Palestina, la tregua che non esiste

Striscia di Gaza, residenti davanti a un edificio bombardato (Shutterstock/Mohammed Shaat)

Bambini uccisi, università assaltate, ONG sotto attacco. Viene definito un “post-conflitto”, ma sul terreno appare come una prosecuzione della guerra con altri mezzi

L’11 ottobre 2025 sarebbe dovuto iniziare un cessate il fuoco. Ma per Hamsa Nidal Samir Houso, undici anni, quella data non ha significato protezione. La bambina è stata uccisa nei primi giorni del 2026 da colpi d’arma da fuoco mentre si trovava nelle tende degli sfollati ad Al-Faluja, a Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza. Il suo corpo è arrivato poche ore dopo al Complesso medico di Al-Shifa, simbolo di una sanità allo stremo ma ancora in funzione nonostante mesi di bombardamenti e assedi. Hamsa è l’ennesimo nome che si aggiunge a una lista sempre più lunga di minori palestinesi uccisi in quello che viene definito un “post-conflitto”, ma che sul terreno appare come una prosecuzione della guerra con altri mezzi.

Secondo dati diffusi dalle autorità sanitarie locali, oltre 425 palestinesi sono stati uccisi e più di 1.200 feriti dal fuoco israeliano dall’entrata in vigore della tregua. Numeri che, sebbene difficili da verificare in modo indipendente in tempo reale, trovano riscontro nella continuità delle operazioni militari segnalate quotidianamente da organizzazioni umanitarie e osservatori internazionali.

La tregua formale e la violenza quotidiana

Le operazioni militari israeliane non si sono mai realmente fermate. A Gaza, gli spari lungo le linee di contatto, i raid mirati e gli attacchi contro aree di sfollati continuano a essere segnalati con regolarità. Nella Cisgiordania occupata, la situazione è altrettanto grave, seppur meno visibile mediaticamente.

Tra fine dicembre 2025 e l’inizio di gennaio 2026, le forze israeliane hanno intensificato incursioni, arresti e demolizioni, mentre i coloni hanno proseguito attacchi contro villaggi e comunità rurali palestinesi. Secondo l’Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), nel solo 2025 più di 830 palestinesi sono rimasti feriti in attacchi dei coloni, una media di oltre due feriti al giorno.

Le demolizioni di abitazioni e strutture considerate “senza permesso” continuano a colpire soprattutto l’Area C della Cisgiordania e Gerusalemme Est, mentre intere comunità beduine e pastorali vengono costrette allo sfollamento. È il caso di Khirbet Yanun, nel governatorato di Nablus, dove le ultime sei famiglie rimaste hanno abbandonato le loro case dopo decenni di vita sul territorio, a causa delle violenze dei coloni.

L’assalto all’Università di Birzeit

Il 7 gennaio 2026 l’esercito israeliano ha fatto irruzione nell’Università di Birzeit, uno dei principali atenei palestinesi, vicino a Ramallah. Secondo la Mezzaluna Rossa Palestinese e le autorità universitarie, almeno 11 studenti sono rimasti feriti, cinque dei quali colpiti da proiettili veri. Decine hanno riportato intossicazioni da gas lacrimogeni.

I soldati hanno sfondato il cancello principale, fatto irruzione in diverse facoltà, sequestrato materiale del movimento studentesco e detenuto il vicepresidente per gli affari accademici, Assem Khalil. Il raid ha impedito lo svolgimento di un evento in solidarietà con i prigionieri palestinesi e la proiezione di Hind Rajab, il film dedicato alla bambina uccisa a Gaza.

Non si tratta di un episodio isolato. Dal 2002 a oggi, l’Università di Birzeit è stata oggetto di almeno 26 incursioni militari, tre solo negli ultimi quattro mesi. Secondo il Ministero palestinese dell’Istruzione Superiore, oltre 150 studenti dell’ateneo sono attualmente detenuti nelle carceri israeliane.

Due sistemi giuridici, una sola autorità

Il quadro che emerge è coerente con quanto denunciato dall’Ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani nel recente rapporto sulla Cisgiordania occupata e Gerusalemme Est. Il documento parla apertamente di un’amministrazione discriminatoria basata su due sistemi legali paralleli: diritto civile israeliano per i coloni, diritto militare per i palestinesi.

Checkpoint, strade riservate, confisca delle risorse naturali e detenzioni amministrative senza accusa: un sistema che non appare temporaneo, ma strutturale, finalizzato al controllo e alla frammentazione del territorio palestinese. Un sistema che, secondo l’ONU, viola il diritto internazionale e il principio di autodeterminazione.

ONG nel mirino

A questo quadro si aggiunge l’attacco allo spazio umanitario. Il Comitato Permanente Inter-Agenzie delle Nazioni Unite (IASC) ha chiesto a Israele di revocare il piano di sospensione delle attività di numerose ONG internazionali nei Territori Palestinesi Occupati. Organizzazioni che, complessivamente, forniscono circa un miliardo di dollari l’anno in assistenza umanitaria.

Secondo le Nazioni Unite, limitare o espellere le ONG equivale a negare l’accesso agli aiuti essenziali a una popolazione già stremata, in violazione degli obblighi previsti dal diritto internazionale umanitario.

Un sistema che si perpetua

Dalla morte di Hamsa a Jabalia all’irruzione a Birzeit, dalle demolizioni in Cisgiordania all’assedio delle ONG, il filo che lega gli eventi è chiaro: la violenza non è un’eccezione, ma una modalità di governo del territorio. Le condanne internazionali si accumulano da decenni, così come le risoluzioni ONU rimaste inapplicate.

Nel frattempo, bambini continuano a morire, studenti vengono colpiti nelle università, comunità intere vengono sradicate. E la tregua, almeno per i palestinesi, resta una parola priva di sostanza.

Giacomo Cioni

11/1/2026 https://www.unimondo.org/

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