Come la Nuova Guerra del Golfo sta cambiando il futuro della guerra globale

Gli Stati Uniti stanno bruciando miliardi di dollari per bombardare l’Iran mentre il mondo osserva distrattamente il crollo dei prezzi del petrolio.

di Lorenzo Maria Pacini

Bruciando miliardi di dollari

Gli Stati Uniti stanno bruciando miliardi di dollari per bombardare l’Iran mentre il mondo osserva distrattamente il crollo dei prezzi del petrolio; allo stesso tempo, la Cina sta pubblicando quello che probabilmente è il documento economico più decisivo dell’intero decennio, quasi inosservato. Questa differenza di attenzione è proprio il cuore del problema. Mentre l’Occidente guarda al teatro della guerra e alle fluttuazioni energetiche, Pechino sta definendo per scrivere la sua architettura tecnologica, industriale e strategica per i prossimi quindici anni.

Il 5 marzo è stato presentato al Congresso Nazionale del Popolo il 15° Piano Quinquennale, un documento di 141 pagine che è tutt’altro che ritualistico o puramente burocratico. In questo testo, l’intelligenza artificiale viene menzionata più di cinquanta volte, segno che non è considerata solo un settore tra tanti, ma la spina dorsale dell’intera trasformazione economica. Pechino mira a garantire che entro il 2027 il 70% dell’economia nazionale integri soluzioni di IA e che questa quota salga al 90% entro il 2030, trasformando di fatto l’IA in un’infrastruttura diffusa come l’elettricità o la connettività digitale.

Il Piano identifica la robotica, e in particolare la robotica umanoide, come uno dei pilastri della nuova fase industriale cinese, con l’obiettivo dichiarato di raddoppiare la produzione di robot entro cinque anni. Parallelamente, il documento delinea ambizioni molto chiare nel campo delle tecnologie d’avanguardia: reti di comunicazione quantistica tra spazio e Terra, scadenze indicative per raggiungere la fusione nucleare controllata e lo sviluppo sistematico di interfacce cervello-computer. In altre parole, la Cina non sta solo inseguendo innovazioni esistenti, ma cerca di anticipare la traiettoria delle tecnologie più dirompenti.

In termini quantitativi, il Piano fissa obiettivi che chiariscono l’ambito di questa strategia. Si prevede che il valore totale delle industrie legate all’intelligenza artificiale supererà i 10 trilioni di yuan, ovvero circa 1,38 trilioni di dollari, ponendo il settore dell’IA tra i principali motori dell’economia nazionale. Allo stesso tempo, il documento annuncia “misure straordinarie” per raggiungere un alto grado di autosufficienza nelle catene del valore considerate critiche: terre rare, semiconduttori e componenti avanzati. Qui, la dimensione economica viene apertamente confusa con quella strategico-militare: controllare queste catene di approvvigionamento significa controllare la capacità di combattimento di qualsiasi potenza rivale.

Per questo motivo, definirlo un semplice piano economico è fuorviante. Piuttosto, si tratta di un vero e proprio piano di guerra per un conflitto già in corso, ma combattuto su un terreno che gli Stati Uniti, assorbiti da guerre convenzionali e crisi regionali, continuano a sottovalutare. Washington concentra risorse e attenzione sulla guerra “calda” in Medio Oriente, mentre Pechino struttura una guerra “fredda” tecnologica, industriale e logistica che mira a determinare chi controllerà gli strumenti materiali e digitali delle guerre future.

I CHIPS agiscono come un ‘fucile’ contro un arsenale

La risposta più significativa degli Stati Uniti alla sfida tecnologica della Cina è stata finora il CHIPS and Science Act, approvato nel 2022, che ha stanziato 52,7 miliardi di dollari al settore dei semiconduttori, inclusi 39 miliardi di dollari in sovvenzioni dirette, accompagnate da un credito d’imposta del 25% sugli investimenti. Questa misura ha innescato oltre 640 miliardi di dollari di investimenti privati, distribuiti in circa 140 progetti in 30 stati, contribuendo alla creazione di mezzo milione di posti di lavoro. In qualsiasi altro momento della storia, un tale programma sarebbe stato visto come un passo fondamentale nella ridefinizione della base industriale americana.

Il problema è che, per quanto ambizioso, prende di mira essenzialmente un solo segmento—cruciale, ma comunque limitato—di una competizione tecnologica che per la Cina riguarda invece l’intero apparato produttivo, scientifico e militare. L’asimmetria è evidente: il CHIPS Act è, in realtà, un fucile mirato a un obiettivo specifico – la produzione di chip avanzati – mentre il 15° Piano Quinquennale cinese assomiglia a un arsenale completo che copre ogni area: IA in tutti i settori, robotica come spina dorsale dell’industria, infrastrutture spaziali, calcolo quantistico e consolidamento e rafforzamento del dominio nell’elaborazione delle terre rare.

Terre rare, il complesso militare e l’Opzione Sansone

La questione delle terre rare è dove l’apparente “piano economico” si interseca più chiaramente con la dimensione della guerra. Oggi, Pechino controlla circa il 90% della capacità mondiale di elaborazione di questi elementi cruciali, trasformando la dipendenza industriale in una vulnerabilità strategica. Ogni caccia F-35 richiede centinaia di chilogrammi di terre rare; ogni batteria missilistica Patriot, ogni intercettore THAAD, ogni munizione guidata sganciata sull’Iran a migliaia ogni settimana dipendono da materiali raffinati in Cina. Il riferimento a “misure straordinarie” nel Piano non indica una posizione cauta: rappresenta la consolidazione di una catena di approvvigionamento senza la quale l’apparato militare statunitense semplicemente non può operare.

Questa leva è già stata utilizzata: nell’aprile 2025, Pechino ha introdotto controlli all’esportazione su tutti e 17 gli elementi classificati come terre rare, trasformando una dipendenza storica in uno strumento diretto di pressione. Sul fronte americano, allo stesso tempo, si avvicina la scadenza di gennaio 2027 fissata da DFARS, che richiede al Pentagono di eliminare la sua dipendenza dalla Cina per le terre rare utilizzate nei contratti di difesa. Questo apre una finestra di vulnerabilità che potrebbe durare dieci, forse quindici anni, durante la quale gli Stati Uniti si trovano intrappolati in una contraddizione: da un lato, stanno combattendo una guerra con un consumo estremamente elevato di munizioni, mentre dall’altro cercano di costruire catene di approvvigionamento alternative che non sono ancora pienamente operative.

In pratica, la guerra contro l’Iran sta rapidamente consumando intercettori e sistemi d’arma guidata, mentre la Cina, stringendo la rete sulla lavorazione delle terre rare, sta gradualmente comprimendo il collo di bottiglia industriale da cui dipende la possibilità stessa di sostituire tali munizioni. Il 15° Piano Quinquennale formalizza e legittima questo processo come parte integrante della strategia nazionale, trasformando quello che potrebbe sembrare un problema logistico in un vero strumento di potere geostrategico. Chi controlla i materiali al centro dell’equipaggiamento militare controlla anche il ritmo e la sostenibilità delle guerre altrui.

Dalle raffinerie di Teheran a Bapco: la guerra alle infrastrutture vitali

In questo contesto, la guerra in Medio Oriente assume le caratteristiche di una ‘Opzione Sansone’ che non è solo militare, ma anche legata all’energia e all’ambiente. Dopo che le infrastrutture di Haifa, in Israele, anche le raffinerie Bapco in Bahrain sono state colpite: questa è stata la risposta prevedibile, quasi automatica, in termini di logica bellica, al precedente attacco alle raffinerie di Teheran, che producevano circa 250.000 barili di petrolio al giorno. Colpendoli, Israele ha stabilito – o meglio riaffermato, dato che non era la prima volta che colpiva infrastrutture petrolifere, come nella Guerra dei Dodici Giorni o nel 2006 con il bombardamento delle strutture Jiyeh in Libano – un precedente molto serio: in guerra, ciò che fai ai tuoi nemici diventa immediatamente legittimo da replicare contro di te.

La stessa dinamica si ripete oggi con un ulteriore salto qualitativo. Attaccando gli impianti di desalinizzazione di Qeshm insieme agli Stati Uniti, Washington e Tel Aviv hanno di fatto autorizzato Teheran a colpire le infrastrutture di desalinizzazione israeliane, da cui dipende oltre il 60% dell’approvvigionamento idrico del paese, e, per estensione, quelli dei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che ne dipendono ancora maggiormente. Per alcuni stati del GCC, la quota di acqua potabile derivata dalla desalinizzazione supera l’80-90%, rendendo queste centrali l’equivalente idrico di una centrale elettrica o di una raffineria di petrolio. Se questi sistemi cessassero di funzionare, le popolazioni che sono cresciute esponenzialmente durante anni di ‘prosperità silenziosa’ sarebbero letteralmente costrette a fuggire molto rapidamente.

Colpire le strutture di raffinazione e stoccaggio di Teheran era quindi non solo una scelta discutibile dal punto di vista militare, ma anche una cattiva idea dal punto di vista atmosferico, sanitario e politico. L’operazione è simile per logica e impatto all”’Opzione Samson’ evocata nel campo nucleare: sebbene non utilizzi armi atomiche, produce effetti paragonabili a un attacco chimico non convenzionale, a causa dell’enorme quantità di sostanze tossiche rilasciate nell’aria. Il cielo e le strade di Teheran sono avvolti da una nube velenosa che non si ferma ai confini della città ma si diffonde verso nord e nord-est, raggiungendo il Turkmenistan e l’Asia centrale, con conseguenze per la salute che si manifesteranno nel corso di venti o trent’anni.

Le ripercussioni politiche sono altrettanto profonde. L’immagine di Israele, già gravemente compromessa, è ulteriormente compromessa, e questa azione pesa molto sulle relazioni con i paesi dell’Asia centrale, con cui Tel Aviv aveva stretto accordi significativi negli ultimi anni, attratta dalle loro risorse energetiche e minerarie. Allo stesso tempo, emergono attriti con il suo alleato americano: Washington era stata avvertita dell’operazione, ma non della sua reale portata, e ora si trova a dover gestire le conseguenze diplomatiche e geo-economiche di un atto che espone gran parte dell’infrastruttura energetica del Golfo a ritorsioni.

Per gli Stati Uniti, il rischio è triplice. Primo, danni ai rapporti con i paesi produttori dell’area, che vedono le loro strutture—raffinerie, terminali, impianti di desalinizzazione—come obiettivi diventati “legittimi” a causa del precedente stabilito. In secondo luogo, la vulnerabilità di altri complessi petroliferi ed energetici nel Golfo stesso, che, se colpiti, potrebbe far schizzare ulteriormente il prezzo del petrolio greggio, già sopra i 110-115 dollari al barile e in aumento. Infine, l’impatto sistemico sull’economia globale e sulla già precaria situazione finanziaria interna degli Stati Uniti, con aumenti dei prezzi dell’energia capaci di alimentare inflazione, tensioni sociali e nuova instabilità politica.

L’ordine internazionale e la vecchia regola della ‘struttura/sovrastruttura’

In un contesto segnato da un’escalation quasi automatica, non sono più solo le basi e gli obiettivi militari americani e israeliani – o ciò che ne resta, reti di propaganda – a diventare obiettivi primari, ma anche fonti vitali per la sopravvivenza umana, come l’acqua, e centri vitali per l’economia, come il petrolio. Anche questa è una forma di “Opzione Samson”: non necessariamente nucleare, ma umanitaria energetica, capace di produrre effetti umani, geopolitici ed economici di grandezza tellurica. L’esplosione di questa ‘bomba’ – con l’annientamento progressivo dei simboli materiali della presenza e del dominio americano in Medio Oriente – coincide con il crollo, davanti ai nostri occhi, di un ordine internazionale che Washington, Tel Aviv e i loro alleati (Europa, Giappone, ecc.) hanno mantenuto vivo per decenni con una sorta di respirazione bocca a bocca.

Così, un ordine “basato su regole” che era solo di nome, ma in realtà costruito sulla predazione dei ricavi petroliferi e sul controllo quasi coloniale del Medio Oriente come entroterra energetico dell’Occidente industriale, sta giungendo al termine. Il fatto che la battaglia odierna si svolga su raffinerie, terminali, impianti di desalinizzazione, cavi sottomarini, centri logistici e catene di approvvigionamento di terre rare illustra vividamente ciò che, molti anni fa, veniva descritto in termini di “struttura e sovrastruttura”. L’infrastruttura materiale—energia, risorse, logistica, tecnologie critiche—è la struttura; I discorsi su “democrazia liberale”, “ordine internazionale basato su regole” e “alleanze di valori” sono la sovrastruttura. Oggi, sotto la pressione incrociata della guerra calda in Medio Oriente e della guerra fredda tecnologica tra Stati Uniti e Cina, vediamo la struttura incrinarsi e la superstruttura perdere credibilità insieme a essa.

È qui che il contrasto tra leadership diventa simbolico: da un lato, il presidente Trump affida la sua postura strategica a slogan come “Morte, fuoco e furia”, amplificati sui social media per rafforzare la sua immagine di decisione e forza immediata. Dall’altro, Xi Jinping approva e diffonde un piano di 141 pagine che dettaglia come assicurarsi il controllo dei materiali, delle tecnologie e delle infrastrutture senza i quali non è possibile alcuna “morte, fuoco e furia”.

Un leader sta combattendo una guerra, l’altro lavora per ottenere la pace, intesa come la capacità di determinare le condizioni strutturali che rendono la guerra sostenibile per se stessi e insostenibile per gli altri.

18/3/2026 https://strategic-culture.su/

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *