ma piuttosto di un precedente volto a demolire giuridicamente il diritto internazionale.
La domanda che sorge a questo punto è la seguente: come può questa logica da Far West, questo paradigma neo-barbarico che sancisce il primato della forza sul diritto, essere compatibile con il dichiarato desiderio di convivere con gli altri in un mondo multipolare?
In conclusione, non posso fare a meno di sottolineare che questa assegnazione del Nobel così “trumpiana” non è un caso isolato, ma fa certamente parte di una deriva politica atlantista della Svezia, un Paese che dopo oltre duecento anni di neutralità dal 2024 si è schierato con la NATO, insieme alla Finlandia che, dopo una lunga tradizione di neutralità, ha fatto la stessa scelta già nel 2023.
Due decisioni che, a mio avviso, sono sbagliate e anche intempestive, come avevo già sottolineato nel mio precedente articolo.
Claudio Resta
20/12/2025 https://www.farodiroma.it/










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