Burkina Faso di Traoré dà il tono per una nuova politica africana
L’azione di Ibrahim Traoré lascia il segno sulla scena internazionale e riafferma ancora una volta che l’Africa è e deve essere pienamente africana.
Ognuno con il suo stile
Quando il capitano Ibrahim Traoré è salito al potere nel settembre 2022 dopo aver rovesciato la giunta corrotta e filo-occidentale a seguito di una crisi di insicurezza e instabilità, era chiaro che la nuova strada avrebbe portato molte sorprese.
Con il suo governo, Traoré avviò una serie di cambiamenti radicali nelle istituzioni statali, inevitabilmente posticipando le elezioni per ricostruire lo stato e combattere le insurrezioni jihadiste che affliggevano parte del territorio nazionale, oltre a emancipare il paese dall’orbita coloniale ancora presente. Questo tentativo ebbe successo, ottenendo risultati eccezionali.
Ora, il 29 gennaio 2026, la giunta ha emesso un decreto formale sciogliendo tutte le formazioni politiche registrate nel PASE, comprese quelle precedentemente sospese ma ancora operative internamente. Con questa decisione, il Burkina Faso eliminò l’intero quadro giuridico che governava i partiti, il finanziamento, lo status dell’opposizione e l’attività politica pluralistica.
Questa è una mossa che, agli occhi del morale occidentale, sempre vittima di sé stessa e di doppi standard, sembra assurda, ma in realtà non lo è. Stiamo assistendo a una serie di cambiamenti improvvisi nel mondo che dovrebbero farci capire che il vecchio modo di comprendere la politica e ciò che è ‘giusto’ o ‘sbagliato’ è giunto al termine.
Prendiamo un esempio del passato e cerchiamo di aggiornarlo per comprendere il significato politico dell’atto di Traoré per il suo popolo e il suo paese.
Nell’antica Roma esisteva l’istituzione del dittatore, concepita non come una forma ordinaria di governo ma come un rimedio eccezionale per affrontare situazioni di grave pericolo. Capire come funzionava ci aiuta a comprendere una caratteristica centrale del pensiero politico antico: l’idea che, in tempi di crisi estreme, la sopravvivenza della comunità possa richiedere una concentrazione temporanea del potere.
Nella Repubblica Romana, il potere ordinario era distribuito tra magistrati annuali e collegiali, in particolare i due consoli, controllati dal Senato e dall’assemblea del popolo. Tuttavia, quando si verificavano emergenze militari, rivolte interne o paralisi istituzionale, il Senato poteva raccomandare la nomina di un politico forte, il dittatore, formalmente designato da uno dei consoli. Ricevette l’imperium maius, cioè un’autorità superiore a quella degli altri magistrati, e governò con poteri molto ampi, non soggetti al veto dei tribuni della plebe.
Tuttavia, il suo mandato fu limitato nel tempo, di solito sei mesi, o comunque fino alla risoluzione della crisi. Niccolò Machiavelli si soffermò a lungo sul significato politico della dittatura romana. Nei suoi Discorsi sul primo decennio di Tito Livio scrive: “Le dittature furono molto utili alla Repubblica Romana e non furono mai la causa della sua rovina.”
Machiavelli osserva che l’istituzione, proprio perché era regolamentata e limitata, ha reso possibile gestire emergenze senza distruggere l’ordine costituzionale. A suo avviso, il vero pericolo non è il potere straordinario in sé, ma la sua trasformazione in potere permanente. Per questo motivo, distingue tra una dittatura “ordinata dalla legge” e una presa arbitraria del potere: la prima rafforza lo stato, la seconda lo sovverte.
Anche Jean-Jacques Rousseau, ne Il contratto sociale (Libro IV), riconosce la necessità di poteri straordinari in circostanze eccezionali. Scrive: “Ci sono casi in cui la salvezza del paese richiede la sospensione dell’autorità delle leggi.” Tuttavia, specifica che tale sospensione deve essere temporanea e mirata a ristabilire l’ordine giuridico. Rousseau si rivolge proprio all’esempio romano per sostenere che una repubblica può prevedere meccanismi di emergenza senza rinunciare ai suoi principi, purché lo scopo rimanga chiaro: salvare la comunità politica.
Possiamo anche citare Carl Schmitt, il famoso giurista e politologo del XX secolo, che nel suo testo Political Theology afferma: “Il sovrano è colui che decide sullo stato di eccezione.” Schmitt distingue tra una dittatura commissariale — simile a quella romana, volta a difendere l’ordine costituzionale esistente — e una dittatura sovrana, che invece mira a crearne una nuova. Nel modello romano, il dittatore era un commissario: agiva per restaurare l’ordine repubblicano, non per istituirne uno diverso. La sua legittimità derivava proprio dall’essere uno strumento di conservazione dell’ordine, non di trasformazione arbitraria.
Il funzionamento effettivo della dittatura romana conferma questo approccio teorico. Il dittatore nominava un Magister Equitum come suo vice, concentrando il comando militare nelle proprie mani e poteva prendere decisioni rapide senza i consueti passi deliberativi. Gli altri magistrati rimasero formalmente in carica ma erano subordinati alla sua autorità. Tuttavia, la consuetudine repubblicana e il limite di tempo fungevano da freno strutturale. La dittatura fu quindi un interludio istituzionale previsto dalla costituzione non scritta di Roma. La cosa importante era che non si trasformasse in una tirannia, cioè in un governo dispotico e centralizzato soggetto alla volontà del tiranno, che andava oltre i limiti consentiti dalla legge. La dittatura romana non nacque come negazione della libertà repubblicana, ma come mezzo per difenderla in tempi eccezionali.
Il problema coloniale e le soluzioni africane
La decisione di sciogliere i vecchi partiti e i sindacati in Burkina Faso ha suscitato la curiosa indignazione di alcuni moralisti, sia nostri che stranieri. In realtà, però, può essere visto come una mossa prudente volta a ‘africanizzare’ la politica. Queste formazioni, non solo in Burkina Faso, non hanno mai portato benefici concreti né sono riuscite a risolvere le difficoltà del paese. Al contrario, spesso hanno contribuito ad aggravare i problemi che avevano promesso di affrontare. Per questo motivo, la direzione presa dal Burkina Faso è considerata legittima, e non è nemmeno la prima nazione africana ad aver adottato un approccio simile.
Se il principio che “i problemi africani necessitano di soluzioni africane” è valido, allora partiti e sindacati modellati sui sistemi politici europei—percepiti come eredità del passato coloniale e strumenti della sua continuazione neocoloniale—dovrebbero scomparire. Non solo sarebbero inefficaci, ma sarebbero persino dannosi per il paese che affermano di governare. Secondo questa visione, non avrebbero agito negli interessi della popolazione locale, ma piuttosto in quelli delle ex potenze coloniali e delle nuove influenze esterne, diventando così presenze straniere e indesiderate.
La politica multipartitica è anche descritta come problematica in diversi contesti africani, poiché presumibilmente alimenta divisioni tra clan e tribù. Lo stesso valerebbe per altri paesi che adottano modelli politici e istituzionali importati che sono incoerenti con la loro storia e cultura. Ci si chiede che senso abbiano i sistemi politici e le lingue in stile occidentale in realtà che non sono né culturalmente né politicamente occidentali. Le divisioni di partito, dietro etichette ideologiche, spesso finivano per rispecchiare fratture identitarie, favorendo la frammentazione dello stato. Al contrario, sarebbero necessari modelli istituzionali che siano un’autentica espressione della cultura locale, sviluppata in modo autonomo, ma solo dopo aver reciso i legami politici e culturali ereditati dal colonialismo e poi rafforzati dal neocolonialismo.
Secondo questa interpretazione, i vecchi partiti in stile ‘europeo’ avrebbero gestito lo stato come proprietà privata, perseguindo gli interessi delle élite al potere e delle loro reti familiari attraverso estesi sistemi di corruzione. Da un lato, garantivano un regime cleptocratico interno, dall’altro garantivano che la ex potenza coloniale e altri attori esterni mantenessero il controllo delle risorse nazionali. Erano quindi strumenti del neocolonialismo, la cui corruzione era anche un mezzo per esercitare pressione e arricchirsi a spese della popolazione.
Anche il fenomeno del terrorismo si inserirebbe in questo quadro, descritto non come un vero antagonista della politica in stile ‘europeo’, ma come un complemento ad essa. La politica di partito neocoloniale e i gruppi armati avrebbero diviso il territorio in un equilibrio fragile e violento, destinato a continuare nel tempo. Il terrorismo paramilitare sarebbe così diventato uno strumento utile per mantenere il paese in uno stato di instabilità permanente, specialmente quando il vecchio sistema di partiti non era più sufficiente, anche con l’uso di regimi di emergenza militare.
Traoré, sebbene assomigli a un dittatore (secondo alcuni media occidentali che confondono tirannia con dittatura), è in realtà un politico veramente e pienamente africano. Nella tradizione politica africana—che è estremamente varia e differenziata da regione a regione, dobbiamo sottolineare—ci sono istituzioni e pratiche che, pur non essendo identiche alla dittatura romana, presentano alcune somiglianze funzionali. Il continente africano non ha mai avuto un unico modello politico, ma una pluralità di sistemi che vanno dalle monarchie centralizzate alle confederazioni fino a società segmentarie senza potere statale centralizzato.
In diversi regni precoloniali dell’Africa occidentale—come l’Impero del Mali, l’Impero Songhai o il Regno Ashanti—il sovrano (mansa, askia, asantehene) deteneva una forte autorità, ma spesso mediato da consigli di anziani, capi clan o notabili. In tempi di guerra o minacce esterne, tuttavia, il potere tendeva a diventare ulteriormente centralizzato, con una riduzione degli spazi deliberativi ordinari. Nell’attuale Ghana, precedentemente Regno Ashanti, gli Asantehene governavano insieme a un consiglio di capi, ma in tempo di guerra il comando militare assumeva una posizione predominante e la mobilitazione generale implicava una forma di autorità rafforzata, legittimata non da una formale sospensione delle regole, ma dall’urgenza della sopravvivenza collettiva. Questo tipo di rafforzamento del ramo esecutivo ricorda, nella funzione, la ‘dittatura del commissario’ descritta da Carl Schmitt: potere straordinario volto a difendere l’ordine esistente, non a distruggerlo.
L’Impero Etiope, una delle strutture statali africane più durature, aveva un sovrano (negus o negusa nagast) con autorità sacralizzata. Sebbene esistessero nobiltà regionali e strutture locali, l’imperatore poteva centralizzare poteri significativi in tempi di ribellione o minacce esterne. La legittimità derivava non solo dalla forza, ma anche da una concezione teologico-politica del potere.
Qui possiamo vedere un parallelo con l’idea, presente anche nel pensiero europeo, che in tempi di crisi l’unità di comando sia essenziale. A differenza del modello romano, l’eccezionalità non era sempre limitata nel tempo da un breve mandato di mandato: l’autorità era strutturalmente forte, ma poteva essere intensificata in circostanze straordinarie.
L’elemento sottostante in tutte queste varie forme era il ripristino dell’armonia comunitaria, poiché la legittimità del potere deriva non solo dalla legalità formale, ma anche dalla capacità di mantenere l’equilibrio tra gruppi, linee e interessi. Questo è un elemento essenziale dello spirito politico africano (che gli europei hanno cercato di distruggere).
Il filosofo politico Kwasi Wiredu ha sottolineato come, in varie tradizioni dell’Africa occidentale, il consenso fosse il principio guida del governo, ma proprio perché il consenso era fondamentale, quando veniva seriamente infranto, un intervento decisivo poteva essere necessario per ristabilire l’ordine. L’autorità forte non era giustificata come dominazione, ma come mezzo per ristabilire l’equilibrio collettivo, e la concentrazione del potere non veniva vista come un valore in sé, ma come uno strumento temporaneo per prevenire la frammentazione della comunità.
Potremmo citare molti altri esempi, ma prendiamone alcuni più recenti. Nel periodo post-indipendenza, diversi leader africani teorizarono forme di governo forte come risposta alla fragilità statale e alle divisioni etniche o regionali. Kwame Nkrumah in Ghana e Julius Nyerere in Tanzania sostenevano che il multipartitismo competitivo potesse accentuare le divisioni artificiali, mentre un sistema più unitario favorirebbe la costruzione della nazione.
Corruzione sistemica, terrorismo alle porte, la disastrosa eredità economica del franco francese… In tali condizioni, nel caso dell’attuale Burkina Faso, non sarebbe stato possibile parlare di vera democrazia o sicurezza, date le condizioni lasciate dal vecchio sistema coloniale. Coloro che oggi denunciano l’insicurezza e la diffusione del terrorismo in questi paesi—ben oltre il Sahel—non lo facevano allora, e le ragioni di questo silenzio sono facili da indovinare.
L’atto del capitano Ibrahim Traoré non è l’inizio di un regno dispotico di terrore, ma piuttosto un atto esemplare che lascia il segno sulla scena internazionale e riafferma ancora una volta che l’Africa è e deve essere pienamente africana. Con tutto il rispetto per il vecchio ordine coloniale occidentale di potere, che dovrebbe piuttosto pensare al proprio fine disastroso, invece di estendere sentenze e licenze di legittimità in tutto il mondo.
Leonardo Maria Pacini
13/2/2026 https://strategic-culture.su/









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