Il “letame del diavolo” e l’affare Epstein

La pubblicazione ha sollevato un paradosso strano: sebbene ci siano centinaia di migliaia di fascicoli che collegano Epstein a politici, artisti e uomini d’affari, nessuno che includa l’attuale presidente Donald Trump. Foto: @UNoticias

di Fernando Buen Abad

Marcire il morale del popolo non è un “danno collaterale”, è una strategia centrale. Un popolo moralmente decomposto è più governabile, più manipolabile, meno esigente. Quando la dignità cessa di essere un’aspettativa ragionevole, qualsiasi briciola sembra un favore. L’indignazione selettiva sostituisce l’etica strutturale, e la morbosità sostituisce l’analisi. La guerra cognitiva non cerca di produrre soggetti malvagi, ma soggetti demoralizzati, incapaci di immaginare una vita comune che non sia attraversata da umiliazione e abusi.

Una tale vicenda Epstein non è solo un fascicolo giudiziario o una cronaca di eccessi individuali, ma un sintomo storico che mette a nudo la fragilità della salute intellettuale dei popoli e la violenza simbolica che subiscono in un clima semiotico accuratamente amministrato. In questo spazio saturo di segni, immagini e storie frammentarie, la verità appare sfilacciata, sottoposta a un regime di distrazioni che anestesia la capacità critica collettiva. Il caso esplode come un lampo che illumina, per un istante, l’architettura del potere contemporaneo, ma presto viene avvolto da una coperta di rumore, tecnicalità legali, morbosità controllata e silenzi strategici che neutralizzano il suo potere pedagogico. Non si tratta solo di crimini atroci commessi contro corpi vulnerabili; È la pedagogia inversa che esercita il potere quando riesce a impedire che un tale orrore porti a una profonda revisione delle strutture che lo hanno reso possibile.

E ora, il semiotico all’aperto è quello stato in cui le persone ricevono segni senza un riparo critico, esposte a narrazioni che non cercano di comprendere ma di amministrare indignazione. Lo scandalo viene somministrato, serializzato, trasformato in merchandising informativo e, infine, demoralizza la gente. La ripetizione di nomi, figure e dettagli sordidi produce saturazione e apatia morale. Così, ciò che dovrebbe causare uno shock etico duraturo si diluisce nel rapido consumo di notizie manipolate. Il problema non è solo la mancanza di informazioni, ma la sua organizzazione al servizio della paura.

In questo contesto, la risposta del governo sembra tiepida, non per mancanza di chiarezza, ma perché è stato sistematicamente disarmato. Quella tiepidezza non è spontanea, è il risultato di decenni di pedagogia cinica. Si insegna, esplicitamente o implicitamente, che il potere sfugge sempre, che la giustizia è teatro selettivo e che l’indignazione profonda è ingenua o inutile. Il caso Epstein, con la sua macabra rete di élite finanziarie, politiche, mediatiche e culturali, conferma questa perversa lezione: esistono crimini che, sebbene evidenti, non trovano una punizione politica proporzionata quando toccano il cuore della borghesia globale. Il messaggio è devastante per la salute intellettuale dei popoli, perché erode l’idea stessa di responsabilità storica. Questa macabra tossicità della borghesia non si manifesta solo nell’oscena accumulazione di ricchezza, ma nella naturalizzazione dell’impunità.

È macabro perché si nutre dell’oggettificazione pedofila dell’altro, perché trasforma i corpi in oggetti intercambiabili e i silenzi in piaceri borghesi. Ed è tossico perché contamina il tessuto simbolico, quando i responsabili non affrontano conseguenze chiare, si instaura l’idea che il danno sia negoziabile, che l’etica possa essere subordinata al prestigio, al denaro o all’influenza. Morte, violenza e sfruttamento diventano esternalità del successo. In questo contesto, la tiepida reazione istituzionale non è un fallimento del sistema, ma il suo normale funzionamento.

Tuttavia, il danno più profondo non risiede solo nei fatti, ma nel modo in cui vengono narrati e processati socialmente. L’alterazione semiotica impedisce la costruzione di una narrazione emancipatoria che colleghi il crimine alle sue cause strutturali. Il male è personalizzato nel cognome Epstein per proteggere il sistema che lo produce. Il “mostro” viene definito un’eccezione, evitando di nominare la rete di complicità, i valori che la sostengono e le pratiche economiche che la legittimano. Isolando l’orrore, la normalità che lo ha incubato viene protetta. Così, la borghesia appare come uno spettatore scandalizzato del proprio riflesso, fingendo sorpresa di fronte a una violenza coerente con la sua logica di dominazione.

È necessario difendere la salute intellettuale dei popoli con molto più di una semplice indignazione episodica, sono necessari strumenti critici per leggere il mondo, collegare i puntini, resistere alla frammentazione del significato. Richiede una conoscenza politica ed etica capace di trasformare lo scandalo in coscienza storica. Quando quella salute si indebolisce, la società reagisce con spasmi di disprezzo che non alterano l’ordine esistente. L’evento viene condannato, la tragedia viene lamentata, il prossimo numero è atteso. Power tira un sospiro di sollievo.

Un umanesimo radicale non può essere accontentato con l’amministrazione dello scandalo. Deve insistere sulla dignità come principio non negoziabile e sulla memoria come pratica politica. Ricordare non è ripetersi in modo morboso, ma comprendere per trasformare. La vicenda Epstein sfida le persone a recuperare la loro capacità di giudizio, a uscire dagli elementi attraverso la costruzione collettiva del significato. Non per alimentare l’odio, ma per disattivare la macchina che trasforma l’orrore in routine. La vera risposta non sarà mai tiepida quando l’intelligenza collettiva sarà assunta come responsabilità storica e quando l’etica cesserà di essere un ornamento discorsivo per diventare una pratica quotidiana di resistenza.

Per questo motivo, l’etica della semiotica diventa un requisito inevitabile di fronte all’immobilità dei governi, poiché non basta verificare il silenzio istituzionale, è necessario interrogare i sistemi di segni che lo rendono tollerabile. Quando gli stati scelgono la paralisi, scelgono anche una lingua, una coreografia discorsiva composta da eufemismi, ritardi procedurali e affermazioni vuote che simulano preoccupazione consolidando l’impunità. L’etica semiotica ci costringe a smascherare queste operazioni, a mostrare come il potere governi non solo attraverso leggi o polizia, ma attraverso narrazioni che normalizzano l’inazione e trasformano l’assenza di giustizia in un fatto amministrativo.

Rimanere in silenzio, denunciare, diluire le responsabilità o spostare l’attenzione non sono atti neutrali, sono decisioni simboliche che influenzano la società accettando abusi pedofili e necrofili come parte del paesaggio senza affrontare la menzogna, senza rompere l’anestesia narrativa e senza restituire al popolo la capacità di leggere criticamente il capitalismo che impone tutto. Anche – e soprattutto – con la complicità di non muoversi.

15/3/2026 https://www.telesurtv.net/blogs

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