Trump e il postulato storico imperiale: “Dio ha depositato le nostre risorse naturali in altri paesi”
Foto: EFE
di Rafael Méndez
“Washington ha urgentemente bisogno di sfruttare al massimo la diversità e la ricchezza delle risorse naturali che l’America Latina ha… “Il carbone è un dono della Provvidenza, custodito dal creatore di tutte le cose nelle viscere del Giappone per il beneficio della famiglia umana.”
Le recenti dichiarazioni del presidente Donald Trump, in cui sostiene che il Venezuela abbia “tolto illegalmente” i diritti petroliferi agli Stati Uniti e che ora “li vuole indietro”, non costituiscono una semplice provocazione diplomatica né uno sfogo verbale. Esprime, con insolita rozdezza, una visione storica profondamente radicata, secondo cui le risorse naturali al di fuori degli Stati Uniti sono concepite come diritti temporaneamente usurpati di proprie proprietà, non come beni sovrani di altre nazioni.
Questa logica è incisa in un postulato imperiale che accompagna gli Stati Uniti dal diciannovesimo secolo e che può essere riassunta in un’idea brutale e persistente: “Dio ha depositato le nostre risorse naturali in altri paesi.” La frase, recuperata dallo scrittore e saggista Jorge Majfud nella sua opera The Wild Frontier: 200 Years of Anglo-Saxon Fanaticism in Latin America, sintetizza una visione del mondo che ha servito a giustificare interventi, blocchi, colpi di stato e appropriazione di risorse strategiche sotto il velo del destino manifesto.
Questa analisi prende questo postulato come punto di partenza per esaminare la continuità storica dell’appropriazione delle risorse, dal carbone giapponese nel diciannovesimo secolo al petrolio venezuelano e al litio latinoamericano di oggi, collocando le parole di Trump non come un’anomalia, ma come l’espressione contemporanea più netta di una tradizione imperiale che si rifiuta di scomparire.
Contestualizzazione storica
La concezione che le risorse naturali siano state “depositate” in altri territori a beneficio degli Stati Uniti risale a episodi fondamentali della loro politica estera. Un esempio paradigmatico è l’avvertimento emesso il 10 giugno 1851 dall’allora Segretario di Stato Daniel Webster, che affermava:
“Il carbone è un dono della Provvidenza, custodito dal creatore di tutte le cose nelle viscere del Giappone per il beneficio della famiglia umana… La quantità di carbone che questo paese possiede è così abbondante che il suo governo non ha alcun motivo valido per non fornirci questa risorsa a un prezzo ragionevole.”
Questa dichiarazione non solo illustra la logica interventista del diciannovesimo secolo, ma stabilisce anche un precedente retorico che legittima l’imposizione della volontà americana su altri popoli, protetti da un presunto mandato divino. L’idea che le risorse vengano “depositate” al di fuori dei loro confini ha storicamente servito a giustificare intervento ed estrazione, trasformando la sovranità degli altri in un ostacolo illegittimo.
Sebbene il linguaggio si sia evoluto, le fondamenta rimangono intatte: la convinzione che gli Stati Uniti abbiano una missione storica di gestire e sfruttare risorse esterne per sostenere la loro egemonia, un’idea che si è diffusa da generazioni e dottrine.
Visione contemporanea
Nell’era moderna, questa logica viene aggiornata sotto lo slogan dell'”America First Agenda”, che riconfigura la politica estera statunitense per garantire interessi strategici, energetici e tecnologici. In questo contesto, le dichiarazioni di Trump sul Venezuela dovrebbero essere lette, quando afferma: “Ci hanno tolto tutti i diritti energetici… Ci hanno portato via il petrolio… Lo vogliamo indietro.”
Qui non stiamo parlando di contratti, controversie legali o disaccordi commerciali. Parliamo di proprietà. Il petrolio venezuelano viene presentato come un bene statunitense “illegalmente” sequestrato, implicando una negazione esplicita della sovranità venezuelana e una pretesa implicita al diritto di recuperarla.
Questa visione è rafforzata dalle dichiarazioni di alti comandanti militari, come quelle dell’ex capo del Comando Sud, la generale Laura Richardson, che ha detto: “Washington ha urgentemente bisogno di sfruttare al massimo la diversità e la ricchezza di risorse naturali che l’America Latina possiede… Il 60% del litio mondiale si trova nel triangolo del litio: Argentina, Bolivia e Cile.”
Il discorso è coerente: le risorse strategiche della regione sono concepite come riserve disponibili per gli interessi statunitensi, non come basi materiali per lo sviluppo sovrano dei paesi che le possiedono.
Riaffermazione della logica intervenuta
La tensione tra sovranità nazionale e interferenza imperiale è al centro di questo dibattito. Da un lato, una dottrina che giustifica l’intervento sotto l’idea di un diritto superiore – economico, morale o divino; dall’altro, l’affermazione contemporanea del diritto dei popoli a decidere sulle proprie risorse e sul proprio destino.
Le parole di Trump riaccendono questo conflitto nella sua forma più cruda, perché eliminano gli eufemismi diplomatici ed espongono la logica nuda dell’appropriazione. Quando si dice che “ci hanno portato via il petrolio”, si dice che questo petrolio non ha mai cessato di appartenerci, indipendentemente dai confini, dagli stati o dai popoli.
Le dichiarazioni di Trump sul Venezuela non inaugurano una nuova dottrina, ma confermano piuttosto la validità di un postulato storico imperiale. Da Webster nel 1851 all'”America First Agenda”, passando per il discorso del Comando Sud, si sistema lo stesso corpus ideologico: le risorse naturali del mondo sono lì per essere utilizzate dal potere che si presume sia predestinato a guidarle. In questo senso, Trump non si discosta dalla tradizione imperiale americana; Lo espone senza ambiguità. E così facendo, rinnova un modello di relazioni internazionali basato sulla coercizione, l’ineguaglianza e il disprezzo per la sovranità altrui.
La sfida del presente non è solo contenere gli effetti di questa logica, ma smantellare il paradigma che la sostiene, perché finché si continuerà a credere che le risorse di altri popoli siano state “depositate” a beneficio di una potenza, l’intervento continuerà a apparire come un diritto e la resistenza come un crimine.
(Dalla Repubblica Dominicana)
30/12/2025 https://www.telesurtv.net/opinion










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