Dizionario di un’invasione: Differenza tra “catturare” e “rapire” un presidente in carica

di Fernando Buen Abad

In considerazione di quanto accaduto in Venezuela, è necessario sottolineare la differenza semiotica tra “catturare” e “rapire” un presidente in carica, perché è la differenza tra parlare dal potere imperiale che invade o parlare dalla dignità dei popoli invasi. È la differenza tra una lingua colonizzata e una lingua emancipata. Smantellare questa trappola semantica è un compito urgente di critica semiotica, perché finché accetteremo il dizionario dell’invasore, continueremo a pensare intrappolati dalle sue categorie, giustificando i suoi crimini e invocando l’ordine a ciò che non è altro che violenza organizzata. La lotta per il significato è inseparabile dalla lotta per la sovranità, e ogni invasione inizia, piuttosto che con le armi, con una parola imposta.

La differenza semiotica tra “catturare” e “rapire” un presidente in carica è molto importante perché non si tratta di una semplice sfumatura lessicale o di una disputa in stile giornalistico, ma di un campo di battaglia ideologico dove si risolve la legittimità del potere, la violenza che lo contesta e la narrazione che cerca di naturalizzarlo sono risolte. Nel dizionario di un’invasione, le parole non descrivono fatti, li fabbricano. “Cattura” e “rapimento” sono segnali carichi di storia, relazioni di potere e interessi materiali concreti; Il suo uso non è innocente, è un’operazione politica che organizza il significato di ciò che è accaduto e, quindi, la coscienza sociale che si costruisce attorno ad esso. “Cattura” appartiene al lessico della caccia, del combattimento, della polizia o delle procedure militari che si arrogata a sé autorità legittima. Presuppone un quadro normativo che sostiene il rapitore, lo conferisce di legalità, lo pone dalla parte dell’ordine e della legge, anche quando quel diritto è stato imposto con la forza. “Rapimento”, invece, si riferisce al crimine, all’usurpazione, alla violenza senza legittimità, all’interruzione criminale della libertà di un altro. La differenza non risiede nell’atto materiale – privare una persona della libertà attraverso la coercizione – ma nel dispositivo simbolico che lo nomina e lo giustifica.

Quando il soggetto privato della libertà è un rappresentante in carica, la carica semiotica si moltiplica. Non è solo un individuo, ma una condensazione istituzionale, il corpo del sovrano funziona come metonimia dello Stato, della sovranità popolare – reale o simulata – e dell’ordine politico attuale. Dire che un presidente è stato “catturato” implica negare il suo status di rappresentante legittimo e riconfigurarlo come nemico, criminale, bersaglio militare o parte di una narrazione di “ristabilimento dell’ordine”. È una parola che presuppone che il carceriere agisca in nome di una legalità superiore, anche quando tale legalità è una finzione coloniale, un’imposizione imperiale o una costruzione ex post per giustificare la violenza. “Dirottamento”, invece, riconosce implicitamente l’illegittimità dell’atto, la rottura dell’ordine giuridico esistente e l’aggressione contro la sovranità che il presidente incarna. Ecco perché gli invasori non rapiscono, ma catturano. E i popoli attaccati non vengono invasi, vengono “liberati”, “intervenuti” o “pacificati”.

Dalla semiotica critica, questa differenza rivela il funzionamento del segno come strumento di dominazione. Il significante “cattura” è articolato con una catena di significati positivi: giustizia, sicurezza, controllo, efficienza, necessità storica. Il segno “rapimento” è collegato al caos, alla criminalità, al terrorismo, alla barbarie. Scegliere uno o l’altro non descrive il fatto, ma lo inserisce in una matrice ideologica che guida l’interpretazione sociale. Non è un caso che i grandi apparati mediatici del capitale globale usino sistematicamente il “cattura” quando si tratta di leader nemici dell’ordine imperiale, e il “rapimento” quando la vittima appartiene al campo alleato o funzionale a quell’ordine. La semiosi dell’impero non è neutrale, è una tecnologia di guerra narrativa.

Nel contesto di un’invasione, questa operazione linguistica svolge una funzione centrale: depoliticizzare l’aggressione e naturalizzare la violenza. “Catturare” un presidente suggerisce un’azione tecnica, quasi amministrativa, necessaria per ristabilire una normalità precedentemente definita dall’invasore. Il fatto fondamentale, la violazione del territorio, del diritto internazionale e dell’autodeterminazione dei popoli, viene così cancellato. Il linguaggio agisce come anestetico morale. “Il rapimento”, invece, rende visibile l’asimmetria delle forze, la natura criminale dell’atto e la responsabilità politica di chi lo compie. E di coloro che applaudono e lo ripetono. Ecco perché la narrazione dominante deve essere messa in discussione in profondità.

Qui c’è una pedagogia della sottomissione. Il dizionario dell’invasione insegna al pubblico a pensare dal punto di vista dell’aggressore, a interiorizzare la propria legalità fittizia e ad accettare i loro crimini come fatto compiuto, inevitabile o addirittura auspicabile. Non si tratta solo di manipolazione mediatica, ma di una produzione sistematica di significato che trasforma la violenza strutturale in buon senso. La cattura è “pulita”, “chirurgica”, “necessaria”. Il rapimento è “sporco”, “irrazionale”, “criminale”. Ma quando un esercito straniero irrompe in un paese e priva il capo di Stato della sua libertà, ciò che accade, in termini materiali e legali, è un rapimento aggravato dalla condizione politica della vittima e dal contesto di una guerra di aggressione. Chiamarla “cattura” è un atto di copertura semiotica.

Questa distinzione rivela anche una lotta per il controllo del tempo storico. “Catturare” incide il fatto in una narrazione di progresso forzato, prima c’era disordine, ora c’è controllo; Prima c’era un “dittatore” o un “nemico”, ora c’è la “stabilità”. “Rapimento” interrompe quella narrazione e espone la violenza come una rottura traumatica, come una battuta d’arresto civilizzazionale, come un crimine. La parola giusta non è solo una questione linguistica, ma una posizione di fronte alla storia.

Tutte le fabbriche imperiali di significato operano con un linguaggio sfigurante per plasmare la percezione pubblica, insistiamo, “catturare” non è la stessa cosa che “rapire” un presidente in carica. “Cattura” suggerisce legalità, controllo istituzionale e azione legittima inquadrata nell’ordine giuridico; “rapimento”, invece, rende trasparente un record criminale, violento e antidemocratico. Questa scelta lessicale non descrive solo un fatto, ma produce un’interpretazione preventiva che guida emozioni, giudizi morali e allineamenti politici, normalizzando o condannando l’evento prima che il dibattito avvenga. E spesso, sfigurare il concetto porta alla deformazione dell’azione politica.

7/1/2025 https://www.telesurtv.net/blogs/

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